SCRIPTPHOTOGRAPHY

Carmelo ERAMO                                                                     (Italia)

CARMELO ERAMO

Sapere. Comprensione. Sono due cose totalmente differenti. Solo la comprensione conduce all’essere. Il sapere non è che una presenza passeggera: un nuovo sapere caccerà via il precedente, e in fin dei conti non sarà che del nulla versato nel vuoto. Noi dunque siamo tutto quello che abbiamo compreso, il risultato di ogni riverbero culturale che abbiamo accolto e che lasciamo vibrare perché si completi la nostra identità, altrimenti ogni domanda su chi siamo è un interrogativo privo di risposta. La serie “Adagio assai” del fotografo Carmelo Eramo si inoltra nel difficile e appassionante territorio dell’Uomo alle prese con la propria identità, un’identità che è insieme geografica e culturale, alla ricerca di un filo che ci leghi con quanti ci hanno preceduto. Siamo un insieme di voci, di sguardi, di profumi, di parole. Siamo un numero d’occhi e bocche e pensieri che prima della nostra mente hanno affollato quella d’altri. Ci riconosciamo nel chiarore d’un cielo terso, in una preghiera. Alle onde del vasto mare spalanchiamo le braccia e nel bagliore d’una verdissima campagna o, più tardi, quand’è bruciata dal sole, ci riconosciamo. Del vento parliamo la lingua: che batta mugghiante ogni volto o che accarezzi gentile la fronte di chi è al lavoro dei campi, simile ci pare al frinire dei grilli. Ci ritroviamo. Vediamo noi stessi nelle piccole e immemori gesti, nelle antiche abitudini, silenziose e continue. Noi siamo quelli che altri sono stati prima di noi: con i nostri occhi vediamo quanto loro hanno già visto. Apprezziamo il passato, amiamo le “bibbie di pietra” delle nostre cattedrali, delle mille e più chiese: il sacro si fonde sapiente con la liturgia abituale di una quotidianità fatta di piccoli gesti, pochi, ma che sanno farsi eterni e che ci rendono eterni. Carmelo Eramo fotografa un Sud dal volto immemore e dimenticato, “Adagio assai” è il tentativo di recuperare una conoscenza, un’appartenenza. Le fotografie che compongono sono come piccole storie, dei brevi capitoli ai quali affidare la concisione d’un racconto, una storia che pur conservando la sua autonomia narrativa si concatena alle altre fino a comporre un affresco identitario. Si intravvede un sicuro afflato romantico senza scadere nelle spire della retorica dell’elegia del passato né nella facile restituzione di paesaggio, anche umano, che sa d’oleografico. Scorci, angoli, dettagli. A tutto è restituito voce, ai gesti di un bambino, al frusciare del grano accarezzato dal vento come al passo silenzioso d’una donna dal lutto lungo come i suoi anni. Tutto questo ci appartiene e noi vi apparteniamo, tutto questo ci conosce e noi ci ri-conosciamo. Piano, lentamente. Anzi, Adagio. Assai.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Adagio assai”

 

foto Carmelo Eramo

 

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Knowledge. Comprehension. They are two totally different things. Only understanding leads to being. Knowledge is nothing but a passing presence: a new knowledge will drive away the previous one, and ultimately it will be nothing but a nothing poured out in the void.

So we are all that we have understood, the result of every cultural reverberation that we have received and which we allow to vibrate so that our identity is completed, otherwise every question about who we are is an unanswered question.

The "Adagio assai" (“Slowly a lot”) series by the photographer Carmelo Eramo moves into the difficult and exciting territory of Man struggling with his own identity, an identity that is both geographical and cultural, in search of a thread that connects us with those who have preceded us.

We are a collection of voices, looks, perfumes, words. We are a number of eyes and mouths and thoughts that before our mind have crowded that of others. We recognize ourselves in the light of a clear sky, in a prayer.

At the waves of the vast sea we spread our arms and in the glow of a very green countryside, or later, when burned by the sun, we recognize each other.

We speak the language of the wind: beating of every face beats or that gently caresses the foreheads of those at work in the fields, similar to the chirping of crickets. We meet again. We see ourselves in the small and forgetful gestures, in ancient habits, silent and continuous.

We are those that others have been before us: with our eyes we see how much they have already seen. We appreciate the past, we love the "stone bibles" of our cathedrals, the thousand and more churches: the sacred blends witty with the usual liturgy of a daily life made of small gestures, few, but which can makes eternal and make us eternal too.

Carmelo Eramo photographs a South with an immemorial and forgotten face, "Adagio assai" is the attempt to recover knowledge, belonging. The photographs that seems to be like little stories, short chapters to which to entrust the conciseness of a story, a story that while retaining its narrative autonomy is concatenated with the others until it compose an identity fresco.

You can glimpse a sure romantic afflatus without expiring in the coils of the rhetoric of the elegy of the past nor in the easy restitution of landscape, also human, that knows of oleographic. Glimpses, angles, details. A voice is returned to everything, to the gestures of a child, to the rustling of the wheat caressed by the wind as in the silent step of a woman with a mourning as long as her years.

All of this belongs to us and we belong to it, all of this knows us and we re-know each other. Slowly. Indeed, Slowly. A lot.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Adagio assai”

 

foto Carmelo Eramo

 

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