SCRIPTPHOTOGRAPHY

RALPH HASSENPFLUG

C’è qualcosa nelle fotografie di Ralph Hassenpflug che sollecita l’osservatore a domandarsi cosa stia realmente guardando. Tutto appare chiaro: una città è riconoscibile dalle sue strade, dalle piazze, nei suoi angoli nascosti; eppure abbiamo come l’impressione di essere invitati – ancor prima di stabilire qualunque coordinata cognitiva – a decrittarne i contenuti. La città è svuotata d’ogni orpello prossimo al pittoresco, ogni dettaglio ci appare pronto a riempirsi di un’anima, ma, benché ormai avvolti da mistero, tutto si adagia, prende forma e ci appare persino riposante. In questo quadro, l’uomo è avvolto dalle brume e lo vediamo soffrire la profonda sofferenza degli esiliati, la peggiore delle condizioni: vivere con una memoria inservibile. L’uomo allo specchio riflette l’immagine d’un altro e lo sgomento è appena preceduto dalla consapevolezza di vivere in un altrove nascosto nelle profondità dell’inconscio. Tutto si ribalta, ogni cosa affiora per poi scomparire, e una volta tornata alla vista non è più la stessa. Averlo compreso è una conquista, ma dopo si è soli. Ovunque. Come uno straniero. La fotografia di Ralph Hassenpflug parla per metafore, allude, suggerisce ma non afferma; né ha intenzione di farlo. E noi che osserviamo il suo lavoro siamo trasportati i un mondo trascendente eppure reale, così vicino da assaporarlo ma al contempo lontanissimo da qualsivoglia definizione. E non sarà certo qualche accenno pittorialista a renderlo familiare né, tantomeno, il fiato sbilenco d’un espressionismo caro al cinema francese. Queste sono tracce, come appunti che divagano sul taccuino di uno scrittore, perché il resto ci riporta dentro la questione dell’uomo a confronto della relazione con il suo intorno; e l’“intorno” non è una semplice estensione di sé, ma qualcosa che introietta la sua luce nera perché si illumini ogni anfratto della sua condizione. Qui vediamo che la figura umana sta affrontando un viaggio, un lunghissimo percorso senza avere la certezza della redenzione – a patto che vi sia una redenzione – ma intanto vive la drammatica pienezza dell’esilio. Hassenpflug è un osservatore, e un narratore della più complicata delle vicende umane. E dunque lì, sulla soglia di casa come nella luce declinante della sera, racconta con trasporto della fragilità d’un pellegrinaggio che noi chiameremo vita.

Giuseppe Cicozzetti

da “Exile”; “Landscapes”

foto Ralph Hassenpflug

https://www.ralphhassenpflug.com/  

 

There’s something in Ralph Hassenpflug's photographs that leads the observer to ask himself what he is really looking at. Everything is clear: a city is recognizable by its streets, squares, in its hidden corners; yet we have the impression of being invited - even before establishing any cognitive coordinate - to decrypt its contents. The city is emptied of every tinsel close to the picturesque, every detail appears ready to fill with a soul, but, although now enveloped in mystery, everything reclines, takes shape and even appears restful. In this picture, man is enveloped in mist and we see him suffer the profound suffering of the exiles, the worst of conditions: living with an unserviceable memory. The man in the mirror reflects the image of another and the dismay is just preceded by the awareness of living in another place hidden in the depths of the unconscious. Everything turns upside down, everything emerges and then disappears, and once you return to view it is no longer the same. Understanding it is a conquest, but afterwards you are alone. Everywhere. Like a stranger. Ralph Hassenpflug's photography speaks metaphors, alludes, suggests but does not affirm; nor it’s going to do it. And we, observing his work, are transported to a transcendent yet real world, so close to savoring it but at the same time very far from any definition. And it will certainly not be a few pictorial hints that will make him familiar, much less the lopsided breath of an expressionism dear to French cinema. These are traces, like notes that ramble on a writer's notebook, because the rest takes us back to the question of man compared to the relationship with his surroundings; and the "surrounding" is not a simple extension of itself, but something that introjects its black light so that every ravine of its condition is illuminated. Here we see that the human figure is facing a journey, a very long journey without having the certainty of redemption - as long as there is a redemption - but in the meantime he experiences the dramatic fullness of exile. Hassenpflug is an observer, and a narrator of the most complicated of human affairs. And so there, on the doorstep as in the declining light of the evening, it conveys with transport the fragility of a pilgrimage that we will call life.

Giuseppe Cicozzetti

from “Exile”; “Landscapes”

ph. Ralph Hassenpflug

https://www.ralphhassenpflug.com/  

 

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