SCRIPTPHOTOGRAPHY

Masha IVANSHINTSOVA                           (Russia)

MASHA IVANSHINTSOVA

Qualcuno ancora non ha superato lo stupore del caso Vivian Maier che ecco che, da un’altra parte del mondo, ne sbuca un altro, anch’esso destinato a suscitare clamore. San Pietroburgo, 2000. Una giovane donna, Asya Melkumyan, a causa della morte della madre ne eredita l’appartamento. Durante i lavori di ristrutturazione la donna scopre che in soffitto sono conservati qualcosa come 30.000 negativi. Gli scatti sono della madre, Masha Ivanshintsova (1943-2000) che non ha mai voluto – salvo rari casi – fossero sviluppati. Si può dire che le similitudini tra le fotografe americana e russa finiscono qui, almeno per lo stile fotografico ma siamo sicuri che si ripeterà l’aspetto mediatico e commerciale di una storia ancora tutta da raccontare. Masha Ivanshintsova, nata da una famiglia aristocratica che perse ogni proprietà dopo la rivoluzione bolscevica, inizia a scattare dall’età di diciotto anni e lungo la sua “segreta” attività ha testimoniato i suoi giorni, chiusi nella coincidenza del passaggio da una società comunista a una liberale. Ma c’è un problema. Anzi, una serie di opportunità che in qualche modo le saranno fatali per la sua affermazione personale e professionale. Masha Ivanshintsova partecipa attivamente ai fermenti artistici che nella Leningrado dell’epoca movimentavano clandestinamente la vita culturale. Amò e molto. Disperatamente. In quegli anni ebbe relazioni con alcuni intellettuali che ne consumarono le certezze. Il fotografo Boris Smelov, che le regalò la prima macchina fotografica, il poeta Viktor Krivulin e il linguista Melvar Melkunyan, che la rese madre di Asya, ebbero sul suo carattere un effetto di devastante insicurezza. Stretta tra le personalità di questi uomini Masha maturò un profondo senso d’insicurezza, e non ritenendosi all’altezza di un confronto si eclissò alla loro ombra, la stessa destinata alle poesie, ai suoi diari. E alle sue fotografie. “Non ho mai avuto un ricordo che mi riguardasse” ha lasciato scritto “ma sempre e solo per gli altri. Ho amato senza memoria”. Come accennato prima le similitudini con il fenomeno Vivian Maier si fermano ben prima che qui. Noi non sappiamo ancora con certezza – né mai lo sapremo perché Maier non abbia mai voluto sviluppare i suoi rullini, lo sappiamo bene invece nel caso di Ivanshintsova. Due storie dunque diverse ma, è facile intuire, che convergeranno presto nel lato forse meno seducente per entrambe le fotografe: il mercato. E infatti, in anticipo sul nostro stupore la figlia Masha sta compiendo una vera e propria operazione di marketing volta alla diffusione capillare (mostre, pubblicazioni, siti web, ecc.) dell’attività della madre.  Masha Ivanshintsova non c’è più. Muore nell’estate del 2000. Ma prima le spetta il calvario della depressione, la stessa che la condurrà ad essere internata in più ospedali psichiatrici. Masha Ivanshintsova ha detto, come abbiamo ricordato, di avere vissuto una vita senza ricordi. Ricordiamola noi, ora che abbiamo imparato a conoscerla.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Masha Ivanshintsova

 

http://mashaivashintsova.com/

 

Someone still has not surpassed the amazeming case of Vivian Maier, that, from another part of the world, comes out another, which is also destined to arouse hype. St. Petersburg, 2000.

A young woman, Asya Melkumyan, inherits the apartment due to her mother's death. During the renovations, the woman discovers that something like 30,000 negatives are stored on the ceiling. The shots are from the mother, Masha Ivanshintsova (1943-2000), who never wanted - except in rare cases - to be developed.

It can be said that the similarities between American and Russian photographers end here, at least for the photographic style but we are sure that the media and commercial aspect of a story still to be told will be repeated. Masha Ivanshintsova, born of an aristocratic family who lost all property after the Bolshevik revolution, began to shoot from the age of eighteen and during her "secret" activity she witnessed her days, closed in the coincidence of the transition from a communist society to a liberal.

But there's a problem. Indeed, a series of opportunities that in some way will be fatal for her personal and professional affirmation. Masha Ivanshintsova actively participates in the artistic ferments that in the Leningrad of the time moved clandestinely cultural life. She loved and a lot. Desperately. In those years had relations with some intellectuals who consumed the certainties. The photographer Boris Smelov, who gave her the first camera, the poet Viktor Krivulin and the linguist Melvar Melkunyan, who made her mother of Asya, had an effect of devastating insecurity on her character.

Squeezed among the personalities of these men Masha matured a deep sense of insecurity, and not being worthy of a comparison eclipsed in their shadow, the same destined to the poems, to her journals. And to his photographs. "I never had a memory that concerned me" she left written "but always and only for others. I loved without memory".

As mentioned before, the similarities with the Vivian Maier phenomenon stop well before here. We don’t know yet with certainty - nor will we ever know why Maier never wanted to develop his own films, we know it well in the case of Ivanshintsova. So two stories are different but, it’s easy to guess, that will soon converge on the side perhaps less seductive for both photographers: the market.

And indeed, in advance of our amazement, daughter Masha is carrying out a real marketing operation aimed at widespread dissemination (exhibitions, publications, websites, etc.) of her mother's activity. Masha Ivanshintsova is gone. She died in the summer of 2000. But first it is the ordeal of depression, the same that will lead her to be interned in more psychiatric hospitals. Masha Ivanshintsova said, as we have mentioned, that she had lived a life without memories. Let’s remember her, now that we have learned to know her.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Masha Ivanshintsova

 

http://mashaivashintsova.com/

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