SCRIPTPHOTOGRAPHY

Alessandra CALÒ                                                                            (Italia) 

 

ALESSANDRA CALÒ

C’è qualcosa di nuovo nella fotografia. Anzi di antico, come un vento che non ha mai smesso di spirare e che reca con sé un desiderio simile a un’urgenza. Memoria, identità sarebbero concetti vuoti se lasciati superare dall’incedere impietoso di una cronaca che non intende farsi Storia e che ci costringe a vivere in un eterno presente. Noi siamo quello che altri sono stati prima di noi, i nostri passi coincidono con le impronte di quanti hanno già percorso lo stesso cammino, e ricordarlo ci è utile. La fotografa Alessandra Calò si muove nel perimetro della ricerca identitaria, nel recupero di una radice che definisce un genere fotografico e che lo omaggia attraverso una proposta che accarezza la sensibilità dell’osservatore, invitandolo a un viaggio a ritroso nel tempo. Chi osserva le fotografie della serie “Secret Garden” non potrà non cogliervi – ma questo è solo uno spunto – una delicata lode verso un pionierismo fotografico che ha gettato le basi e ancora continua ad attraversare il lavoro di molti fotografi. Non solo. C’è di più. È contenuto, ad esempio, nelle antiche lastre recuperate ed elaborate, in quei negativi di figure femminili, qualcosa che svela la natura stessa di una fotografia che invita più alla ricerca che a definizioni apodittiche. E infatti osservando i ritratti femminili in negativo, e di cui non sappiamo altro, siamo spinti dall’urgenza di aggiungere loro una storia, fornirle di un tempo che contiene un senso. Noi le vediamo: giovani o adulte, ferme nella posa dello scatto come immagini di corpi che chiamano a una restituzione, mentre reclamano un nome, un’attitudine, un’identità. Questo è il limite grandioso e affascinante della fotografia: non c’è immagine che per vivere non abbia bisogno dei nostri occhi, non c’è fotografia che per assumere vita non abbia la necessità di essere interpretata. Qui il lavoro di Alessandra Calò affronta questa immane ma benvenuta contraddizione, un punto che innerva e vitalizza la fotografia. Le donne di Alessandra hanno preminenza, tutte dilagano nella centralità del suo lavoro. In “Les Inconnues” il gioco si arricchisce di rimandi e come interrotta da una sottilissima filigrana scorgiamo volti ed espressioni sfidare l’accuratezza per consegnarsi alla casualità dell’imperfezione. Il ritratto come indagine e, ancora una volta e più in profondità, l’urgenza di respirare un’aria pionieristica. Con devozione. Qui, in questa serie, è evidente l’omaggio che Alessandra Calò ha voluto rendere a due grandi fotografe del passato e, come in un gioco impossibile e intrigante, chiama al dialogo Constance Fox Talbot e Anna Atkins perché ognuna di loro sia ricordata come merita: due precorritrici, due donne dal grande e indiscusso talento. “Les Inconnues” è il racconto di una compensazione, di una generosa e felice commistione, e qui Alessandra Calò si dimostra molto abile nel mantenere un equilibrio perfetto, di stile e vocazione, laddove il linguaggio ritrattistico di Talbot è innervato dalle sovrapposizioni botaniche di Atkins. Il risultato sorprende per delicatezza, il dialogo funziona e dunque noi vediamo fotografie che sollevano il velo della commozione. Tutto è stato detto, tutto è stato scritto, in fotografia così come in ogni altra disciplina artistica ma tutto può e deve essere reinventato, raccontato ancora e ancora. Il linguaggio si alimenta nel confronto, nelle esperienze, nella memoria. Alessandra Calò ha scelto il suo, un linguaggio personale che affonda nelle radici di una gloriosa tradizione, nell’epopea dei primordi. Tutto però è declinato nel contemporaneo e nel suo lavoro non c’è spazio per le scorie di una nostalgia autocelebrativa: le sue sono fotografie che si rivolgono a noi in forza di uno stile che ricuce tradizione e modernismo (si vedano, ad esempio, le stampe su strati di cristallo) in un binomio chiarissimo. Molto spesso l’invenzione di un linguaggio, quando questo intende farsi autoreferenziale, concorre alla costruzioni di muri, mentre noi abbiamo bisogno di ponti. Con i suoi progetti Alessandra Calò costruisce per noi ponti di rara delicatezza. E noi lo oltrepassiamo, con la convinzione che la fotografia ha ancora moltissimo da regalarci.

