SCRIPTPHOTOGRAPHY

Gregory CREWDSON                                      (USA) 

GREGORY CREWDSON

Prendete una buona dose di Hopper, aggiungete Cronenberg a piacimento e un pizzico di Lynch, Spielberg e di ditta Coen. Mescolate il tutto e vi apparirà una fotografia di Gregory Crewdson. Dimenticate l’ottimismo borghese dell’America di Rockwell, qui siamo nei dintorni di una comunità che ha conosciuto il suo incubo e ne è rimasta scioccata. Le persone non comunicano, il loro universo è precipitato in una vertigine che lo consegna alla muta malinconia, cui si somma la sensazione di una cupa rassegnazione. Osservate la ‘staged photography’ di Crewdson: le persone (tranne rari casi, e se succede ci appare in forma indagatoria) non si guardano tra loro e trasgredendo alla prima regola fotografica, che celebra invece proprio gli occhi, esse guardano verso un altrove lontano. A volte è un altrove metafisico, presente nelle ansietà dei soggetti, a volte il loro sguardo è catturato da un “incidente” esterno che ne rapisce l’attenzione e li consegna all’investigazione di un punto visibile soltanto ai loro occhi. C’è dunque nelle fotografie di Crewdson, dei veri e propri “still life umani”, come un’aspettativa, un’ancora a cui aggrapparsi, una speranza e poco importa se l’aspettativa somigli a qualcosa di ultraterreno che vediamo nei potenti fasci luminosi. L’umanità è congelata nel suo malessere, attanagliata da una sfiducia nell’azione e infatti è statica e poco reattiva anche nelle situazioni in cui sarebbe chiamata a rispondere a se stessa. Stabilito il vuoto interiore, angosciante e terribile, il fotografo si spinge oltre: egli vuole marcare ogni differenza con l’ambiente che l’uomo stesso ha creato e a cui ora affida di farsi portavoce. E infatti sono gli interni a parlare dei protagonisti, l’abbondanza di suppellettili è chiamata a descrivere un presente fermo allo stato di passato; e come a dirci che non può esservi riparo al malessere, che intanto ha pervaso ogni soggetto fino alle ossa permeando il suo “riparo” domestico, ecco che Crewdson ci avverte di avere esplorato gli effetti del malessere anche all’esterno. I luoghi della socialità sono le strade, classicamente luoghi di transito e che nelle foto diventano quinte misteriose, ostili e refrattarie a ogni contatto umano. E misteriose, perché, anche in assenza di persone, le sue luci ci suggeriscono la presenza di vita che non prevede nessuna interazione. In ogni fotografia del fotografo newyorchese cogliamo un grido muto e disperato che abbiamo già colto nella pittura e nel cinema americani del XX secolo superandoli in forza espressiva, spingendosi su un terreno creativo che esalta il coraggio visionario, spingendosi ben oltre il tabù dell’occultamento della solitudine sociale. Gregory Crewson manda un segnale chiarissimo e potente: è l’uomo il principale responsabile della sua oppressione. Al fotografo non resta che farsene interprete.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Gregory Crewdson 

 

http://www.gregorycrewdsonmovie.com

 

 

Take a good dose of Hopper, add Cronenberg at will and a pinch of Lynch, Spielberg and Coen bros. Mix everything together and a photograph of Gregory Crewdson will appear.

Forget the bourgeois optimism of Rockwell America, here we are around a community that has known its nightmare and has been shocked. People don’t communicate, their universe has fallen into a vertigo that gives it to the mute melancholy, to which is added the feeling of a grim resignation.

Look at Crewdson's 'staged photography': people (except for rare cases, and if it happens appears in an investigative form) don’t look at each other and transgressing the first photographic rule, which instead celebrates the eyes, they look towards a distant elsewhere.

Sometimes it’s a metaphysical elsewhere, present in the anxieties of the subjects, sometimes their gaze is captured by an external "accident" that captures their attention and delivers them to the investigation of a point visible only to their eyes. There’s therefore in Crewdson's photographs, some real "human still life", like an expectation, an anchor to cling to, a hope and it does not matter if the expectation resembles something otherworldly that we see in the powerful beams bright.

Humanity is frozen in its malaise, gripped by a lack of confidence in action and in fact it’s static and not very reactive even in situations in which it would be called to respond to itself. Having established the inner emptiness, distressing and terrible, the photographer goes further: he wants to mark every difference with the environment that man himself has created and to which he now entrusts himself to be spokesman. And indeed it is the interiors who talk about the protagonists, the abundance of furnishings is called to describe a present that is still in the state of the past; and as to tell us that there can be no shelter to the malaise, which in the meantime has pervaded every subject to the bone permeating its domestic "shelter", here Crewdson warns us to have explored the effects of the malaise also outside.

The places of social life are the streets, classically places of transit and which in the photos become mysterious, hostile and refractory scenes for every human contact. And mysterious, because even in the absence of people, its lights suggest the presence of life that does not involve any interaction. In every photograph of the New York photographer we catch a mute and desperate cry that we have already caught in 20th century American painting and cinema, overcoming them in expressive force, pushing on a creative terrain that enhances visionary courage, pushing well beyond the taboo of the concealment of social solitude. Gregory Crewson sends a very clear and powerful signal: the man is the main one responsible for his oppression. What remains to the photographer is to make him an interpreter.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Gregory Crewdson 

 

http://www.gregorycrewdsonmovie.com

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