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SCRIPTPHOTOGRAPHY

Daniele VITA                                                                                              (Italia) 

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DANIELE VITA

“Una candela al santo, una al serpente”. Questa celebre espressione di Montaigne, ripresa da Leonardo Sciascia nel saggio introduttivo a ‘Feste religiose in Sicilia’ di Ferdinando Scianna, accompagnò l’uscita del libro tra le polemiche. Erano gli anni ’60 e se la diatriba che anima il rapporto dei siciliani con la religione non si è ancora sopita – nondimeno lo è l’interesse dei fotografi - allora è giusto domandarsi cos’è e cosa rappresenta per i fedeli una festa religiosa. C’è un’espressione custodita nella cultura popolare secondo cui “gli italiani sanno sempre a che santo votarsi” nella quale si esplicita il rapporto “utilitaristico” tra l’uomo e il celeste, quasi un patto: l’uomo si piega con atti di afflizione, quando non di vera umiliazione, mentre al Santo è richiesto di preservarlo o guarirlo dalle malattie, quando non di migliorarne le condizioni liberandolo dal bisogno. Non c’è dubbio quindi che raccontare una festa religiosa impegni il fotografo, qualora questi abbia deciso di evitare una discesa nel folclore, a entrare nel vivo dello spirito della festa e districarsi nei “segni” d’una rappresentazione in cui l’ortodossia si lascia generosamente superare da una ritualistica pagana. Il cuore delle feste religiose in Sicilia è la Settimana Santa. Sciascia considerava questo momento «un vero momento di afflato religioso». Nelle masse imploranti, nella gestualità devozionale lo scrittore vedeva l’esplosione dell’es, un rito collettivo che obbedisce a una ritualistica in cui la venerazione è il medium per un contatto diretto con il patrono. Abbiamo fatto cenno ai rischi del fotografo che si appresta a raccontare una festa o una serie di feste religiose. Se si arresta davanti allo stupore, se pone cioè davanti a sé la cifra puramente folclorica dell’evento lo avrà sterilizzato dalle sue componenti culturalmente più significative e consegnato il progetto nella nebulosa di mille altri racconti analoghi. Se però una festa religiosa per un fotografo è l’occasione per la discesa nell’antropologia del rito collettivo e ne restituisce non già la più o meno moderata isteria che si aduna intorno ai partecipanti ma ne segnala i suoi effetti sui volti dei fedeli, ne descrive le aspettative, quella sacralità pagana e plebea che si sviluppa nelle cerimonie, restituendo la profondità di una ritualità secolare allora avrà arricchito il reportage di elementi antropologici utili alla comprensione di uno tra i più singolari fenomeni che interessi l’uomo. Daniele Vita ha lungamente esplorato il succedersi delle festività religiose in Sicilia. La sua curiosità lo ha condotto da Trapani a Enna, da Marsala a Prizzi, da San Fratello a Caltanissetta, ovunque cioè “il diavolo incontra l’acqua santa” o, come espresso all’inizio si accenda “una candela al santo, una al serpente”. Il suo “La Settimana Santa in Sicilia” ha un tono singolare e personale, e intelligentemente si smarca dal tipo di narrativa che ci si attende in questi casi. Le sue “feste” sembrano registrare da un lato la ripetizione liturgica di gesti immemori – comprensibilmente presenti e descritti con la velocità dell’abbozzo –, dall’altro le declinazioni, le molte declinazioni di una sensibilità ora accesa ora distaccata dei partecipanti. C’è nelle fotografie di Daniele Vita come una tensione realista stemperata talvolta in un realismo magico (si osservi la fotografia di una bambina dal volto estatico mentre alle spalle una figura nera incombe sull’inquadratura o, ancora, la fortunata geometria dei corpi esausti in una foto molto ben calibrata) che innerva il tema e lo traspone in una dimensione lirica, dalle forti suggestioni. Questa attenzione è propria di Daniele Vita: l’uomo, la sua attività, i suoi giorni sono al centro del suo interesse, lo avevamo apprezzato in ‘Suleymaniye Otopark-İstanbul’ lo apprezziamo ancor più in questo fortunato portfolio che raccoglie in Italia il consenso che merita. Vita dunque evita il rischio di una narrazione imbolsita dai numerosi tentativi. Lo intravvede e lo evita scegliendo una prospettiva intimistica, privata, dove non mancano i puntuali episodi grotteschi. Ma questi non sono che un elemento, un ingrediente necessario restituiti però con un rispetto esemplare. Si osservi la figura del Cristo dietro la finestra: la finestra semi aperta ci introduce a una figura che indossa una maschera, sul capo una corona di spine irrora la fronte di sangue, le mani sono legate mentre sul corpo ha dipinti i segni della flagellazione. Tutto è pronto per la messinscena. Tutto, ma gli occhi d’un uomo alla destra del Cristo, alle prese con il drappo del finto Salvatore, segnalano l’intromissione (sul vetro della finestra si può intravvedere il riflesso del fotografo) e la sorpresa d’essere catturati in un affare privato che sta per divenire collettivo. In “La Settimana Santa in Sicilia” la contesa tra sacro e profano si arresta sulla soglia delle interazioni umane: è ai volti che occorre guardare, ai gesti, allo scorrere di una processione e ai riflessi sugli occhi pietosi di donne in lutto da sempre. Il sussurro per le grida, l’accenno per l’affresco, e nel ribaltamento del ruolo narrativo, nella scelta di raccontare il dettaglio umano nell’attimo in cui sacro e profano si contendono la supremazia, sta il nostro interesse per un progetto che unisce in immagini le tensioni di una spiritualità popolare viva, pulsante, identitaria, che non tralascia nulla, nemmeno le forti contraddizioni.