Giuseppe Cicozzetti

da “Secret Garden”; “Les Inconnues”

foto Alessandra Calò

http://alessandracalo.it/fineart/

 

 

There’s something new in photography. Indeed of ancient, like a wind that has never stopped expiring and that brings with it a desire similar to an urgency. Memory, identity would be empty concepts if left to overcome by the merciless pace of a chronicle that does not intend to become History and that forces us to live in an eternal present.

We are what others have been before us, our steps coincide with the footprints of those who have already traveled the same path, and remembering it is useful. The photographer Alessandra Calò moves within the perimeter of the search for identity, in the recovery of a root that defines a photographic genre and that pays homage to it through a proposal that caresses the sensitivity of the observer, inviting him to travel back in time.

Whoever observes the photographs of the "Secret Garden" series cannot fail to catch - but this is just a hint - a delicate praise towards a photographic pioneer who laid the foundations and still continues to go through the work of many photographers. Not only. There is more. It is contained, for example, in the ancient plates recovered and processed, in those negatives of female figures, something that reveals the very nature of a photograph that invites more research than apodictic definitions. And in fact, looking at female portraits in negative, and of which we know nothing else, we are driven by the urgency to add a story to them, to provide them with a time that contains a meaning.

We see them: young or adult, standing in the pose of the shot as images of bodies calling for a return, claiming a name, an attitude, an identity. This is the grandiose and fascinating limit of photography: there’s no image that doesn’t need our eyes to live, there’s no photograph that doesm’t need to be interpreted to take on life.

Here the work of Alessandra Calò addresses this huge but welcome contradiction, a point that innervates and vitalizes photography. Alessandra's women have pre-eminence, all spreading in the centrality of her work. In "Les Inconnues" the game is enriched with references and, as if interrupted by a very thin filigree, we see faces and expressions that challenge accuracy to surrender to the randomness of imperfection. The portrait as an investigation and, once again and more deeply, the urgency to breathe a pioneering air.

With devotion. Here, in this series, it’s evident the homage that Alessandra Calò wanted to give to two great photographers of the past and, as in an impossible and intriguing game, she calls Constance Fox Talbot and Anna Atkins to dialogue because each one of them is remembered as it deserves: two precursors, two women with great and undisputed talent. "Les Inconnues" is the story of a compensation, of a generous and happy mixture, and here Alessandra Calò proves to be very adept at maintaining a perfect balance of style and vocation, where Talbot's portraiture language is innervated by Atkins' botanical overlays.

The result is surprisingly delicate, the dialogue works and so we see photographs that raise the veil of emotion. Everything has been said, everything has been written, in photography as in every other artistic discipline but everything can and must be reinvented, told again and again. Language is nurtured in comparison, in experiences, in memory. Alessandra Calò has chosen her, a personal language that sinks into the roots of a glorious tradition, in the epic of primordial times.

 Everything, however, is declined in the contemporary and in her work there’s no space for the waste of a self-celebratory nostalgia: her are photographs that come to us thanks to a style that recreates tradition and modernism (see, for example, the prints on crystal layers) in a very clear combination. Very often the invention of a language, when it intends to become self-referential, contributes to the construction of walls, while we need bridges. With her projects Alessandra Calò builds bridges of rare delicacy for us. And we go beyond it, with the conviction that photography still has a lot to give us.

Giuseppe Cicozzetti

from “Secret Garden”; “Les Inconnues”

ph. Alessandra Calò

http://alessandracalo.it/fineart/

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