SCRIPTPHOTOGRAPHY

Daniele DUCA                                                                                   (Italia)

DANIELE DUCA

Della natura ambigua delle cose. Di tutte le cose. L’oggetto nel suo doppio. Nello spazio organizzato ogni cosa si libera dalla percezione: dal vuoto, così come alla distanza, forme note all’immaginazione in forma di “simulacra” si compongono e si ricompongono. Tutto può essere noto e al contempo sconosciuto, obbediente soltanto alla vocazione ambigua di tutte le cose: l’invisibile diventa visibile; la materia cerca un suo equivalente. Eppure, come avverte Lucrezio in ‘De rerum natura’, “una tenue immagine deve pure dalle cose essere emessa, staccarsi dalla superficie delle cose”. L’oggettivo dunque ci invita alla sua dispersione, ad assistere alla polverizzazione della sua natura, alla sua trasformazione perché “le cose hanno in superficie molti corpi minuti, tali che possono volarne via nello stesso ordine in cui erano, conservando la forma esteriore”. I lavori del fotografo Daniele Duca ci introducono nella carne viva di questa grandiosa contraddizione. La serie “Proximity” si sofferma sul concetto dell’osservazione. Immagini che sembrano ordire in postulato: la prossimità a oggetti d’uso quotidiano, domestico ha forse evaporato la nostra capacità di pensarli altro da ciò che sono? E’ probabile che la nostra percezione sia divenuta selettiva – ci concentriamo su qualcosa per tralasciare qualcos’altro – e che pertanto riconosciamo negli oggetti quanto Munari definiva “l’essenza addomesticata e taciuta delle creazioni dell’uomo”, ma quando gli stessi sono liberati nello spazio, ormai affrancati dalle rigide coordinate della conoscenza, oppure proposti in porzioni, possono diventare elementi di grande estraniamento. E sorpresa. Daniele Duca ci invita a un’esperienza che non è solo puramente ottica – una bizzarra “civetteria” dello sguardo, per intenderci – ma dietro le scomposizioni o gli accostamenti materici ci introduce, e attraverso un gioco intelligente, a una nuova osservazione, a una diversa “educazione” della percezione. Ciò che è consueto quindi approda nel territorio dell’immaginifico: tutto si trasforma e assume un nuovo essere. In “Estensione”, un’altra serie, Duca conferisce agli oggetti il primato di protagonisti dell’inconsueto. Liberandoli proprio dalla categoria cui sono naturalmente destinati gli oggetti si rivelano produttori di ambiguità, capaci cioè di farsi altro da sé qualora si disincagli la forma “cognitiva” per lasciarla vagabondare nella forma “interpretativa”, dando vita a una sostanza così immaginaria da apparire in possesso di una vita autonoma. Mutazioni, poste allo specchio non più riflettente ma performante, nel quale ogni cosa assume contorni e forme d’ogni specie e dove regna, insieme alla multiforme proprietà del cambiamento vigila un rigore formale equilibratissimo e d’assoluto impatto visivo. I progetti di Daniele Duca sono molto lontani dall’essere un semplice “divertissement”, sono molto di più. Ogni fotografia apre squarci sconosciuti nella convenzione ottica da cui traiamo il significato delle cose, e in questo ribaltamento sensoriale riusciamo a percepire la natura ambigua delle cose. Di tutte le cose.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Proximity”; “Estensione”.

 

foto Daniele Duca 

 

http://www.danieleduca.com/

 

 

About the ambiguous nature of things. Of all things. The object in its double. In organized space, everything is freed from perception: from the void, as well as the distance, forms known to the imagination in the form of "simulacra" are composed and recomposed.

Everything can be known and at the same time unknown, obedient only to the ambiguous vocation of all things: the invisible becomes visible; the matter seeks its equivalent. And yet, as Lucretius warns in "De rerum natura", "a tenuous image must also be emitted from things, detaching from the surface of things". The objective therefore invites us to its dispersion, to assist in the pulverization of its nature, to its transformation because "things have on the surface many bodies minutes, so that they can fly them away in the same order in which they were, preserving the external form ".

The work of the photographer Daniele Duca introduces us into the living flesh of this great contradiction. The "Proximity" series focuses on the concept of observation. Images that seem to warp in postulate: has the proximity to objects of daily, domestic use evaporated our ability to think of them other than what they are?

It’s probable that our perception has become selective - we focus on something to leave out something else - and that therefore we recognize in objects how Munari called "the tamed and hidden essence of man's creations", but when they are freed in space, now freed from the rigid coordinates of knowledge, or offered in portions, they can become elements of great estrangement.

And surprise. Daniele Duca invites us to an experience that is not only purely optical - a bizarre "coquetry" of the eye, so to speak - but behind the decompositions or material combinations it introduces us, and through an intelligent game, to a new observation, to a different "education" of perception. What is customary therefore arrives in the territory of the imagination: everything is transformed and takes on a new being.

In "Extension", another series, Duca gives objects the primacy of protagonists of the unusual. By freeing them from the category to which objects are naturally destined, they reveal themselves to be producers of ambiguity, that is, capable of making something other than themselves if the "cognitive" form is released to let it wander in the "interpretative" form, giving life to such an imaginary substance to appear possession of an independent life.

Mutations, placed in the mirror no longer reflective but performing, in which everything takes on contours and forms of every species and where, together with the multiform properties of change, a very balanced formal rigor and an absolute visual impact are kept vigilant. Daniele Duca's projects are very far from being a simple "divertissement", they are much more. Every photograph opens up unknown slashes in the optical convention from which we derive the meaning of things, and in this sensory reversal we get the ambiguous nature of things. Of all things.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Proximity”; “Extension”

 

ph. Daniele Duca

 

http://www.danieleduca.com/

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