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FRANCESCO ZIZOLA

E’ bene dirlo in apertura: le fotografie del reporter Francesco Zizola uniscono qualità estetiche e contenuto documentale in cui una buona narrazione non è mai disgiunta dall’identificabilità dei fatti. C’è però qualcosa di più nel suo lavoro, qualcosa di assolutamente personale e che, per certi versi, contraddice alcune certezze insite nella sua professione. Se, come si dice – e talvolta ci troviamo d’accordo – il reporter altro non è che un nudo testimone della realtà, il che farebbe di un fotografo un “freddo raccoglitore di episodi”, in Zizola, a mio avviso, c’è un respiro più ampio, un afflato compassionevole che ha il sapore di un’intima vicinanza con i soggetti ripresi; del resto la crudezza delle immagini sprofonda anche chi le osserva in un baratro di emozioni che lascia il retrogusto amaro di sapere un’umanità derelitta. Le immagini ci raccontano che miserie e disperazioni hanno qualcosa in comune a ogni latitudine, dal Sud Sudan al Brasile, dal Corno d’Africa all’Iraq passando per l’Angola: la lotta per la sopravvivenza. Si tratti di conflitti a fuoco o di flagelli sanitari il centro dell’interesse di Zizola sono gli effetti sulle popolazioni, il cui destino è dimenticato dall’interesse di un Mondo il cui benessere lo obbliga a distogliere lo sguardo. Dunque le fotografie di Zizola, nel quadro di una necessaria testimonianza, urlano d’essere viste. E mai più dimenticate, in segno di rispetto verso popolazioni meno fortunate di quella di cui facciamo parte. Ma conoscere non basta più. Sapere non ci mette al riparo da responsabilità. Ed è per questo che i lavori di Zizola, al pari di quelli di altri fotografi, sono benvenuti: essi pungolano le nostre coscienze ed è probabile dunque che abbiano l’effetto di rimodulare la nostra attenzione verso episodi umani – mi riferisco al complesso fenomeno migratorio – che andrebbero letti in controluce. Le due fotografie riguardanti i migranti (i disperati sul ponte di un barcone, in attesa di essere tratti in salvo da una nave Ong; l’altra, notturna e bellissima fila d’uomini) sono nulla, prive di senso se scollegate dalla visione del mondo infernale da cui proviene questa umanità. E dunque avvertiamo come queste donne, uomini e bambini sono già fortunati per essere lì, vivi, dopo aver sfidato una sorte maligna, i carnefici e il mare aperto. Il loro è un viaggio verso la vita mentre i loro occhi ci ricordano che non si ha nessuna colpa nel nascere dalla parte sbagliata del Mondo o, se preferite, che nessun vantaggio proviene dall’essere nato nella parte giusta. E gli occhi, appunto, sono prevalentemente i protagonisti di questa selezione di immagini; occhi a cui è stato affidato il compito di esprimersi invece delle parole, delle inutili parole rese sterili dagli appelli inascoltati. Quando in fotografia un soggetto guarda dritto in obiettivo cattura presto la nostra attenzione, ci sfida e ci trattiene, ci interroga. Noi guardiamo lui e lui guarda noi e si stabilisce immediatamente un invisibile legame che solo con uno “strappo” deciso possiamo liberarci. Ma intanto abbiamo appreso qualcosa, una lezione che non dimenticheremo: noi osserviamo un’immagine di cui crediamo di conoscere il dramma, ma l’immagine guardandoci indaga dentro noi, e di fronte a questa inaspettata indagine ci sentiamo nudi e impotenti, mentre ogni convinzione si sgretola come sabbia portata dal vento. Guardateli gli occhi dei bambini, guardateli come ha fatto Zizola e vedrete che nascondono una supplichevole richiesta d’aiuto, che sta nella precoce consapevolezza di essere vittime senza alcuna colpa. Tutti, soprattutto quanti sono costretti a violare l’adolescenza per essere introiettati in un mondo adulto, nel quale la spietatezza mostra subito i suoi denti affilati. La vita narrata da Zizola è quanto di più prossimo all’inferno: non c’è redenzione nell’oblio e nella dimenticanza rimbalzano i colpi delle nostre responsabilità, della nostra pingue indifferenza. Le sue immagini inchiodano e sebbene cerchiamo di divincolarcene esse ci catturano come pesci nella rete. Ha detto Albert Schewitzer che “l’uomo non troverà la pace interiore finché non imparerà ad estendere la sua compassione a tutti gli esseri viventi. Noi non possiamo che essere d’accordo. E Zizola, attraverso le sue immagini, ci invita a questa pacificazione.

