SCRIPTPHOTOGRAPHY

Arthur TRESS                                                                                       (USA) 

ARTHUR TRESS

Fotografie personalissime che lasciano in chi le osserva un senso di disorientamento: la realtà, ci manda a dire Arthur Tress, autore delle fotografie che vedete, è in quell’altrove lontano e misterioso che risiede dentro noi, e che spesso si articola nell’immediatezza di dare “forma” a un pensiero che segnala un disturbo interiore. 

Tress fotografa le sue paure e la realtà esterna – che è stata ed è l’elemento totemico attorno al quale intere generazioni passate e, supponiamo, future, si cimentano nella cattura – altro non è che una quinta dove adagiare la composizione dei suoi demoni, qui caratterizzati da un rilievo assolutamente personale. 

Tutto rimanda ad altro, quasi che le fotografie rappresentino la chiave per un’analisi o, se preferite, una mappa per svicolare dal labirinto dell’inconscio. Ma prima occorre che si dipani la trama, costringendo la composizione ad assoggettarsi allo stile per poi obbedire essa stessa alle formulazioni del pensiero. 

La concettualità sposa l’inconscio nel matrimonio segreto dell’intimità. Dunque morte, ombre fantasmatiche, immagini di cupa solitudine ricorrono tra le macerie di uno spirito umano sepolto sotto il peso del disagio, tra le corde – sensibilissime e indifese – di menti attraversate dalle scorribande dei demoni. 
L’Io, nelle fotografie di Arhur Tress, è annegato nel conflitto di un ambiente divenuto ostile come la proiezione dell’ingovernabile Sé, quasi uno specchio deformante e fedele del conflitto psichico, nel quale le forme interne assumono contorni devastanti davanti a cui nulla si può, se non arrendersi.

E infatti, come avendone coscienza, Tress fotografa il punto esatto in cui l’uomo si arrende al malessere con una consapevolezza appena mitigata da un sussulto pietoso. Si guardi a questo proposito la fotografia dell’uomo seduto in un giardino innevato: è l’ultima fotografia del padre, di lì a poco sarebbe scomparso. L’uomo ha l’espressione esausta, sa d’essere vicino alla sconfitta: Tress non ha pudore nel fotografarlo all’addiaccio del gelo invernale, per lui il padre è già “altrove”, esattamente in quell’altrove dove gli incubi perdono la loro forma.

E’ impossibile definire l’ambito entro il quale si colloca lo stile fotografico di Arthur Tress e, qualora fosse necessario, comprendiamo subito che stabilisce un ruolo e una relazione all’interno del capitolo delle attività umane che si chiama “arte”. Sappiamo però che il suo linguaggio gli è proprio e la sua voce è meritevole di tutta la nostra attenzione.
E allora basta questo per apprezzare il lavoro di Arthur Tress.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Arthur Tress

 

https://www.arthurtress.com/

Very personal photographs that leave a sense of disorientation in those who observe them: the reality, sends us to say Arthur Tress, author of the photographs you see, is in that distant and mysterious elsewhere that resides within us, and that often is articulated in immediacy to give "form" to a thought that signals an inner disturbance.

Tress photographs her fears and the external reality - which has been and is the totemic element around which entire generations passed and, let us suppose, future, they attempt to capture - is nothing but a fifth where to lay the composition of its demons, here characterized by an absolutely personal relief.

Everything refers to something else, almost as if the photographs are the key to an analysis or, if you prefer, a map to get out of the maze of the unconscious. But first we need to unravel the plot, forcing the composition to subjugate itself to style and then to obey the formulations of thought itself.

Conceptuality meets the unconscious in the secret marriage of intimacy. So death, ghostly shadows, images of dark solitude recur in the ruins of a human spirit buried under the weight of discomfort, between the ropes - very sensitive and defenseless - of minds crossed by the raids of demons.

The Ego, in Arhur Tress's photographs, is drowned in the conflict of an environment that has become hostile as the projection of the ungovernable Self, almost a deforming and faithful mirror of the psychic conflict, in which the internal forms take on devastating contours before which nothing is he can, if he does not give up.

And as a matter of fact, Tress photographs the exact point in which man surrenders to the malaise with an awareness just mitigated by a pitiful jolt. In this regard, look at the photograph of the man sitting in a snow-covered garden: it is the last photograph of his father, he would soon disappear. The man has the exhausted expression, he knows he is close to defeat: Tress has no modesty in photographing him in the freeze of winter frost, for him his father is already "elsewhere", exactly in the otherworld where the nightmares lose their their shape.

It’s so hard to define the scope within which the photographic style of Arthur Tress is placed and, if necessary, we immediately understand that it establishes a role and a relation within the chapter of human activities which is called "art". But we know that his language is his own and his voice is worthy of all our attention.

And then this is enough to appreciate the work of Arthur Tress.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Arthur Tress

 

https://www.arthurtress.com/

 

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