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SCRIPTPHOTOGRAPHY

Robert BERGMAN                                                         (USA) 

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ROBERT BERGMAN

Una visione personale è la sola cosa di cui ha bisogno un artista, uno sguardo la cui visione è alimentata da intuizione e sentimento. La ritrattistica di Robert Bergman è brutalmente onesta e ci mostra volti, uomini che sono la quintessenza della normalità: gente così vicina a noi che fatichiamo a riconoscere. In “A kind of rapture” (1998) le immagini si susseguono silenziosamente, come le loro vite si direbbe, e infatti non una delle fotografie ha un titolo o una didascalia che le accompagni. Niente, come se il fotografo avesse deciso di rifiutarsi di consegnarci una chiave di lettura. Tuttavia l’osservatore vi coglierà molto più di quanto Bergman abbia voluto nascondere. C’è, ad esempio, una sorta di “rapimento”, non necessariamente un’empatia, ma di certo lo svincolarsi di una curiosità sotterranea per i soggetti i quali, silenziosamente e unite dal medesimo destino, scorrono per testimoniare la singolare e inestinguibile sacralità del genere umano. I rimandi a Robert Frank e a Danny Seymour sono evidenti; e lo sono nella negazione della narrativa convenzionale e nelle modalità eccentriche di comprendere gli impulsi più contraddittori. “A kind of rapture”, così dissimile da un photobook convenzionale, è piuttosto un poema disincantato scritto su pellicola, la cui grammatica visiva è obliqua come lo sguardo stesso dei soggetti ed in questa “lateralità espressiva” che si adunano sentimenti nei quali cogliere le differenti sfumature dello scintillio che chiamiamo vita. Un catalogo difforme e singolare in cui tuttavia non manca una componente che affonda le radici nella tradizione pittorica. Pose statiche e colori saturi, decisi come macigni caduti su un arenile sono il naturale canovaccio che lega l’intera serie come un doveroso omaggio ai grandi pittori della storia dell’Arte. Van Gogh sembra sbirciare le sperimentazioni cromatiche di Rothko, mentre entrambi discutono sulla ieraticità della ritrattistica fiamminga. C’è una sintassi nascosta, criptica e che non vuole svelarsi a una prima osservazione. Ma c’è ed è simile al pudore con il quale sfogliamo ognuna delle pagine mute di “A kind of rapture”, un pudore che somiglia a un naturale “rapimento”, un qualche tipo di rapimento.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “A kind of rapture”

 

foto Robert Bergman

 

http://www.therobertbergmanarchive.org/artist.html

 

 

A personal vision is the only thing an artist needs, a vision whose vision is nurtured by intuition and feeling. The portraiture of Robert Bergman is brutally honest and shows us faces, men who are the quintessence of normality: people so close to us that we struggle to recognize.

In "A kind of rapture" (1998) the images follow each other silently, as their lives would seem, and in fact not one of the photographs has a title or a caption that accompanies them. Nothing, as if the photographer had decided to refuse to give us a key to reading. However, the observer will seize you much more than Bergman wanted to hide.

There is, for example, a sort of "rapture", not necessarily an empathy, but certainly the release of an underground curiosity for the subjects who, silently and united by the same destiny, flow to witness the singular and inextinguishable sacredness of the human race. The references to Robert Frank and Danny Seymour are evident; and they are in the negation of conventional narrative and in the eccentric ways of understanding the most contradictory impulses.

"A kind of rapture", so unlike a conventional photobook, is rather a disenchanted poem written on film, whose visual grammar is oblique as the very gaze of the subjects and in this "expressive laterality" that gather feelings in which to grasp the different shades of the glitter we call life. A different and singular catalog in which, however, there is a component that has its roots in the pictorial tradition.

Static and saturated colors, determined like boulders fallen on a beach are the natural canvas that binds the entire series as a dutiful tribute to the great painters of the history of art. Van Gogh seems to peek into the color experiments of Rothko, while both discuss the hieraticity of Flemish portraiture.

There is a hidden, cryptic syntax that does not want to be revealed at a first observation. But there is and is similar to the modesty with which we browse each of the silent pages of "A kind of rapture", a modesty that resembles a natural "rapture", some kind of rapture.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “A kind of rapture”

 

ph. Robert Bergman

 

http://www.therobertbergmanarchive.org/artist.html

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