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SCRIPTPHOTOGRAPHY

David DECTOR                                                                             (Israele)

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DAVID DECTOR

Che cosa rimane dopo un viaggio che abbiamo fatto di così indelebile nella nostra memoria al punto da pensarlo incancellabile? Forse un paesaggio? Forse quel senso di leggera libertà che proviamo quando avanziamo lungo le strade di una città che si apre alla nostra scoperta? Forse un tramonto che ha fatto vibrare ogni corda della nostra sensibilità? Può darsi. Ma è certo che ognuno di questi ricordi si sommerà ad altri, così un altro paesaggio, un’altra città, un altro tramonto ci sembreranno di superare in meraviglia i precedenti. Un vero viaggiatore sa ciò che davvero rende unico il suo viaggio, e questo non sta nella conferma condivisa di quanto abbiamo detto finora: i suoi occhi non si accontenteranno di vedere quanto può essere visto da un qualunque altro viaggiatore: il viaggiatore non è in cerca di conferme, al contrario si abbandonerà a quel senso di estraniamento che proviene dal trovarsi in un altrove non ancora divenuto esperienza. Che cosa rimane allora di un viaggio se non la meraviglia dell’incontro tra esseri umani? Niente è più incisivo e profondo per “sentire” lo spirito di un luogo che conoscere chi vi abita. E qui un viaggiatore mette in gioco la sua identità per lasciarsi modellare dagli altri. Ascoltare le loro storie, magari un breve scambio di parole, oppure un semplice contatto ma autenticamente vero ci permetterà di evaporare le distanze e sentirci parte di una comunità: quella degli esseri umani. Le fotografie di David Dector, prese nella moltitudine di luoghi, sembrano intercettare proprio il desiderio di mettersi – e metterci – in contatto con persone che ci chiamano ad ascoltare la loro storia. Spesso è solo un gesto a catturare la nostra attenzione, altre volte invece è un’espressione da decifrare, altre volte ancora sono le mani a richiamare la nostra attenzione. E poi, su tutto, gli occhi. Che siano dell’innocenza dei bambini, oppure di chi tanto ha visto nella vita, o ancora nel divertito andirivieni delle attività umane essi ci catturano. Le fotografie di Dector hanno un preciso fil rouge che lega il suo lavoro: è l’empatia, e la vediamo dominare ogni immagine strappandoci ora un sorriso ora consegnandoci alla commozione. E noi scopriamo tra il folto delle loro espressioni che non esiste un solo essere umano la cui vicenda non sia degna d’essere ascoltata. Ed è proprio questo che ci conquista e che ci rende arrendevoli di fronte ai soggetti di Dector i quali non ci chiedono altro che la stessa misura di sensibilità che ha avuto l’obiettivo del fotografo. E pazienza se non li rivedremo mai più, se non li ascolteremo mai più. Ben più importante che questo, che di sicuro procurerà un dolce rammarico, è l’indelebile ricordo dentro a un viaggio, il più misterioso e affascinante, quello compiuto dentro la storia e la vita di un essere umano, un viaggio non sovrapponibile ad altri.

Giuseppe Cicozzetti 

foto David Dector

http://www.daviddector.com/

 

 

What remains after a journey that we have made so indelible in our memory that we think it cannot be erased? Maybe a landscape? Perhaps that sense of light freedom that we feel when we advance along the streets of a city that opens up to our discovery? Perhaps a sunset that made every chord of our sensitivity vibrate? Maybe. But it is certain that each of these memories will add up to others, so another landscape, another city, another sunset will seem to us to surpass the previous ones in wonder. A true traveler knows what truly makes his journey unique, and this does not lie in the shared confirmation of what we have said so far: his eyes will not be satisfied with seeing what can be seen by any other traveler: a traveler isn’t looking for confirmation, on the contrary he will abandon himself to that sense of estrangement that comes from being in an elsewhere that has not yet become an experience. What then remains of a journey if not the wonder of the encounter between human beings? Nothing is more incisive and profound to "feel" the spirit of a place than to know who lives there. And here a traveler puts his identity into play to let himself be modeled by others. Listening to their stories, perhaps a brief exchange of words, or a simple but authentically true contact will allow us to evaporate the distances and feel part of a community: that of human beings. David Dector's photographs, taken in the multitude of places, seem to intercept the desire to get - and put we, as well - in contact with people who call us to listen to their story. Often it is only a gesture that captures our attention, at other times it is an expression to be deciphered, at other times it is the hands that draw our attention. And then, above all, the eyes. Whether they are of the innocence of children, or of those who have seen so much in life, or even in the amused comings and goings of human activities, they capture us. Dector's photographs have a precise fil rouge that binds his work: it’s empathy, and we see it dominating every image, now tearing us a smile, now delivering us to emotion. And we discover in the thick of their expressions that there is not a single human being whose story is not worth listening to. And it is precisely this that conquers us and that makes us compliant in front of Dector's subjects who ask us for nothing more than the same measure of sensitivity that the photographer's lens had. And patience if we will never see them again, if we will never listen to them again. Far more important than this, which will certainly cause sweet regret, is the indelible memory within a journey, the most mysterious and fascinating, the one made within the history and life of a human being, a journey that cannot be superimposed on others.

Giuseppe Cicozzetti 

ph. David Dector

http://www.daviddector.com/

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