SCRIPTPHOTOGRAPHY

Dmitry MARKOV                                                                   (Russia)

DMITRY MARKOV

La “periferia” non è solo un concetto geografico, un luogo cioè distante da una centralità riconosciuta, ma un assunto che bene si attaglia alla condizione dell’uomo. Essere “periferici”, in entrambi i casi, vuol dire essere in qualche modo dimenticati, relegati a una marginalità passiva, a una esclusione senza possibilità di redenzione. La Russia di Putin ha certificato lo stabilirsi di un capitalismo aggressivo che ha prodotto un rapido arricchimento incapace di una qualsiasi redistribuzione del reddito e, dunque, in ossequio alle ferree leggi dell’economia, il numero della popolazione esclusa da qualunque forma di inclusione economica è infinitamente superiore a quegli “happy few” che ora controllano ogni segmento della produzione economica. Questi sono i nuovi zar. Il fotografo russo Dmitry Markov, in un lavoro durato circa quattro anni, ha viaggiato lungo una Russia ai margini di se stessa, ai confini di una centralità che ha spento il suo interesse – ammesso lo abbia mai avuto – per una umanità relegata al ruolo di vittima sacrificale di un benessere che si celebra altrove e chiamata a interpretarne ogni bruttura. Le fotografie di Markov (premiatissime su Instagram: tutte le fotografie sono state scattate attraverso l’obiettivo di uno smartphone) si articolano lungo l’asse di un disagio sociale sospeso tra resilienza e tentazioni autodistruttive, a metà tra una resa rassegnata e derive ribelliste da giocarsi sul piano di un dissenso disperato, controproducente, se non agli altri a se stessi. Le fotografie sono crude, rapide come solo se si scatta con un telefono cellulare, non omettono nulla. Non ci sono né manipolazioni né niente che voglia sopraffare l’immediatezza di un momento che, c’è da immaginare, sarà lungo come un’eternità. In questa “naturalezza” il lavoro di Markov assume un sapore “neorealista”: soggetti qualsiasi, giorni qualsiasi, ambientazioni qualsiasi legate insieme da una muta disperazione nella quale ognuno tenta come può di non finire schiacciato da una condizione decisa da regole economiche di cui nemmeno si è a conoscenza ma che ognuno combatte come può; mentre gli effetti sono già visibili nella deprivazione, nelle malattie, nell’indigenza, nella tossicodipendenza e nella criminalità. Markov non giudica, descrive. Privo di qualunque obiettivo moralizzatore, registra quasi senza emozione, come se avesse sentito l’inganno prodotto da un suo qualsivoglia intervento. C’è una Russia, ci dice Markov, dimenticata e questi sono i suoi figli dal destino negletto. Poi, com’è giusto, il fotografo coglie una speranza e ce la mostra. Ovunque aleggia un senso di pietà e commozione, mentre nei bambini colti al gioco si segnala quel senso di freschezza che, sebbene alcune siano state scattate persino dentro un Istituto, riempie l’osservatore di una ritrovata e commossa bellezza. Ma poiché la poesia si annida ovunque, Markov ha saputo coglierla e tradurla per noi. Si osservi la fotografia dei due ragazzi mentre si rilassano conversando su dei sacchi. Guardate com’è composta la fotografie e i suoi segni: un cielo sopra di loro è trapunto da nuvole che non minacciano alcunché. Poi ve ne sono delle altre a terra, quelle in cui sono sdraiati i giovani: i sacchi. Noi troviamo questa fotografia l’emblema di una momentanea felicità, una spensieratezza da celebrare proprio su quelle “nuvole a terra” che fanno da ponte con quelle atmosferiche. Tra tutte questa è la foto più sognante e insieme potentemente eversiva proprio nel tentativo di riappropriarsi dei tempi della propria identità.

Sebbene le fotografie di Dmitry Markov intendano “mostrare” freddamente il compendio della condizione dell’escluso, il tema documentario è così forte che proiettano il lavoro nella sfera “politica”, chiamandoci a schierarci, a prendere una precisa posizione. Nulla nella vita è neutro. 

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Dmitri Markov

 

https://www.instagram.com/dcim.ru/

 

https://shop.sreda.photo/goods/dmitry_markov_chernovik/

The "periphery" is not just a geographical concept, a place that is distant from a recognized centrality, but an assumption that is well suited to the condition of man. Being "peripheral", in both cases, means to be somehow forgotten, relegated to a passive marginality, to an exclusion without possibility of redemption.

Putin's Russia has certified the establishment of an aggressive capitalism that has produced a rapid enrichment incapable of any redistribution of income and, therefore, in accordance with the strict laws of the economy, the number of the population excluded from any form of economic inclusion is infinitely superior to those "happy few" that now control every segment of economic production.

These are the new tsars. The Russian photographer Dmitry Markov, in a work that lasted about four years, traveled along a Russia on the edge of itself, on the edge of a centrality that has extinguished his interest - if he ever had - for a humanity relegated to the role of sacrificial victim of a well-being that is celebrated elsewhere and called to interpret every ugliness. Markov's photographs (very rewarding on Instagram: all the photographs were taken through the lens of a smartphone) are articulated along the axis of a social unease suspended between resilience and self-destructive temptations, halfway between a resigned surrender and rebellious drifts to be played on the plan of a desperate dissent, counterproductive, if not to others to themselves.

The photographs are raw, quick as if you shoot with a cell phone, they do not omit anything. There are no manipulations or anything that wants to overwhelm the immediacy of a moment that, as you would imagine, will be as long as an eternity. In this "naturalness" Markov's work takes on a "neorealist" flavor: any subject, any day, any setting linked together by a mute desperation in which everyone tries as he can not be crushed by a condition decided by economic rules one is aware but each one fights as best he can; while the effects are already visible in deprivation, disease, poverty, drug addiction and crime. Markov does not judge, he describes. Without any moralizing goal, he registers almost without emotion, as if he had heard the deception produced by his own intervention.

There is a Russia, Markov tells us, forgotten and these are his children of neglected destiny. Then, as is right, the photographer catches a hope and shows it to us. Everywhere there is a sense of piety and emotion, while in the children caught in the game we point out that sense of freshness that, although some have even been taken inside an Institute, fills the observer with a new and moving beauty.

But since poetry lurks everywhere, Markov knew how to capture it and translate it for us. Observe the photograph of the two boys while they relax conversing on bags. Look how the photographs and its signs are composed: a sky above them is trapped by clouds that do not threaten anything. Then there are others on the ground, those in which the young are lying: the bags.

We find this photograph the emblem of a momentary happiness, a carefree to celebrate precisely on those "clouds on the ground" that act as a bridge with atmospheric ones. Among all this is the most dreamy and powerfully subversive photo just in an attempt to regain the times of their identity.

Although Dmitry Markov's photographs intend to "show" coldly the compendium of the condition of the excluded, the documentary theme is so strong that they project work into the "political" sphere, calling us to line up, to take a precise position. Nothing in life is neutral.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Dmitri Markov

 

https://www.instagram.com/dcim.ru/

 

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