SCRIPTPHOTOGRAPHY

Fang TONG                                                                                          (Canada)

FANG TONG

Influenze. Commistioni, di generi e linguaggi. C’è nella nuova fotografia americana una vocazione al minimalismo, come il desiderio di affidare la narrazione a un singolo frammento a cui l’osservatore è chiamato a imbastire un “prima” e un “dopo”. Storie in forma di “fermo immagine” – si pensi ai lavori di Crewdson – , come ritagli estrapolati da una pellicola cinematografica, questo è il terreno in cui Fang Tong, giovane fotografa cino-canadese, sviluppa il suo linguaggio operando sull’immagine un ribaltamento concettuale: se da un lato è nello scorrere dei “frame” cinematografici che assistiamo allo svilupparsi e al compiersi della narrazione, dall’altro osserviamo come un singolo frammento, offerto una volta “sterilizzato” dal prosieguo temporale, abbia la forza di chiamarci a ricucire l’estrapolazione e, attraverso una nuova rimodulazione del rapporto connettivo tra l’oggetto fotografico e l’osservatore, continuare a versare di contenuti quanto abbiamo di fronte. E partecipando a questo invito, siamo liberi di scatenare ogni suggestione. Nelle sue fotografie Fang Tong ricama allusioni, tesse la storia di un attimo e nella cui filigrana riconosciamo un’intimità quotidiana in cui la sospensione dell’azione – e la sua rappresentazione - rimanda echi così numerosi da farsi voce essi stessi. Così nella placida pacatezza dei soggetti scorgiamo la plasticità emotiva di un Godard che incontra Antonioni in una discussione sull’incomunicabilità; e in questa dinamica non è un caso che lo stordimento emotivo, il congelamento emozionale trovi posto nell’eccellenza in quei luoghi di passaggio che sono i motel. E sono proprio i motel che esaltano e scatenano le frizioni relazionali a cui noi non assistiamo, se non nella forma primigenia di un abbozzo, ma l’estraneità di un “non-luogo”, nel temporaneo deposito delle emozioni vediamo il (non) compiersi si una (non) azione. Eppure tutto è fluido. Tutto, benché fermo, scorre di fronte ai nostri occhi e con un registro multiplo di citazioni dottissime che iniziano da certi “tableaux vivants” della storia europea dell’Arte fino a concludersi con gli omaggi ai grandi maestri del Novecento: Hopper e Hockney. Del primo assorbiamo una luce gelante e organica a segnalare lo stordimento dell’inazione; del secondo – del quale “Young boy” di Tong è restituito in una solida forma di “d’apres” – ravvisiamo la medesima glaciale solitudine, proprio quella mancata interazione dei soggetti se non nell’ottica di un quadro compositivo che deve rispondere alle necessità della rappresentazione. Fang Tong è abile nella gestione dei generi, pittorici, cinematografici (il motel è un “topos” assai frequentato dalla cinematografia americana) ma tutto è rivalutato alla luce di una difficoltà relazionale. Con gli altri – è il caso della giovane coppia – e con sé, e nei soggetti immersi in piscina intravvediamo una discesa amniotica alla ricerca della propria essenza. Ma tutto è declinato senza perdere di vista il quadro oggettivo di una composizione accuratissima tra luci, arredamento e lo stesso abbigliamento dei personaggi che concorrono ognuno a fluidificare la narrazione dentro un corpus immaginifico efficace quanto suggestivo. La fotografia si dimostra ancora una volta sensibile verso i nuovi linguaggi della comunicazione e dell’arte, quasi che questo “prestito”, l’ingresso di nuovi codici espressivi rivalutasse il gesto del fotografare. Nuove aperture, che terminano sì nella fruizione tradizionale ma nei cui passaggi si infoltiscono di contenuti, di un concettuale corroborato dalle nuove tecniche digitali. E chi ha detto che la fotografia in quanto “presenza” tradizionale sarebbe morta in realtà conduce una battaglia di retroguardia: i linguaggi, quando ben dosati e riconoscibili, creano connessioni, ponti tra realtà differenti e, come nel caso di Fang Tong, unisce le esperienze nel territorio del dialogo.

Giuseppe Cicozzetti

foto Fang Tong

https://www.fangtongphotography.com/

 

 

Influences. Commixtures, of genres and languages. There is in the new American photography a vocation to minimalism, like the desire to entrust the narration to a single fragment to which the observer is called to strike up a "before" and and an "after".

Stories in the form of "still image” – think ‘bout Crewdson’s work - ,such as cut-outs extrapolated from a film, this is the ground in which Fang Tong, a young Chinese-Canadian photographer, develops his language by working on the image a conceptual overturning: if on one side it’s in scrolling of the film "frames" that assist the development and the fulfillment of narration, on the other we observe how a single fragment, once offered "sterilized" from the rest of the temporal, has the strength to call us to stitch the extrapolation and, through a new reshaping the connective relationship between the photographic object and the observer, continue to pour contents as we face.

And by participating in this invitation, we are free to unleash every suggestion. In her photographs Fang Tong embodies allusions, weaves the story of a moment and in whose filigree we recognize a daily intimacy in which the suspension of the action - and its representation - sends echoes so numerous that they themselves become voices.

So in the placid calm of the subjects we see the emotional plasticity of a Godard who meets Antonioni in a discussion on incommunicability; and in this dynamic it is no coincidence that emotional dizziness, emotional freezing, find a place in excellence in those places of passage that are motels. And it is precisely the motels that exalt and unleash the relational friction that we do not witness, if not in the primordial form of a draft, but the strangeness of a "non-place", in the temporary deposit of emotions we see the (non) accomplish of a (non) action.

Yet everything is fluid. Everything, although still, flows in front of our eyes and with a multiple register of very cited quotations that start from certain "tableaux vivants" of the European history of Art, ending with the tributes to the great masters of the twentieth century: Hopper and Hockney. From the former we absorb an organic and freezing light to signal the stunning of the action; from the second - of which "Young boy" by Tong is returned in a solid form of "d'apres" - we recognize the same glacial solitude, precisely that lack of interaction of the subjects if not in view of a compositional framework that must respond to the needs of representation.

Fang Tong is skilled in the management of genres, pictorial, cinematographic (the motel is a "topos" very frequented by American cinematography) but everything is reassessed in light of a relational difficulty. With the others - this is the case of the young couple - and with them, and in the subjects immersed in the pool we see an amniotic descent in search of their own essence. But everything is declined without losing sight of the objective picture of a very careful composition of lights, furniture and the same clothing of the characters that concur everyone to smooth the narration within an imaginative corpus that is as effective as it is suggestive.

The photograph proves once again to be sensitive to the new languages of communication and art, as if this "loan", the entry of new expressive codes, re-evaluate the gesture of photographing. New openings, which end in traditional fruition but whose passages are infused with contents, a conceptual corroborated by new digital techniques. And who said that photography as a traditional "presence" would have died in reality leads to a rearguard battle: the languages, when well dosed and recognizable, create connections, bridges between different realities and, as in the case of Fang Tong, unite the experiences in the territory of dialogue.

Giuseppe Cicozzetti

ph. Fang Tong

https://www.fangtongphotography.com/

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