SCRIPTPHOTOGRAPHY

Chris RAIN                                                                                            (IT) 

CHRIS RAIN

“La foto” afferma Chris Rain “è l’anello di chiusura di una serie di ritratti raffiguranti personaggi rinchiusi nell’isolamento della propria mente”. Con questa dichiarazione Chris Rain (non lasciatevi ingannare dal nome, il fotografo è nato e vive a Roma) ci introduce direttamente nel flusso narrativo attraverso il quale organizza le sue visioni e in cui l’accostamento di elementi e cose, per quanto possano sembrare assemblati casualmente, trovano una logica vigorosa racchiusa dentro un assunto che non dovrebbe mai essere dimenticato: le fotografie raccontano dell’autore più di quanto non raccontino i soggetti in esse rappresentati. E le fotografie di Chris Rain raccontano di un mondo obliquo, in continuo bisogno d’essere fermato nella spiegazione di una dimensione a metà strada tra l’incubo e il sogno. Tutti gli elementi dialogano in un bianco e nero raffinatissimo, contrastato e stringente nel tentativo di spezzare le barriere oggettive tra persone e cose, ponendo entrambi dentro una scena in cui dialogare. Tutto è sdrucciolo nelle visioni di Chris Rain, le “impronte” si fanno impalpabili, pronte a mutare al primo tentativo di decifrazione. Le associazioni sono libere, anarchiche, invitano a un viaggio di cui non conosciamo né la direzione né il termine, e che già al primo passo ci induce a un freddo smarrimento, lo stesso che proviamo quando abbiamo smarrito un bagaglio. Ed è proprio il nostro bagaglio personale che Chris Rain ci invita ad abbandonare. Se vogliamo compenetrare nel suo mondo dobbiamo mantenere un assetto leggero nel quale far confluire un flusso che di incoerente ha solo l’alternarsi di suggestioni. Il mondo onirico, ha detto Freud, ci governa nel massimo punto della nostra impotenza, ci incatena per fare che la sua voce ci giunga ascoltata fino all’ultima delle vibrazioni. L’inconscio ci domina, spaglia i segni come semi su un campo e ci obbliga a interpretarli con determinazione. Qui sta il centro della ricerca di Chris Rain; e qui, in questo nucleo non emendabile, giace lo sforzo che conduce il fotografo a raccogliere per immagini il senso di un sé che, a guardare bene, è anche il nostro. E forse è per questo che l’intero lavoro non ci è così estraneo, al punto che l’osservatore troverà proprio nella disposizione dei segni – posti peraltro con una accuratezza sinfonica – un afflato tanto misterioso quanto chiaro, perché ogni essere umano è di quella roba lì che è fatto, di quelle impalpabili, dolcissime quanto disturbanti visioni che chiamiamo sogni.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Chris Rain

 

 

"The photo" says Chris Rain "is the closing ring of a series of portraits depicting characters locked up in the isolation of their mind".

With this statement Chris Rain (do not be deceived by the name, the photographer was born and lives in Rome) introduces us directly into the narrative flow through which he organizes his visions and in which the combination of elements and things, though they may seem assembled casually, they find a vigorous logic enclosed within an assumption that should never be forgotten: the photographs tell the author more than they tell the subjects represented in them.

And the photographs of Chris Rain tell of an oblique world, in constant need of being stopped in the explanation of a dimension halfway between the nightmare and the dream. All the elements dialogue in a refined, contrasted and stringent black and white in the attempt to break the objective barriers between people and things, placing both within a scene in which to dialogue.

Everything is slippery in the visions of Chris Rain, the "footprints" become impalpable, ready to change the first attempt at deciphering. The associations are free, anarchic, invite to a journey of which we know neither the direction nor the term, and that already at the first step leads us to a cold loss, the same that we feel when we lost a baggage.

And it is precisely our personal baggage that Chris Rain invites us to abandon. If we want to interpenetrate in his world we must maintain a light structure in which to introduce a flow that incoherent has only the alternation of suggestions.

The dream world, said Freud, governs us in the maximum point of our impotence, chains us to make his voice reach us heard until the last of the vibrations. The unconscious dominates us, spreads the signs like seeds on a field and forces us to interpret them with determination.

Here is Chris Rain's research center; and here, in this unreelable nucleus, lies the effort that leads the photographer to collect in images the sense of a self that, to look good, is also ours.

And perhaps that’s why the whole work is not so foreign to us, to the point that the observer will find precisely in the arrangement of the signs - also places with symphonic accuracy - an afflatus as mysterious as clear, because every human being is that stuff that is made of those impalpable, sweet as disturbing visions that we call dreams.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Chris Rain

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