SCRIPTPHOTOGRAPHY

Chris KOVACS                                                                              (USA)

CHRIS KOVACS


Osservare le fotografie del giovane fotografo canadese Chris Kovacs vuol dire introdursi in una dimensione parallela, in un mondo cioè, dove incombono le ombre di entità accuratamente separate. La concezione spazio-temporale è completamente distorta e confluita in una specie di ciclo eterno dove si ha la visione di un futuro e di un passato ripiegati l’uno sull’altro. Un attimo e il tempo è congelato sull’altare di una realtà multipla in perenne movimento. Le città accolgono l’uomo con un flusso rapsodico, con un movimento ipnotico che stabilisce l’esistenza di un regno alternativo. Come alternativo è lo strumento con cui fotografa, filologicamente attinente all’esplorazione: l’iPhone. Una certa predilezione del bianco e nero non sovrasta il desiderio più recente de fotografo di confrontarsi con l’esperienza del colore, che si fa nervoso e acceso come ramificazioni elettriche sprigionanti materia visiva, in cui la città di New York – la serie (2104) è omonima – appare dominata da un livido torpore, da una plumbea energia che mescola insieme vite e ombre nel mai risolto dualismo di un dinamismo offuscato dalla staticità delle costruzioni. Il risultato è una formidabile combinazione di flussi che accelera in “City of Delusion” (2018). Qui, con queste immagini, abbiamo il senso di un approfondimento, quasi che il fotografo avesse individuato un linguaggio e ora, ormai sicuro, spiega assunti e teorie della ricerca. Una ricerca che ha origini lontane, quando, cioè, era governato dalla sacralità del bianco e nero, come dimostrano i lavori tra il 2014 e 2015. Le città di Chris Kovacs sono vive. La molteplicità degli scatti, poi assemblati magistralmente in fase di post-produzione, scarnificano le città dalla staticità a cui sarebbero condannate, immettendo una vitalità spesso obliqua e misteriosa come dev’essere tutto ciò che il nostro occhio non riconosce. La visione è straniante. E se la riteniamo tale allora vuol dire che siamo prede della trappola verso cui il fotografo ci ha spinto: un’interpretazione bidimensionale dello spazio; lo spazio che contiene la realtà del tempo e l’effimero delle emozioni. Tutto infatti si gioca sul piano cangiante delle impressioni, dello sguardo fugace invitato alla sosta per cogliere meglio l’ordito della composizione che, come si addice a ogni cosa che volontariamente si attarda alla comprensione, si lascia interpretare alla luce di una visione in controluce. Un gioco, un magnifico gioco di visioni parallele a cui Chris Kovacs ci invita a partecipare. E noi, pur non conoscendo le regole, non resistiamo all’invito.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “New York”; “City of Delusion”, “Works – 2015-2015”.

 

foto Chris Kovacs

 

http://www.christophertamaskovacs.com/

 

Observing the photographs of the young Canadian photographer Chris Kovacs means introducing oneself into a parallel dimension, in a world where shadows fall in a carefully separated entity.

The spatio-temporal conception is completely distorted and merged into a sort of eternal cycle where one has the vision of a future and a past folded over one another. A moment and time is frozen on the altar of a multiple reality in constant movement. The cities welcome the man with a rhapsodic flow, with a hypnotic movement that establishes the existence of an alternative kingdom.

As alternative is the tool with which he photographs as well, philologically relevant to the exploration: the iPhone. A certain predilection of black and white does not dominate the more recent desire of the photographer to confront the experience of color, which becomes nervous and lit as the electric branches giving off visual matter, in which the city of New York - the series (2104) is homonymous - appears dominated by a bruising torpor, a plumbea energy that mixes together lives and shadows in the never resolved dualism of a dynamism obscured by the static nature of buildings.

The result is a formidable combination of flows that accelerates in "City of Delusion" (2018). Here, with these images, we have the sense of a deepening, as if the photographer had identified a language and now, by now sure, explains assumptions and theories of research. A research that has distant origins, when, that is, was governed by the sacredness of black and white, as shown by the works between 2014 and 2015. The cities of Chris Kovacs are alive.

The multiplicity of the shots, then assembled masterfully in post-production, scarify the city from the static to which they would be condemned, entering a vitality often oblique and mysterious as must be everything that our eye does not recognize. The vision is alienating.

And if we think so, then it means that we are preys into the trap to which the photographer has pushed us: a two-dimensional interpretation of space; the space that contains the reality of time and the ephemeral of emotions. In fact, everything is played on the changing plane of impressions, of the fleeting look invited to the stop to better grasp the texture of the composition that, as befits everything that voluntarily lingers for understanding, can be interpreted in the light of a backlit vision.

A game, a magnificent game of parallel visions to which Chris Kovacs invites us to participate. And we don’t resist the invitation, even if we do not know the rules.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “New York”; “City of Delusion”, “Works – 2015-2015”.

 

ph. Chris Kovacs

 

http://www.christophertamaskovacs.com/

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