SCRIPTPHOTOGRAPHY

Emanuela CAU                                                                                (Italia) 

EMANUELA CAU

Il tempo sarà anche un’illusione, come ha detto qualcuno che la sapeva lunga, ma è certo che per quanto illusorio sappia essere, il tempo lascia inesorabilmente tracce del suo trascorso. E non c’è dubbio che l’uomo ne tema gli effetti, tanto da concentrare ogni sforzo nel tentativo di renderlo perenne, di rendere “costante l’eternità” (Borges). Il lavoro della giovane fotografa cagliaritana Emanuela Cau (sebbene definirla fotografa ridurrebbe, e di molto, la sua attività multimediale) va in questa direzione; con in più una delicatezza che le proviene dal narrare storie “compiute” dentro un solo scatto. E’ certo che questa peculiarità provenga dall’interesse per i cortometraggi (di cui lei stessa è regista) nei quali la narrazione deve necessariamente scontrarsi e risolversi nella crisi creata e accettata della brevità. Ma c’è di più ancora. Ecco che il tema del “tempo” è centrale nelle opere di Emanuela Cau; un tempo “celebrato”, non ostile, in cui assaporare il gusto di una realtà che dialoga con l’onirico – e noi sappiamo come i sogni svelino realtà che non vediamo a occhi aperti. Il tempo “celebrato” nelle immagini di Emanuela Cau non ha nulla dell’ossequio: è protagonista, e dunque divampa in una centralità che sposa felicemente il soggetto raffigurato e ne esalta l’assunto onirico. Non mancano le arditezze: le immagini sono tutte autoritratti, davanti l’obiettivo è lei stessa quasi volesse dirci che i rischi della comunicazione vanno assunti in prima persona, non delegati, e che lei è a un tempo protagonista e medium di una simbologia non emendabile ad altri. 

Ecco allora la fotografa al centro del tempo. Il suo. E non necessariamente deve coincidere con il tempo che conosciamo. Emanuela Cau lo assapora, e insieme non ci lascia orfani del suo banchetto, invitando noi tutti ad assaporarlo lentamente, a recuperare il senso di un tempo fattosi veloce e impaziente e nel quale la magia del racconto, della divagazione estatica non trova luogo. 

Magia della fotografia, che “fermando” il tempo impedisce alle cose di accadere tutte in una volta.

Il linguaggio di Emanuela Cau è nuovo e antico (non sembri presuntuoso accostare due “tempi” diversi, vuol dire soltanto che l’odierno dialoga con la storia) e non c’è fotografia che non intenda sottolinearlo. Che il suo lavoro sia in forma di oleografia, strizzando l’occhio alla atemporalità misteriosa dei Tarocchi – nel quale si innesta felicemente un ritocco che rimanda alle tinte piatte delle ecoline – o nelle lunghe sequenze d’esposizione, avvertiamo un respiro trasognante e carico di significato in cui il pathos è neutralizzato da un’eleganza compositiva – e cromatica – che rapisce l’osservatore. Ma a Emanuela non può bastare la sfida con il tempo. Nella sua celebrazione, il tempo viene stretto nella provocazione estetica e risolta nella ricerca di una manualità il cui obiettivo è il “dialogo” con la modernità. Nelle sue immagini lei dunque ci appare donna contemporanea e d’un tempo ormai inesistente, misteriosa figura ancellare, immersa in vertigini simboliste (si noti la sicurezza con la quale Emanuela Cau si destreggia tra colore e un bianco e nero encomiabili), depositaria di insolubili charades o riccamente adornata e nel cui abbigliamento vediamo riferimenti tumultuosi, protagonista, a volte, della più pura rappresentazione surreale (l’autoritratto allo specchio con occhi chiusi e posizionati sui guanti è un riuscitissimo omaggio). Il registro è ampio, la creatività è solida e non difetta il coraggio cui aggiungere una sicura padronanza di un linguaggio che ha molti grandi interpreti e tra cui salutiamo come benvenuta la voce di Emanuela Cau.

Giuseppe Cicozzetti

foto Emanuela Cau

 

 

Time will also be an illusion, as someone wise said, but it is certain that as illusory as it may be, time leaves inexorably traces of its past.

And there is no doubt that man is concerned with its effects, so much so that every effort is made to try to make it perennial, to make "eternity constant" (Borges).

The work of the young photographer from Cagliari Emanuela Cau (although defining her as a photographer would greatly reduce her multimedia activity) goes in this direction; plus a delicacy that comes from narrating "completed" stories within a single shot.

It is certain that this peculiarity comes from the interest in short films (of which herself is a director) in which the narration must necessarily clash and resolve in the created and accepted crisis of brevity. But there's more yet.

Here the theme of "time" is central to the works of Emanuela Cau; a time "celebrated", not hostile, in which to savor the taste of a reality that dialogues with the oneiric - and we know how dreams reveal reality that we do not see with our eyes open. The time "celebrated" in the images of Emanuela Cau has nothing to do with the treatise: it is the protagonist, and therefore it fades into a centrality that happily marries the subject portrayed and exalts the oneiric assumption.

There is no shortage of daring: the images are all self-portraits, in front of the lens she herself almost wants to tell us that the risks of communication should be taken in first person, not delegated, and that she is at the same time the protagonist and medium of a non-amendable symbology to others.

Here then is the photographer at the center of time. His. And it does not necessarily have to coincide with the time we know. Emanuela Cau tastes it, and together does not leave us orphans of his banquet, inviting us all to savor it slowly, to recover the sense of a time made fast and impatient and in which the magic of the story, the ecstatic digression does not find place.

Magic of photography, which "stopping" time prevents things from happening all at once.

The language of Emanuela Cau is new and ancient (it does not seem presumptuous to combine two different "times", it means only that today's dialogue with history) and there is no photograph that does not intend to underline it. That his work is in the form of oleography, winking at the mysterious timelessness of the Tarot - in which a retouch is happily inserted that refers to the flat colors of the ecoline - or in the long sequences of exposure, we feel a dreamy breath and loaded with meaning in which the pathos is neutralized by a compositive elegance - and chromatic - that abducts the observer.

But the challenge with time is not enough for Emanuela. In its celebration, time is tightened up in aesthetic provocation and resolved in the search for a dexterity whose goal is "dialogue" with modernity. In her images, therefore, she appears to us as a contemporary woman who has no longer existed, a mysterious figure in the arms, immersed in symbolic vertigo (note the security with which Emanuela Cau juggles between color and a commendable black and white), insoluble custodian charades or richly adorned and in whose clothing we see tumultuous references, protagonist, at times, of the purest surreal representation (the self-portrait in the mirror with eyes closed and positioned on the gloves is a very successful tribute).

The register is wide, creativity is solid and does not lack courage to add a sure mastery of a language that has many great performers and among which we welcome the voice of Emanuela Cau.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Emanuela Cau

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