Giuseppe Cicozzetti

foto Francesco Zizola

zizola.com

It is good to say it from the top: the photographs of the reporter Francesco Zizola combine aesthetic qualities and documentary content in which a good narrative is never separated from the identifiability of the facts. There is however something more in his work, something absolutely personal and which, in some ways, contradicts certain certainties inherent in his profession. If, as they say - and sometimes we agree - the reporter is nothing more than a naked witness to reality, which would make a photographer a "cold collector of episodes", in Zizola, in my opinion, there’s a wider breath, a compassionate breath that has the taste of an intimate closeness to the subjects taken; after all the crudeness of the images sinks even those who observe them in an abyss of emotions that leaves the bitter aftertaste of knowing a derelict humanity. The images tell us that miseries and despair have something in common at every latitude, from South Sudan to Brazil, from the Horn of Africa to Iraq passing through Angola: the struggle for survival. Whether in focus or in health scourges, the focus of Zizola's interest is its effects on populations, whose destiny is forgotten by the interest of a world whose well-being obliges it to look away. So Zizola's photographs, in the context of a necessary testimony, scream of being seen. And never again forgotten, out of respect for people less fortunate of which we belong. But knowing isn’t enough anymore. Knowing does not protect us from responsibility. And this is why the works of Zizola, like those of other photographers, are welcome: they spur our consciences and it is therefore likely that they will have the effect of remodeling our attention to human episodes - I refer to the complex migration phenomenon - which should be read against the light. The two photographs concerning migrants (the desperate on the deck of a barge, waiting to be rescued by an NGO ship; the other, nocturnal and beautiful row of men) are nothing, meaningless if disconnected from the vision of the infernal world from which this people comes. And therefore we warn how these women, men and children are already lucky to be there, alive, after having challenged an evil fate, the executioners and the open sea. Theirs is a journey towards life while their eyes remind us that there is no fault in being born on the wrong side of the world or, if you prefer, that no advantage comes from being born in the right part. And the eyes, in fact, are mainly the protagonists of this selection of images; eyes that have been given the task of expressing themselves instead of words, of useless words rendered sterile by appeals unheard. When in photography a subject looks straight ahead, he catches our attention, challenges us and holds us back, questions us. We look at him and he looks at us and immediately establishes an invisible bond that can only be released with a strong "tear". But meanwhile we have learned something, a lesson that we will not forget: we observe an image of which we believe we know the drama, but the image looking at us investigates inside us, and in the face of this unexpected investigation we feel naked and powerless, while every conviction it crumbles like sand carried by the wind. Look at the children's eyes, look at them as Zizola did and you will see that they hide an appealing request for help, which lies in the early awareness of being victims without any fault. Everyone, especially those who are forced to violate adolescence to be introjected into an adult world, where ruthlessness immediately shows its sharp teeth. The life narrated by Zizola is the closest thing to hell: there is no redemption in oblivion and in forgetting the blows of our responsibilities, of our fat indifference. His images nail and although we try to detach them they catch us like fish in the net. Albert Schewitzer said that "man will not find inner peace until he learns to extend his compassion to all living beings. We cannot but agree. And Zizola, through his images, invites us to this pacification.

Giuseppe Cicozzetti

ph. Francesco Zizola

zizola.com

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