SCRIPTPHOTOGRAPHY

Judith IN DEN BOSCH                                           (Olanda)

JUDITH IN DEN BOSCH

Le cose che una fotografia non dice sono spesso più di quello che dice. Solo un particolare, un riverbero, un dettaglio di ciò che è rappresentato può dare l’illusione di stare guardando anche quanto non c’è. Vi sono anime attraversate da un’urgenza sconosciuta a cui conviene piegarsi, per lasciarsi trasportare in una dimensione emotiva che non chiede altro che essere ascoltata e raccontata. Noi siamo la voce di quanto vediamo. Così come i poeti sono le parole che non troviamo, i fotografi sono gli occhi che vedono per noi. E raccontano l’indecifrabile, proprio come i poeti. La fotografa olandese Judith in den Bosch racconta di un mondo intimo, raccolto nelle brume di un’atmosfera in cui l’accenno, l’allusione visiva è essa stessa la cifra stilistica cui affidare la pienezza di un racconto. Judith in den Bosch non intende solo narrare il suo intorno, sa che se vuole giungere alla verità delle cose deve interpretarlo, misurarlo cioè con la distanza che occorre da una visione piena – e dunque così riconoscibile da perdere ogni fascino – a una nebulosa, pulviscolare, capace di estendere la sua ingannevolezza nello spazio del reale e dilagarvi, perché il vero ci appaia ancora più vero. Tutto dura il tempo dell’osservazione e, osservando le foto, è un tempo che si dilata per posarsi su ogni cosa. Ora è un paesaggio, un albero oppure un riflesso; poi un ritratto, figure solitarie o colte nell’indistinta frenesia dell’indifferenza: tutto ha dignità d’essere raccontato, purché si abbia un modo coerente. Le fotografie di Judith in den Bosch scivolano con la ruvidità abrasiva delle parole che non vogliono lasciarsi dimenticare e infatti l’osservazione si attarda, come se fossimo in attesa di un salto nel racconto, dell’apparizione di un elemento che rovesci le convinzioni da noi stesse ritenute deboli e pertanto restiamo in attesa di un livello invisibile che giunga in soccorso. Ma di un “soccorso emozionale” non c’è necessità: quanto ha da dirci la fotografa è tutto nelle sue immagini, in quelle brumose e intime atmosfere, davanti alle quali chi osserva non può aggiungere nemmeno un flebile respiro. Tutto è davanti ai suoi occhi che – e finché vogliamo – sono anche i nostri. Ed è proprio questo dialogo a una distanza che convince, lo stabilirsi cioè di un’osmosi emotiva, di un respiro condiviso, di un sogno fatto in due che rende le immagini più vicine di quanto a uno sguardo veloce non appaiano. La percezione del vero si avvicina, il racconto è completo: quel che è presente nelle fotografie di Judith in den Bosch fuoriesce intatto, con il vigore di una relazione che intende rimanere.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

Foto Judith in den Bosch

 

Things that a photograph doesn’t say are often more than what it says. Only a detail, a reverberation, a particular of what is represented can give the illusion of being also looking at what isn’t there.

There are souls crossed by an unknown urgency that should be folded, to be transported in an emotional dimension that asks nothing more than to be heard and told. We are the voice of what we see. Just as poets are the words we do not find, photographers are the eyes they see for us.

And they tell the indecipherable, just like the poets. The Dutch photographer Judith in den Bosch tells of an intimate world, gathered in the mists of an atmosphere in which the reference, the visual allusion is itself the stylistic code to entrust the fullness of a story.

Judith in den Bosch doesn’t only want to narrate her surroundings, she knows that if she wants to reach the truth of things she has to interpret it, that is to say, with the distance that it takes from a full vision - and therefore so recognizable as to lose all fascination - to a nebulous, dusty, capable of extending its deceptiveness into the space of reality and spreading out, so that truth may appear even truer to us.

Everything lasts the time of observation and, observing the photos, it is a time that expands to settle on everything. Now it is a landscape, a tree or a reflection; then a portrait, solitary figures or taken in the indistinct frenzy of indifference: everything has the dignity of being told, provided there is a coherent way.

The photographs of Judith in den Bosch slip with the abrasive roughness of the words that don’t want to be forgotten and in fact the observation lingers, as if we were waiting for a jump in the story, the appearance of an element that reverses the convictions from us they are considered to be weak and therefore we are waiting for an invisible level that comes to the rescue.

But there is no need for "emotional rescue": what the photographer has to say is all in his images, in those misty and intimate atmospheres, in front of which the observer can not add even a faint breath. Everything is before his eyes that - and as long as we want - are also ours.

And it is this dialogue at a distance that convinces, the establishment of an emotional osmosis, a shared breath, a dream made in two that makes the images closer than a quick glance does not appear. The perception of the truth approaches, the story is complete: what is present in the photographs of Judith in den Bosch comes out intact, with the strength of a relationship that intends to stay.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Judith in den Bosch

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