SCRIPTPHOTOGRAPHY

Steve McCurry                                                                                        (USA)

STEVE McCURRY

Immaginate un saggista, uno di quegli studiosi che scrive poderosi volumi su questo o quell’altro argomento. Egli stabilirà con il lettore un rapporto basato sulla fiducia nelle proprie competenze, in cui il rigore del metodo e la serietà della ricerca sono elementi fondamentali su cui basare la qualità accademica del suo lavoro. Immaginate ora che lo stesso saggista, per dare maggiore credibilità a una tesi, deroghi dal metodo scientifico e introduce nella ricerca elementi fuori contesto, inventati, frutto della fantasia. Immaginate ancora che lo stesso saggista, una volta scoperto, si giustifichi dicendo di essere un romanziere, cioè l’esatto opposto, uno scrittore che non ha vincoli se non obbedire alla sua fantasia. Immaginate ora di trasportare tutta questa premessa in fotografia e vi apparirà l’ologramma di Steve McCurry. Grande fotografo, nulla da dire. Anzi, “grandi fotografi”, perché di McCurry ce ne sono almeno due. Il primo è il grande reporter, testimone della realtà; il secondo è un narratore. Niente di male: a essere uno o l’altro non c’è proprio nulla di male, a condizione però di non esserlo insieme altrimenti le immagini offerte saranno sempre accompagnate da un alone di sospetto, introdotto dal sibilare di una domanda, forse la più urgente e spiacevole: cosa vediamo quando si osserva una fotografia di reportage, assistiamo a un documento autentico o alla sua interpretazione? In questo caso il reporter abbandona il ruolo di testimone per accomodarsi tra gli imputati. E deve rispondere. McCurry, ad esempio, deve rispondere dei pesanti – e aggiungerei maldestri, visto che sono stati sgamati con facilità – interventi di post produzione di alcuni dei suoi scatti. Davanti a questa osservazione, che ci conduce nel territorio della lesa maestà della verità del reportage, McCurry si è difeso affermando di essere uno story teller, un narratore. Non più un “saggista” per continuare nella metafora ma un “romanziere” e dunque libero di far sparire elementi giudicati impropri da un’immagine che, da lì in avanti, deve obbedire alla composizione. McCurry, anzi l’altro McCurry ha ucciso il primo, smascherando la retorica attorno alla figura del reporter. La retorica intorno alla fotografia è un argomento interessante: temuta, blandita, costruita, allontanata la retorica ha fatto la fortuna di molti fotografi (HCB e l’attimo decisivo, peccato che non abbia mai voluto mostrarci i suoi contact sheet) e, in certi casi, ne ha decretato qualche increspatura (Doisneau, con la querelle seguita con “le Baiser de l’Hotel de Ville”). Steve McCurry, il primo, è un grande fotografo, tra i più grandi del Novecento; il secondo è solo un fotografo, un “brand” che ha un bizzarro quanto involontario primato: si è trovato alla confluenza di due differenti “democrazie” e ne è divenuto icona: non c’è fotoamatore che non abbia unito la facilità di accesso alle tecnologie di ripresa con la facilità con la quale si raggiungono luoghi esotici avendo in mente un solo obiettivo: fare fotografie “alla Steve McCurry”; ma questa è una responsabilità che può essergli imputata ma che, al contrario, sottolinea la sua grandezza, una grandezza impolverata da qualche (imperdonabile) inciampo.

Giuseppe Cicozzetti

foto Steve McCurry

https://www.stevemccurry.com/

Imagine an essayist, one of those scholars who writes powerful volumes on this or that topic. He will establish with the reader a relationship based on trust in his skills, in which the rigor of the method and the seriousness of the research are fundamental elements on which to base the academic quality of his work. Imagine now that the same essayist, to give more credibility to a thesis, deviates from the scientific method and introduces in the research elements out of context, invented, fruit of the imagination. Imagine again that the same essayist, once discovered, justifies himself by saying that he is a novelist, that is the exact opposite, a writer who has no constraints if he does not obey his imagination. Imagine now carrying all this premise in photography and the hologram of Steve McCurry will appear in it. Great photographer, nothing to say. Indeed, "great photographers", because there are at least two of McCurry. The first is the great reporter, a witness to reality; the second is a narrator. Nothing wrong with this: there is nothing wrong with being one or the other, on the condition, however, of not being together, otherwise the images offered will always be accompanied by a halo of suspicion, introduced by the hissing of a question, perhaps the most urgent and unpleasant: what do we see when we look at a reportage photograph, see an authentic document or its interpretation? In this case the reporter leaves the role of witness to sit among the defendants. And he must answer. McCurry, for example, must answer for the heavy - and I would add clumsy, given that they have been easily dislocated - post-production interventions of some of his shots. Faced with this observation, which leads us into the territory of the lese majesty of the truth of the report, McCurry defended himself by claiming to be a story teller, a narrator. No longer an "essayist" to continue in the metaphor but a "novelist" and therefore free to make disappear elements deemed improper by an image that, from then on, must obey the composition. McCurry, the other McCurry, killed the first, unmasking the rhetoric around the figure of the reporter. The rhetoric around photography is an interesting topic: feared, emboldened, built up, rhetoric has been removed and many photographers have made their fortune (HCB and the decisive moment, too bad that he never wanted to show us his contact sheets) and, in some cases, it decreed some ripple (Doisneau, with the querelle followed with "le Baiser de Hotel de Ville"). Steve McCurry, the first, is a great photographer, among the greatest of the twentieth century; the second is just a photographer, a "brand" that has a bizarre but involuntary supremacy: it has found itself at the confluence of two different "democracies" and has become its icon: there is no amateur photographer who has not combined ease of access to shooting technologies with the ease with which exotic places are reached with only one goal in mind: taking photographs "at the Steve McCurry way"; but this is a responsibility that can be imputed to him but that, on the contrary, underlines his greatness, a magnitude dusty by some (unforgivable) stumbling.

Giuseppe Cicozzetti

ph. Steve McCurry

https://www.stevemccurry.com/

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