SCRIPTPHOTOGRAPHY

DAVE HEATH 

La fotografia come ricerca. Di se stessi. Questa è la storia di un abbandono, d’un trauma intimo e solitario con cui il fotografo Dave Heath (1931-2016) ha convissuto per la durata della sua vita. Un male invincibile e sordo, come un lutto che colora di nero ogni giorno. Ha confessato, parlando del suo capolavoro, ‘A Dialogue with Solitude’ – e Dio solo sa quanto dev’essergli costato – di «aver fatto questo lavoro cercando di superare il lutto ma più me ne allontanavo più ne restavo come risucchiato». Ma la storia di Dave Heath è insieme il paradigma di una sconfitta che sa trasformarsi in una formidabile vittoria, perché essere abbandonato dai genitori all’età di quattro anni può segnarti per sempre, costringendoti a un muto martirio ma, allo stesso tempo ti spinge all’ascolto per vedere se “là fuori”, tra quel coro di voci soliste che è la solitudine c’è qualcuno con cui riconoscersi. C’è, ed è tra le pagine di un numero di ‘Life’ del maggio del ’47. Un lungo articolo di Ralph Crane, corredato da numerose fotografie, raccontava di Butch, un giovane orfano di Seattle le cui vicissitudini sembravano ritagliate sulle proprie. Da quel momento Dave Heath sa di quale passione lasciarsi attraversare, la fotografia. Studia Heath, studia e lavora per acquistare le attrezzature necessarie. Poi, la guerra in Corea. Heath si arruola. Lontano dal fronte scatterà fotografie struggenti ai compagni d’arme, dove anziché celebrare la grammatica reportagistica del conflitto si sofferma a narrare le tensioni, le paure e le ansie dell’uomo chiamato a combattere. Le fotografie di ‘Korea’ saranno seminali; lì c’è già tutto di un linguaggio visivo che aspetta solo d’essere approfondito. Per lui stesso, come un balsamo in grado di lenire la sua solitudine. Congedato Heath torna negli Stati Uniti. Nelle vie di New York intorno a Washington Square si agita una nuova umanità, giovanissima, destinata quasi programmaticamente all’abbattimento di ogni barriera culturale. Sono i ‘beatnik’ e niente nella società americana, nelle arti, nella letteratura e nella fotografia sarà più come prima. Qui, in questa sarabanda di poeti e folksinger Heath si aggira con il suo monologo interno, una voce avversa e scettica che gli impedisce di legarsi al mondo che pare accoglierlo, desiderando a un tempo di farne parte per sentirsi finalmente guarito. Le fotografie di ‘A Dialogue with Solitude’ scavano in questa direzione. Scansata l’euforia giovanilista Heath si concentra quasi controcorrente nella descrizione di un’intimità inviolabile, lontana dalla spinta massificatrice del nuovo entusiasmo: l’innocenza americana è già stata violata, lui sembra tra i pochi a saperlo; lui e quanti hanno combattuto nel primo conflitto dopo la seconda Guerra Mondiale. Lui, Heath, è già in anticipo sulla delusione che negli anni a venire accosterà la sensibilità dei giovani americani. Nelle sue fotografie le figure si stagliano con l’urgenza del predestinato, estratte dalla molteplicità delle solitudini e chiamate a un dialogo corale in cui il titolo del libro, ‘A Dialogue with Solitude’ curiosamente perde i connotati dell’ossimoro per imporsi nello spazio del reale, della concretezza. C’è in ogni fotografia, come è stata definita, “una carnalità che seduce lo spirito, una rispettosa delicatezza della sofferenza” e quei volti, quei soggetti strappati alle suggestioni “rembrandtiane” paiono lottare per fuoriuscire da un buio denso come materia di cui liberarsi. Noi che osserviamo siamo chiamati a essere spettatori di un dramma piccolo, intimo ma giacché lo riconosciamo allora diviene universale, nostro. E in questo “riconoscimento” a noi pare che Heath quando scattava in realtà tentava di abbracciare i soggetti, spingersi verso di loro nel tentativo di infliggere al momento decisivo una spinta empatica o, quantomeno, la neutralizzazione di una distanza dispiegata nel terreno comune di un sentimento che per essere individuato ha bisogno d’essere compreso. E vissuto. Dave Heath ha lasciato nel mondo della fotografia americana un segno riconoscibile, indelebile almeno come il male che lo ha accompagnato nella sua vita. E noi che amiamo le sue fotografie qui, ora, ne celebriamo il ricordo.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Korea”; “A Dialogue with Solitude”

