SCRIPTPHOTOGRAPHY

EVALDAS IVANAUSKAS

Un soffio di delicata disperazione. I giorni dell’uomo sono attraversati dalla consapevolezza che la morte non è solo un episodio che riguarda quanti non ci sono più: il lutto, per essere superato, ci suggerisce di mantenere viva la memoria d’un caro quasi che ricordarlo sia la chiave per mantenerne ancora la presenza. Il corpo non c’è più, né potrà mai più tornare, ma gli episodi condivisi, così come quel cumulo di parole, cose, sorrisi, carezze che assumono il nome di memoria e che irrorano la vita pretendono d’essere ricordate in eterno. La morte si sconfigge con la memoria. I temi della perdita, della memoria come sentimento sono cari a ogni latitudine e nella sensibilità con la quale si affrontano cogliamo l’esistenza di un’emozione comune, come un respiro dolente e struggente che restituisce a ognuno il senso dell’appartenenza alla comunità degli uomini. Il fotografo lituano Evaldas Ivanauskas esplora esattamente queste due tematiche, perdita e memoria, così fortemente intrecciate. Lo svolgimento è minimale, quasi a ricordarci che non è necessaria una drammaturgia funesta per raccontare un’assenza e che a stessa può essere descritta scarnificandola fino all’essenza. Poche cose compongono l’inquadratura, ciò che resta, ciò che sopravvive alla dipartita: un abito, due, appesi alle grucce ma che da soli divampano il loro potere evocativo, restituendoci brandelli di commozione. In “The Missing Dad”, una fotografia che in accordo al linguaggio della rete è diventata “virale”, è contenuta l’intera summa concettuale del lavoro di Ivanauskas. C’è, lo vediamo dagli abiti della donna, una collocazione temporale che nonostante sia individuabile durante la prima Guerra Mondiale è in grado, visto il dramma a cui fa riferimento, di interessare ogni epoca, perché in ogni epoca la guerra è stata una fabbrica di vedove. Ma come restituire la tenacia della memoria, l’attaccamento al ricordo di un uomo caduto in battaglia è frutto di genialità. Qui a noi basta vedere che la donna prende sottobraccio la manica di un cappotto “vuoto”, assente cioè del corpo ma colmo di un sentimento che mai si dileguerà. Alla sinistra, un bambino. E’ il figlio, il “vero sconfitto” come direbbe Kurt Vonnegutt, perché una volta cresciuto toccherà a lui andare al fronte. La momentanea distanza dal figlio conferisce alla donna l’esclusivo e primario ruolo di donna e sposa, ma il bambino riallaccia la scena e dunque entra di diritto nel raccordo della memoria grazie al berretto militare del padre che ora è sul suo piccolo capo. Una tragedia personale, piccola forse nel grande dramma della guerra ma che ci arriva in tutto il suo potere proprio perché piccola, vicina a noi ma che, al contempo diventa l’icona contro la follia dell’uomo sull’uomo, della sua insensatezza; così questa fotografia va a iscriversi di diritto come una delle immagini più efficacemente antimilitariste che abbiamo mai visto. Memoria e identità in un gioco – felicissimo – di montaggi ed elaborazioni digitali, creatrici di una sorta di crogiolo emozionale. Come definire altrimenti quel gioco di sguardi di bambina che fruga la serenità espressiva di una donna di là con gli anni. Ma siamo sicuri di vedere ciò che vediamo oppure come in un gioco di specchi siamo ingannati? Forse è la donna anziana che sorride dolcemente al ricordo di lei bambina; e osservate la composizione: la donna è rappresentata a metà, è al buio, forse è all’interno della sua abitazione; la bambina invece è fuori, le vediamo da oltre una finestra. Ha con sé, discosto poco dietro, forse il fratellino. Questa fotografia avvince come una sciarada, è allusivamente caleidoscopica e si presta a molte interpretazioni sottolineandone in profondità la natura ambigua di cui è composta ontologicamente. Evaldas Ivanauskas è un poeta dell’immagine. Lo è perché fotografa ma sono sicuro che se scrivesse comporrebbe poesie di pari sensibilità; e per la nostra commozione. E come a un poeta basta un verso per descrivere la vastità del mondo così a Ivanauskas basta l’accenno d’un treno e un tappeto di valigie disseminate per suggerire i pericoli derivanti dalla perdita del bene più prezioso dell’uomo, la sua identità. Qui siamo nel territorio dell’espressione surrealista che il fotografo lituano dimostra di padroneggiare e in cui le metafore animali vanno sono più prossime a noi di quanto non siamo disposti ad ammettere. Come detto in apertura, queste sono fotografie attraversate da una delicata disperazione. Noi offriamo il nostro sguardo commosso mentre alla mente accorrono ricordi e suggestioni.  Ed è bellissimo esserne trafitti.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Evaldas Ivanauskas

