SCRIPTPHOTOGRAPHY

Guy COHEN                                                                                       (Israele) 

 

GUY COHEN

Ammetto di avere una particolare passione per le fotografie in bianco e nero. Non che il colore sia per questo secondario nell’orizzonte dei miei interessi ma ho come l’impressione che una fotografia in bianco e nero sia più carica di sensi. Senza giungere all’estremismo nostalgico di Ceronetti, che considerava le immagini a colori un “sonnifero policromatico” né alle apodittiche conclusioni di Wenders, secondo cui “il mondo è a colori ma la realtà è in bianco e nero”, è evidente come il bianco e nero abbia sul colore il primato dell’evocazione, la superiorità del suggerimento sull’impassibilità cromatica. Certamente la partita è aperta e non mi faccio nessuna illusione che la mia tesi trovi residenza presso i cultori del colore, ma tanto basta per avviare una discussione. Se c’è un fotografo che standosene su una porta girevole entra ed esce a piacimento dagli ambienti mono e policromatici, con una disinvoltura sorprendente per la sua giovane età, è l’israeliano Guy Cohen di cui propongo una selezione dei suoi lavori in bianco e nero.
Osservando le sue fotografie si nota l’immediatezza della “misura”, il giusto equilibrio cioè tra il formalismo compositivo delle immagini declinato in un forte contrasto tra le tinte, a cui concorrono due componenti imprescindibili: la poesia e un’ironia appena sottotraccia. C’è, in talune foto, la sfida a una spazialità risolta dal fotografo con mano sicura e che consegna a una lettura nella quale la solitudine assume un tono delicato, intimo; e una volta sciolto il nodo della pura rappresentazione ecco che l’immagine accoglie quel tanto di ironico che sorprende (si guardi in particolare la foto del ciclista al culmine della strada mentre i lampioni curvi sembrano piegarsi in segno di ossequiosa curiosità). Altre si snodano nella gara geometrica in cui un pattern rigoroso ingabbia la figura umana, ripresa dall’alto, in un divertente gioco di nascondimenti. Le altezze ritornano, e con uno scopo: sorprendere la figura umana nascondendola ai nostri occhi, per svelare il doppio di sé, la sua ombra, che in un gioco prospettico diviene gigantesca. E capovolta. Il nero è avvolgente, non minaccioso. L’oscurità è girata a vantaggio. E nel gioco delle assonanze poetiche la notte è amica e la città è complice, tanto che alle luci dei lampioni è dato il ruolo di farsi un cielo trapunto di stelle. Magnifico. Come la forza vitale di giovani che per gioco si rovesciano dell’acqua; acqua di cui seguiamo la dismissione dello stato liquido perché possiamo seguire le tracce di un movimento destinato al plastico congelamento. Cohen ha voglia di raccontare, e prosegue. Prosegue, e con buona sensibilità, nell’immagine delicatissima di una miriade di uccelli che pare uscita da un finissimo ricamo giapponese, in cui ombre e trasparenze gareggiano per la supremazia, ma non sanno che entrambe concorrono a un ordito in cui a vincere è l’eleganza di un’immagine molto ben riuscita. E riuscita è anche quella in cui cielo e terra sembrano esclusivi spazi ornitologici e dove gli uccelli riempiono l’immagine dividendola con la disciplina di chi aspetta il turno per liberarsi in volo. C’è dunque rigore e poesia (si può benissimo essere rigorosi e poetici) nelle fotografie di Guy Cohen, coniugati nello sforzo di una composizione coerente, che si lascia osservare per la nostra ammirazione.

 

Giuseppe Cicozzetti

foto Guy Cohen

 

https://500px.com/guy_c_photography

 

 

I confess I have a particular passion for black and white photography. Not that the color is secondary for this in the horizon of my interests but I have the impression that a black and white photography is more full with senses.

Without reaching the nostalgic extremism of Ceronetti, who considered color images a "polychromatic sleeping pill" or the apodictic conclusions of Wenders, according to whom "the world is in color but reality is in black and white", it’s evident how white and black has on the color the primacy of the evocation, the superiority of the suggestion on chromatic impassivity.

Certainly the game is open wide and I do not make any illusions that my thesis will be the residence of those who love color, but it’s enough to start a discussion. If there’s a photographer standing on a revolving door, he enters and exits at will from the mono and polychromatic environments, with a surprising ease for his young age, is the Israeli Guy Cohen of whom I propose a selection of his works in white and black.

Observing his photographs we notice the immediacy of the "measure", the right balance between the compositional formalism of the images declined in a strong contrast between the colors, to which two indispensable components concur: poetry and irony just underneath. There are, in some photos, the challenge to a spatiality resolved by the photographer with a sure hand and which delivers to a reading in which solitude takes on a delicate, intimate tone; and once the knot of pure representation has been dissolved, here is that the image is so ironic that it surprises (look at the photo of the cyclist in particular at the height of the road while the curved street lamps seem to bend in a sign of obsequious curiosity).

Others set off in the geometric race in which a rigorous pattern cages the human figure, shot from above, in a fun game of hiding. The heights return, and with a purpose: to surprise the human figure by hiding it from our eyes, to unveil the double of himself, his shadow, which in a perspective game becomes gigantic. And upside down. Black is enveloping, not threatening. Darkness is turned to advantage. And in the game of poetic assonances, the night is a friend and the city is an accomplice, so much so that in the lights of the street lamps is given the role of making a star-studded sky. Magnificent.

Like the life force of young people who overturn water; water of which we follow the disposal of the liquid state because we can follow the traces of a movement intended for the plastic freezing. Cohen wants to tell, and continues. It continues, and with good sensitivity, in the delicate image of a myriad of birds that seems to come out of a very fine Japanese embroidery, in which shadows and transparencies compete for supremacy, but they do not know that they both concur to a warp in which to win is the elegance of a very successful image.

It is also successful in which heaven and earth seem to be exclusive ornithological spaces and where birds fill the image by dividing it with the discipline of those waiting for the turn to free themselves in flight. There’s therefore rigor and poetry (one can very well be rigorous and poetic) in Guy Cohen's photographs, conjugated in the effort of a coherent composition, that we observe them for our admiration.

 

Giuseppe Cicozzetti

ph. Guy Cohen

 

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