SCRIPTPHOTOGRAPHY

ROBERT HERMAN

Un foglietto, lasciato lì con una domanda: «How can you enjoy life?». Una domanda che tormentava la mente di Robert Herman (1956-2020). Poi un salto dal sedicesimo piano della sua abitazione di New York, come se dal mettere fine alla propria vita potesse arrivare una risposta. Ma per quanto assurdo possa apparire la depressione è un male di vivere talmente profondo che il pensiero della morte diventa una consolazione. «Come potete amare la vita?». Il mondo circostante a Herman non gli diceva più nulla. Quel mondo immaginifico, le meravigliose discese nella vita d’ogni giorno a scattare fotografie di strada in ogni parte del mondo, era finito. Forse da un tempo che nessuno ha saputo riconoscere nella dissimulazione d’occhi che non vedono, di sorrisi senza luce, di parole senza suono. Ora, tra lo stordimento e lo sgomento, apprendiamo che i suoi giorni sono stati avvolti da un silenzio così cupo e impenetrabile da frenare anche il più timido degli sguardi che osi proiettarsi nel futuro. Herman aveva scelto di rappresentare un mondo colorato, proseguendo nella tradizione di quanti al “momento decisivo” hanno preferito catturare la “sensazione definitiva” di qualcosa che si svolgeva sotto i loro occhi e che non necessitava di nessuna regia. I suoi libri, “The New Yorker” (2013) e “The Phone Book” (2015) segnano indelebilmente la fotografia di strada e insieme sanciscono l’eclettismo tecnico di cui era capace, un gioco che dall’analogico sconfina nel digitale, nella freschezza delle Polaroid, per approdare alle nuovissime applicazioni tecnologiche di IPhone e Hipstamatic con cui racconta l’intreccio umano di “The Phone Book”. Dal suo lavoro apprendiamo come Robert Herman – non sembri irriguardoso – amasse la vita. L’amava osservarla, trarne un senso e condurlo in un gioco di segni il cui assunto va consumato nell’immediatezza dello scatto. E la vita sembrava amare lui almeno finché non si è impadronita dei suoi pensieri, fino a rinchiuderlo in una prigione nella quale il carnefice è in compagnia della vittima. New York era la sua città. Nella sala d’un cinema di proprietà del padre, si nutre di suggestioni; al buio, mentre la pellicola scorre, germoglia il desiderio di diventare un cineasta. Ma la vita è una corsa alla passione più forte, e vince proprio chi dalle passioni si lascia dominare. Così Herman, dopo la folgorazione per il lavoro di Helen Levitt, decide che quello sarà il suo mondo. Un mondo allargato, ampio, che dimorerà anche in Italia. A Napoli aveva trovato casa e un amore, e un calore umano difficile da incontrare nelle Avenues di New York. Non è bastato. Nulla è bastato a schiarire la nebbia infittitasi nella mente e permettere di scacciare il demone che lo consumava sotto gli occhi dei suoi affetti. A noi non resta che ricordarlo nel rimpianto di non saperlo più tra noi, nell’amarezza di non saperlo più al lavoro, nel silenzio rispettoso che si deve mantenere in questi casi. Se quella domanda con cui ci ha lasciato, «How can you enjoy life?», l’avesse posta a tutti noi gli avremmo urlato le nostre mille e più ragioni del perché amiamo la vita, nell’illusione, lo so che è un’illusione, di convincerlo a fermare il suo proposito. Addio Robert.

Giuseppe Cicozzetti

da “The New Yorker”; “The Phone Book”. 

foto Robert Herman

https://robertherman.com/

 

A piece of paper, left there with a question: «How can you enjoy life?». A question that tormented Robert Herman's mind (1956-2020). Then a jump from the sixteenth floor of his New York home, as if an answer could come from ending his life. But as absurd as depression may seem, it is an evil to live so deeply that the thought of death becomes a consolation. «How can you enjoy life?». The world around Herman said nothing to him anymore. That imaginative world, the wonderful descents in everyday life to take street photos in every part of the world, was over. Perhaps for a time that no one has been able to recognize in the concealment of eyes that do not see, of smiles without light, of words without sound. Now, between bewilderment and dismay, we learn that his days have been wrapped in a silence so dark and impenetrable as to curb even the most shy of the looks that dare to project into the future. Herman had chosen to represent a colorful world, continuing the tradition of those who at the "decisive moment" preferred to capture the "definitive sensation" of something that was unfolding before their eyes and which did not require any direction. His books, "The New Yorker" (2013) and "The Phone Book" (2015) indelibly mark street photography and together sanction the technical eclecticism of which he was capable, a game that from analogue borders on digital, in Polaroid freshness, to arrive at the new technological applications of IPhone and Hipstamatic with which he tells the human plot on "The Phone Book". From his work we learn how Robert Herman - you don't look disrespectful - loved life. He loved to observe it, make sense of it and lead it into a play of signs whose assumption must be consumed in the immediacy of the shot. And life seemed to love him at least until he took possession of his thoughts, until he was locked up in a prison where the executioner is in the company of the victim. New York was his city. In the cinema room owned by his father, he feeds on suggestions; in the dark, as the film flows, the desire to become a filmmaker sprouts. But life is a race for the strongest passion, and the one who wins is dominated by passions. So Herman, after the infautation for Helen Levitt's work, decides that this will be his world. An enlarged, broad world that will also dwell in Italy. In Naples he had found a home and a love, and a human warmth difficult to meet in the Avenues of New York. It was not enough. Nothing was enough to lighten the fog thickened in the mind and allow to drive away the demon who consumed it under the eyes of his affections. We just have to remember it in the regret of not knowing it among us anymore, in the bitterness of not knowing it at work anymore, in the respectful silence that must be maintained in these cases. If that question with which he left us, «How can you enjoy life?», had asked all of us, we would have shouted at him our thousand and more reasons why we do love life, in the illusion, I know it's a illusion, to convince him to stop his purpose. Goodbye Robert.

Giuseppe Cicozzetti

from “The New Yorker”; “The Phone Book”. 

ph. Robert Herman

https://robertherman.com/

 

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