 

A breath of delicate desperation. The days of man are crossed by the awareness that death is not just an episode that concerns those who are no longer there: mourning, to be overcome, suggests that we keep alive the memory of a loved one, almost as if to remember it is the key to still keep its presence.

The body is no longer there, nor will it ever come back, but the shared episodes, as well as that heap of words, things, smiles, caresses that take the name of memory and which sprinkle life pretend to be remembered forever. Death is defeated by memory. The themes of loss, of memory as feeling are dear to every latitude and in the sensitivity with which they face we grasp the existence of a common emotion, like a painful and poignant breath that returns to everyone the sense of belonging to the community of men.

The Lithuanian photographer Evaldas Ivanauskas explores exactly these two themes, loss and memory, so strongly intertwined. The development is minimal, as if to remind us that a deadly dramaturgy is not necessary to tell an absence and that it can be described by scarnifying it to its essence. Few things make up the framing, what remains, what survives the departure: a dress, two, hanging from crutches but which by themselves flare up their evocative power, giving us shreds of emotion.

In "The Missing Dad", a photograph that according to the language of the network has become "viral", contains the entire conceptual summa of Ivanauskas' work. There is, we see it from the clothes of the woman, a temporal collocation that despite being identifiable during the World War I is able, considering the drama to which it refers, to interest every epoch, because in every epoch the war has been a factory of widows.

But how to restore the tenacity of memory, the attachment to the memory of a man fallen in battle is the result of genius. Here it is enough for us to see that the woman takes the sleeve of an "empty" coat under her arm, absent that is of the body but full of a feeling that will never disappear. On the left, a child.

It’s the son, the "real loser" as Kurt Vonnegutt would say, because once he grows up, it will be up to him to go to the front. The momentary distance from the son gives the woman the exclusive and primary role of woman and bride, but the child reconnects the scene and therefore enters by right into the connection of memory thanks to the military cap of his father who’s now on his little head.

A personal tragedy, perhaps small in the great drama of war but which reaches us in all its power precisely just because it’s small, close to us but which, at the same time becomes the icon against the folly of man over man, of his senselessness; so this photograph goes to register by law as one of the most effectively antimilitarist images we have ever seen. Memory and identity in a game - very happy - of montages and digital elaborations, creators of a sort of emotional crucible. How to define otherwise that game of looks of a little girl that searches the expressive serenity of a woman over the years.

But are we sure we see what we see or how we are fooled in a game of mirrors? Perhaps it is the old woman who smiles sweetly at the memory of her child; and observe the composition: the woman is represented in half, she is in the dark, perhaps she is inside her home; the child is outside, we see them from beyond a window. She has perhaps little brother not far behind her.

This photograph captivates like a charade, is allusively kaleidoscopic and offers itself to many interpretations emphasizing in depth the ambiguous nature of which it is composed ontologically. Evaldas Ivanauskas is a poet of the image. It’s because he photographs but I am sure that if he wrote he would compose poems of equal sensitivity; and for our emotion.

And like a poet, a verse is enough to describe the vastness of the world, so Ivanauskas only needs a hint of a train and a carpet of suitcases scattered to suggest the dangers of losing the most precious human asset, its identity. Here we are in the territory of the surrealist expression that the Lithuanian photographer proves to handle and where animal metaphors go are closer to us than we are willing to admit.

As mentioned at the beginning, these are photographs crossed by a delicate desperation. We offer our moving eyes while memories and suggestions come to mind. And it's beautiful to be transfixed.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Evaldas Ivanauskas

 

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