Giuseppe Cicozzetti
da “La Settimana Santa in Sicilia” 
foto Daniele Vita
http://danielevita.idra.it/

 

 

"A candle to the saint, one to the snake". This famous expression of Montaigne, taken up by Leonardo Sciascia in the introductory essay to Ferdinando Scianna's ‘Religious celebrations in Sicily’, accompanied the book's release amid controversy. It was the 60s and if the diatribe that animates the relationship of the Sicilians with religion has not yet died down - nevertheless it is the interest of photographers - then it is right to ask what it is and what a religious holiday is for the faithful.

There’s an expression guarded in the popular culture that "Italians always know the saint to ask for" in which the "utilitarian" relationship between man and the heavenly is made, almost a pact: man bends with acts of affliction, when not of true humiliation, while the Saint is required to preserve or cure him of diseases, when not to improve the conditions by freeing him from need.
There’s no doubt then that telling a religious party engages the photographer, if the photographer has decided to avoid a descent into folklore, to get into the spirit of the party and extricate himself from the "signs" of a representation in which orthodoxy generously let go of a pagan ritual. The heart of religious festivals in Sicily is Holy Week. Sciascia considered this moment "a true moment of religious inspiration".
In the pleading masses, in the devotional gestures the writer saw the explosion of the es, a collective rite that obeys a ritualistic in which veneration is the medium for a direct contact with the patron. We mentioned the risks of the photographer who is about to tell a party or a series of religious holidays. If he stops in front of astonishment, that is if he places before him the purely folkloric figure of the event, he will have sterilized him from his most culturally significant components and delivered the project into the nebula of a thousand other similar tales.
If, however, a religious feast for a photographer is an opportunity for the descent into the anthropology of the collective rite and returns not just the more or less moderate hysteria around the participants but signals its effects on the faces of the faithful, describes the expectations, that pagan and plebeian sacredness that develops in the ceremonies, restoring the depth of a secular rituality then it will have enriched the reportage of anthropological elements useful for the understanding of one of the most singular phenomena that concerns man.
Daniele Vita has long explored the succession of religious festivities in Sicily. His curiosity led him from Trapani to Enna, from Marsala to Prizzi, from San Fratello to Caltanissetta, everywhere that is "the devil meets holy water" or, as expressed at the beginning, a "candle to the saint, one to the snake". His "The Holy Week in Sicily" has a singular and personal tone, and cleverly it dissociates from the kind of narrative that is expected in these cases. His "feasts" seem to record on the one hand the liturgical repetition of forgetful gestures - understandably present and described with the speed of the sketch -, on the other hand the declinations, the many declinations of a sensitivity now turned on, now detached from the participants.
There’s in Daniele Vita's photographs as a realist tension sometimes diluted in a magical realism (note the photograph of a child with an ecstatic face while behind a black figure looms over the frame or, again, the lucky geometry of exhausted bodies in a very well calibrated photo) that innervates the theme and transposes it into a lyrical dimension, with strong suggestions. This attention is proper to Daniele Vita: the man, his activity, his days are at the center of his interest, we appreciated him in 'Suleymaniye Otopark-İstanbul' we appreciate him even more in this fortunate portfolio that collects in Italy the consent that deserves.
Vita therefore avoids the risk of a narration wrapped up in numerous attempts. He sees it and avoids it by choosing an intimate, private perspective, where punctual grotesque episodes are not lacking. But these are but one element, a necessary ingredient returned, however, with exemplary respect. Observe the figure of Christ behind the window: the semi-open window introduces us to a figure wearing a mask, on the head a crown of thorns sprinkles the forehead with blood, the hands are tied while on the body it has painted the signs of the flagellation.
Everything is ready for the staging. Everything, but the eyes of a man to the right of Christ, grappling with the fake Salvatore cloth, signal the intrusion (on the window glass you can see the reflection of the photographer) and the surprise of being caught in a business private that is about to become collective. In "The Holy Week in Sicily" the quarrel between the sacred and the profane stops on the threshold of human interactions: it is the faces that need to be looked at, the gestures, the flow of a procession and the reflections on the pitiful eyes of women who have always been in mourning.
The whisper for the screams, the hint for the fresco, and in the overturning of the narrative role, in the choice to tell the human detail in the moment in which the sacred and the profane compete for supremacy, is our interest in a project that unites in images the tensions of a lively, pulsating, identity-based popular spirituality, which leaves nothing out, not even the strong contradictions.

Giuseppe Cicozzetti
from “The Holy Week in Sicily” 
ph. Daniele Vita
http://danielevita.idra.it/

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