SCRIPTPHOTOGRAPHY

Manoocher DEGHATI                                                   (Iran)

MANOOCHER DEGHATI

Tra le pieghe della Storia. Uno sguardo attento coglierà come tra le fotografie – e per esteso nell’intero lavoro – del fotoreporter iraniano trapiantato in Italia, Manoocher Deghati, non vi sia traccia di sensazionalismo. Le guerre, i conflitti, le rivoluzioni sono filtrate attraverso l’esplorazione di una realtà che incide i suoi effetti nella vita e nelle abitudini della gente comune, fino a determinarne un nuovo corso, spesso drammatico. La Storia diventa cronaca di tutti i giorni, nel bene o nel male. I suoi luoghi, così come i suoi soggetti, con i volti ora supplici ora tronfi di un potere minaccioso determinato a dettare le sue leggi parlano di culture lontane, contribuendo alla formazione di un “canvas umanistico” che articola la sua complessità appunto tra le pieghe della Storia. E Deghati la Storia l’ha attraversata personalmente. Di ritorno in Iran nel 1978 assiste alla rivoluzione Khomeinista, un episodio salutato come salvifico ma che si rivelerà con gli anni “una cura peggiore della malattia”, come ebbe a dire Kissinger. E lì, nel ribollire di intransigente dei nuovi dettami dell’integralismo Deghati è testimone di una guerra contro l’Iraq che causerà oltre un milione di morti e che terminerà per assenza di combattenti. Ma egli è ovunque accada qualcosa, a raccontare con delicatezza i lati più duri, minacciosi, senza mai dimenticare la delicatezza che occorre quando i soggetti fotografato sono i bambini. E il tutto con un lieve e pacato desiderio di cogliere e rilanciare una leggerezza viva nonostante tutto. Lo vediamo in due immagini emblematiche di un prima e un dopo, in uno di quei curiosi corsi storici in cui la cronologia si avvita su se stessa in alcuni luoghi mentre in altri segue un corso a noi riconoscibile. Guardate le fotografie scattate in Afghanistan, nella prima un, letteralmente, “fotografo di strada” ritrae come può una donna che indossa il burqa; nella seconda vediamo una donna a capo scoperto, sorridente e libera accanto il suo bambino.  E’ il 2002 il potere dei talebani è caduto e a Kabul si respira aria di libertà. Ma sarà dura respirarla. Deghati, si diceva, è ovunque vi sia bisogno di testimonianza. Il suo è un impegno civile, un misto di responsabilità – in Uganda fotografa i bambini nascosti perché non vengano spediti a combattere – e pericolo, come quando nel 1996 fu ferito a Ramallah dal fuoco di un militare israeliano. Il reportage di Manoocher Deghati è espressione di un’esplorazione che non lascia zone d’ombra, quasi che il fotografo sentisse la responsabilità di non deviare dalla moltitudine degli effetti, dalla immancabile e drammatica ricchezza delle sfumature di un’umanità sconfitta dagli eventi. E noi scopriamo, in forza del reportage, che il dolore e le risa hanno un solo volto a tutte le latitudini. Così il volto legnoso del “Faraone Nero”, che proietta la sua lunga ombra sul muro, rimbalza con l’attonita allegria di un anziano afghano al voto per la prima volta nella sua vita. La vita ha un lato amaro che non si cura di cause né effetti. In una fotografia una donna è al funerale di una vittima di guerra; tra le braccia ha il suo bambino. Entrambi piangono d’un dolore assai diverso ma a noi sembra che siano uniti nella stessa pena. A questa fa da contraltare la foto dei mullah. Essi sono al confine tra Iran e Iraq sono preoccupati: il porto petrolifero di una città irachena è in fiamme. Sotto un cielo plumbeo non pensano che in termini di costi, petroliferi si intende. La vita è così, sembra dirci Manoocher Deghati, colma di contraddizioni, di svolte e destini che si somigliano ma ovunque, a guardare bene – ed è in questa direzione che Deghati invita ognuno di noi – c’è come una scintilla, una seppur flebile fiammella che arde a dispetto della durezza degli eventi. Quel lampo si chiama speranza, e vive tra le pieghe della Storia.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Manoocher Deghati

 

http://www.manoocher.net

Among the folds of history. An attentive look will catch the eye among the photographs - and in the whole work as well - of the Iranian photojournalist living in Italy, Manoocher Deghati, there’s no trace of sensationalism. Wars, conflicts, revolutions are filtered through the exploration of a reality that extends its effects in the life and habits of the common people, through a new course, often dramatic.

History becomes a chronicle of every day, for better or for worse. His places, as well as his subjects, with the now suppliant faces now truncated with a threatening power determined to dictate his laws speak of distant cultures, contributing to the formation of a "humanistic canvas" that articulates its complexity precisely between the folds of history.

And Deghati History has crossed it personally. Back in Iran in 1978, he witnessed the Khomeinist revolution, an episode hailed as salvific but which will prove to be "a cure worse than the disease", as Kissinger had to say. And there, in the intransigent seething of the new dictates of fundamentalism Deghati is witness to a war against Iraq that will cause over a million deaths and will end due to the absence of fighters.

But he is everywhere something happen, to gently tell the hardest, most threatening sides, without ever forgetting the delicacy that is needed when the subjects are photographed by the children. And all with a light and quiet desire to seize and revive a lightness alive despite everything. We see it in two emblematic images of a before and after, in one of those curious historical courses in which the chronology is screwed on itself in some places while in others it follows a course that is recognizable to us.

Look at the photographs taken in Afghanistan, in the first one, literally, "street photographer" portrays how a woman wearing the burqa can; in the second we see a woman bareheaded, smiling and free beside her child. It is 2002 the Taliban's power has fallen and in Kabul one breathes an air of freedom. But it will be hard to breathe it. Deghati, it was said, is where testimony is needed.

His is a civil commitment, a mixture of responsibilities - in Uganda he photographs hidden children so that they are not sent to fight - and danger, as when in 1996 he was wounded in Ramallah by the fire of an Israeli soldier. The report by Manoocher Deghati is an expression of an exploration that leaves no gray areas, as if the photographer felt the responsibility not to deviate from the multitude of effects, from the inevitable and dramatic richness of the nuances of a humanity defeated by events. And we discover, by virtue of the report, that pain and laughter have only one face at all latitudes.

So the woody face of the "Black Pharaoh", which projects its long shadow on the wall, bounces with the astonished joy of an old Afghan to vote for the first time in his life. Life has a bitter side that does not care about causes or effects. In one photograph a woman is at the funeral of a war victim; in his arms he has his baby. Both cry of a very different pain but we seem to be united in the same pain.

This is counterbalanced by the photo of the mullahs. They are on the border between Iran and Iraq are worried: the oil port of an Iraqi city is on fire. Under a leaden sky they do not think that in terms of costs, oil means. Life is like that, it seems to say to us Manoocher Deghati, full of contradictions, of turns and destinies that resemble but everywhere, to look well - and this is the way Deghati invites each of us - there is a spark, even a weak one flame that burns in spite of the harshness of events. That flash is called hope, and dwells among the folds of history.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Manoocher Deghati

 

http://www.manoocher.net

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