SCRIPTPHOTOGRAPHY

Leonard FREED                                                                           (USA)

LEONARD FREED

Cronaca di un amore annunciato. E lungo cinquant’anni. Leonard Freed (23 ottobre 1929 – 29 novembre 2006) ha amato a lungo l’Italia con una passione mai sopita, e dal cui sguardo abbiamo ereditato la storia della crescita di un Paese che la cronaca veloce ci ha impedito di continuare a ricordare. Si dice, forse in spregio alla nostalgia, che “il passato ci piace proprio perché è passato”, affidando a questa affermazione la cifra di un benessere che ci permette di guardare indietro allo scampato pericolo della povertà. E’ probabile che sia vero, mentre giriamo l’interrogativo ai sociologi. Vero è che Freed, nel corso di cinque decenni di visite in Italia e interrotte solo dalla sua scomparsa, ha saputo coglierne ogni cambiamento, quelle mutazioni di costume avvertibili nella vita quotidiana e che meglio d’altre indicano la direzione della crescita. 

E’ indubbio che nella nostra società la strada, come luogo di interazione sociale e commerciale, abbia giocato un ruolo fondamentale almeno finché non sono apparsi i “non luoghi” della distribuzione massificante e dunque è proprio nei suoi interpreti, nei soggetti fotografati da Freed che comprendiamo come quell’Italia non esista più, ma che è bene ricordare. Nei suoi scatti è assente quel cotè antropologico che aleggia nei reportage, quella curiosità volta a narrare le persone come soggetti da laboratorio da offrire allo stupore degli osservatori lontani. Non c’è nulla di tutto questo. C’è invece un amore incondizionato, quasi una compartecipazione emotiva a costumi generosi, umili ma che profumano d’altruismo e che ci restituiscono il senso di una comunità assai più viva, solidale e partecipativa di quanto non lo sia adesso.

E in questa direzione che lo sguardo di Freed “mostra” delle immagini nelle quali ognuno di noi può mettere una didascalia, una nota che proviene direttamente dai ricordi personali o collettivi e che ne arricchisce il senso. Se le immagini, contrariamente, si impegnassero nel “dimostrare” avremmo delle stesse una visione manovrata, parziale, inficiata dallo sguardo del fotografo e dunque in grado di condizionarci. La “sua” Italia è anche la “nostra”. Ma non c’è distanza: Freed amava l’Italia di un amore incondizionato e dunque ciò che vedeva era visto con gli occhi di un tenero amante. Nessuno è straniero nel luogo che ama. Forse dovremmo imparare la lezione e amare di più. Di più.

Giuseppe Cicozzetti

da “Italy” (1958)

foto Leonard Freed

 

 

Chronicle of an announced love. And fifty years long. Leonard Freed (October 23, 1929 - November 29, 2006) has long loved Italy with a never-ending passion, and from whose look we have inherited the history of the growth of a country that fast reporting has prevented us from continuing to remember. It is said, perhaps in contempt of nostalgia, that "we like the past precisely because it is gone", entrusting to this affirmation the figure of a well-being that allows us to look back at the narrow danger of poverty. It is likely to be true, as we turn the question to sociologists.

It’s true that Freed, in the course of five decades of visits to Italy and interrupted only by his disappearance, has been able to grasp every change, those mutations of custom perceptible in everyday life and that better indicate the direction of growth than others.

There’s no doubt that in our society the road, as a place of social and commercial interaction, has played a fundamental role at least until the "non-places" of the mass distribution have appeared and therefore it is precisely in its interpreters, in the subjects photographed by Freed that we understand that Italy no longer exists, but that it’s good to remember.

In his shots is absent that anthropological cotè that hovers in the reports, that curiosity aimed at narrating people as laboratory subjects to offer to the astonishment of distant observers. There’s none of this. Instead, there’s an unconditional love, almost an emotional co-participation in generous, humble but fragrant customs that give us the sense of a much more lively, supportive and participatory community than it’s now.

It’s in this direction that Freed's gaze "shows" images in which each of us can put a caption, a note that comes directly from personal or collective memories and that enriches the meaning. If, on the other hand, the images were committed to "demonstrating" we would have the same a maneuvered, partial vision, invalidated by the photographer's eyes and therefore able to condition us. "His" Italy is also "ours". But there’s no distance: Freed loved Italy with an unconditional love and therefore what he saw was seen through the eyes of a tender lover. No one is a stranger in the place he loves. Maybe we should learn the lesson and love more. More and more.

Giuseppe Cicozzetti

from “Italy” (1958)

ph. Leonard Freed

© 2014 - 2020 fototeca siracusana

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