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Josef KOUDELKA                                                                  (Rep. Ceca)

JOSEF KOUDELKA

Non esiste minoranza etnica che sia più vessata e la cui storia, millenaria, sia ricolma di pregiudizi. Non hanno chi può parlare in loro vece né qualcuno cui bussare per essere difesi e non furono risparmiati dalla barbarie nazista. Non hanno terra né Stato ma abitano da sempre ogni terra e Stato. Sono gli zingari. La loro esistenza è un viaggio che somiglia alla vita. Invisi da sempre, accolti mai. Tollerati, questo sì ma noi sappiamo che il termine tolleranza racchiude in sé un senso di superiorità morale, culturale, persino razziale che nasconde l’autentico sentire: la loro sopportazione. Non c’è società europea, basta guardare a quanto succede in Italia a proposito della proposta di un “censimento etnico”, che esprimendo il desiderio di “mettere ordine” alla condizione di Rom e Sinti non pensi più a se stessa. Come ogni cosa sconosciuta, degli zingari si ha paura. Rubano, dicono, tutti. Rapiscono i bambini, dicono, ma non c’è statistica che li riguardi in nessuna stazione di polizia. Ma c’è chi agli zingari deve tutto. E’ Josef Koudelka. Scopre della loro esistenza quando, ancora bambino, una carovana nomade attraversa il suo villaggio in Moravia. Un uomo, uno che nei villaggi dava gli annunci, avvisa tutti che “stanno arrivando gli zingari” il che equivale a chiudersi in casa e nascondere oche e galline. “Non accadde nulla” racconta Koudelka “proprio nulla, ma fui così colpito al tal punto che quando decisi cosa volevo fare, mi dissi che dovevano essere loro i primi soggetti da fotografare”. Agli zingari Koudelka deve la sua libertà. Nel 1970, grazie a una borsa di studio, Koudelka “esce” da una Cecoslovacchia blindata dopo il fallimento della primavera e si reca in Provenza, a fotografare i Gitani nelle secche della Camargue. Non vi farà più ritorno, se non vent’anni più tardi. Lo sguardo di Koudelka per gli zingari è compenetrato da una forte sensibilità antropologica, tutto nei suoi scatti assume un valore simbolico che a momenti trascende gli stessi soggetti. “Gypsy” segna indelebilmente una poetica fotografica: le processioni religiose, la vita quotidiana, le cerimonie funebri obbligano l’osservatore a soffermarsi su particolari sconosciuti e mai banali di un realismo crudo e poetico, così che i volti sono illuminati da un bianco e nero granuloso, plastico che accentua l’essenzialità di una vita attraversata da una composta e umile dignità. La vita, si diceva. Koudelka ne celebra i passaggi quotidiani, le intimità come le interazioni pubbliche declinate nella direzione di una scoperta che si offre silenziosamente, con rispetto e nella quale, sfogliando le immagini, intravvediamo una fierezza che somiglia alla libertà. Nulla è omesso, non il dolore né la morte, qui accettata come parte consustanziale della vita e dalla cui immagini apprendiamo come il lutto – Koudelka ci mostra una veglia funebre dai toni liricamente drammatici – interessi un’intera comunità e nel cui scatto c’è l’incrocio di una generazione che scompare e una che ne prende il posto. ““Gypsy” è un trattato antropologico per immagini, un documento necessario che ad anni dalla sua pubblicazione non ha smarrito il vigore. Anzi, lo acquista ogni volta che il risentimento razziale soffia minaccioso. Noi osserviamo le immagini e la nostra sensibilità è guidata verso l’evaporazione dei pregiudizi, la cancellazione di una paura che può provenire soltanto dalla conoscenza dell’altro. Con “Gypsy” Koudelka ha pareggiato i conti: dagli zingari ha avuto in cambio la libertà, lui li restituisce una poesia nomade. Come la sua fotografia.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Gypsy”

 

foto Josef Koudelka

 

http://pro.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=CMS3&VF=MAGO31_10_VForm&ERID=24KL535C7T

 

There’s no ethnic minority that is more oppressed and whose history, millenarian, is full of prejudices. They do not have anyone who can speak for them nor someone to knock to be defended and were not spared from Nazi barbarism. They have neither land nor state but they always inhabit every land and state.

They are gypsies. Their existence is a journey that resembles life. Always invisi, ever welcomed. Tolerated, yes, but we know that the term tolerance contains in itself a sense of moral, cultural, even racial superiority that hides the authentic feeling: their sufferance. There is no European society, just look at what happens in Italy about the proposal of an "ethnic census", which expressing the desire to "put order" to the condition of Roma and Sinti no longer think of itself.

Like everything unknown, gypsies frighten us. They steal, some say, everyone. They kidnap the children, they say, but there is no statistic regarding them at any police station. But there are those who need gypsies for everything. It is Josef Koudelka. He discovers their existence when, as a child, a nomad caravan passes through his village in Moravia. A man, one who in the villages gave the announcements, warns everyone that "Gypsies are coming" which is equivalent to closing at home and hiding geese and hens.

"Nothing happened," says Koudelka "nothing at all, but I was so impressed that when I decided what I wanted to do, I told myself that they were the first subjects to be photographed". Gypsies Koudelka owes his freedom. In 1970, thanks to a scholarship, Koudelka "comes out" from a Czechoslovakia armored after the failure of “Prague Spring” and goes to Provence, to photograph the Gypsies in the shallows of the Camargue. He will never return to you, if not twenty years later.

Koudelka's gaze for gypsies is interpenetrated by a strong anthropological sensitivity, all in his shots takes on a symbolic value that at times transcends the same subjects. "Gypsy" indelibly marks a photographic poetics: religious processions, daily life, funeral ceremonies oblige the observer to dwell on strange and never banal details of a raw and poetic realism, so that the faces are illuminated by a black and white grainy, plastic that accentuates the essentiality of a life through a composed and humble dignity.

Life, it was said. Koudelka celebrates the daily passages, the intimacies as the public interactions declined in the direction of a discovery that offers itself silently, with respect and in which, flipping through the images, we glimpse a pride that resembles freedom. Nothing is omitted, not pain or death, here accepted as a consubstantial part of life and from which images we learn as mourning - Koudelka shows us a lyrically dramatic funeral vigil - interests an entire community and in whose shot there is the crossing of a generation that disappears and one that takes its place. "" Gypsy "is an anthropological treatise for images, a necessary document that has not lost its vigor years after its publication.

On the contrary, it acquires it whenever the racial resentment blows menacingly. We observe the images and our sensitivity is guided towards the evaporation of prejudices, the cancellation of a fear that can only come from knowing the other. With "Gypsy" Koudelka drew the score: the gypsies had freedom in return, he returns them a nomadic poetry. Like his photography.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Gypsy”

 

ph. Josef Koudelka

 

http://pro.magnumphotos.com/C.aspx?VP3=CMS3&VF=MAGO31_10_VForm&ERID=24KL535C7T

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