 

foto Dave Heat

 

Photography as research. Of themselves. This is the story of an abandonment, of an intimate and solitary trauma with which the photographer Dave Heath (1931-2016) lived together for the duration of his life. An invincible and dull evil, like a mourning that colors black every day. He confessed, speaking of his masterpiece, "A Dialogue with Solitude" - and God alone knows how much it must have cost him - to "have done this work trying to overcome the mourning but the more I moved away from it the more I was sucked into it".

But the story of Dave Heath is both the paradigm of a defeat that knows how to turn into a formidable victory, because being abandoned by parents at the age of four can mark you forever, forcing you to a mute martyrdom but at the same time pushing you to I listen to see if "out there", between that chorus of solo voices that is solitude, there is someone to identify with. It is, and is among the pages of a number of "Life" on May of '47.

A long article by Ralph Crane, accompanied by numerous photographs, told of Butch, a young orphan from Seattle whose vicissitudes seemed cut out on his own. From that moment on, Dave Heath knows what passion to let himself cross, photography. He studies Heath, studies and works to buy the necessary equipment. Then, the war in Korea. Heath enlisted. Far from the front he will take poignant photographs to his fellow soldiers, where instead of celebrating the grammar of conflict he pauses to narrate the tensions, fears and anxieties of the man called to fight.

"Korea" photographs will be seminal; there is already all of a visual language that is just waiting to be explored. For himself, like a balm able to soothe his loneliness. Discharged Heath returns to the United States. In the streets of New York around Washington Square there is a new, very young humanity, almost programmatically destined for the demolition of every cultural barrier. They are the 'beatnik' and nothing in American society, the arts, literature and photography will be more like before. Here, in this saraband of poets and folksinger Heath, he wanders with his internal monologue, an adverse and skeptical voice that prevents him from binding himself to the world that seems to welcome him, wishing at the same time to be part of it to finally feel healed.

‘A Dialogue with Solitude’ photographs dig in this direction. Dismissed the youthful euphoria Heath focuses almost counter-current in the description of an inviolable intimacy, far from the massifying thrust of the new enthusiasm: American innocence has already been violated, he seems among the few to know; he and those who fought in the first conflict after the Second World War. He, Heath, is already ahead of the disappointment that in the coming years he will approach the sensitivity of young Americans.

In those photographs the figures stand out with the urgency of the predestined, extracted from the multiplicity of solitudes and calls for a choral dialogue in which the title of the book, 'A Dialogue with Solitude' curiously loses the connotations of the oxymoron to impose itself in the space of real, of concreteness. There is in every photograph, as it has been defined, "a carnality that seduces the spirit, a respectful delicacy of suffering" and those faces, those subjects snatched from the "rembrandtian" suggestions seem to struggle to escape from a dense darkness as matter of which to break free.

We who observe are called to be spectators of a small, intimate drama, but since we recognize it then it becomes universal, ours. And in this "acknowledgment" to us it seems that Heath was actually trying to embrace the subjects when he started, going towards them in an attempt to inflict at the decisive moment an empathic push or, at least, the neutralization of a distance deployed in the common ground of a feeling that needs to be understood in order to be identified. He lived. Dave Heath has left a recognizable mark in the world of American photography, at least as indelible as the evil that accompanied him in his life. And we who love his photographs here, now, celebrate their memory.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Korea”; “A Dialogue with Solitude”

 

ph. Dave Heat

 

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