SCRIPTPHOTOGRAPHY

Lewis  BALTZ                                                                                          (USA) 

LEWIS BALTZ

L’insostenibile leggerezza dell’ordinario. Le definizioni sulla funzione di “arte” sono numerose almeno quanto gli stessi artisti. Franco Fontana sostiene che arte è “rendere visibile l’invisibile” ma questa, pur trovandoci d’accordo, non è che una delle definizioni; e in ogni caso, con tutto il rispetto verso il grande fotografo, Fontana dimentica che la fotografia, nella sua storia, vive in larga misura di un rapporto strettissimo con il reale, con il “visibile” inteso come elemento da cui trarre la sua stessa “propter quod”. Il visibile c’è già dunque, è intorno a noi ma non sappiamo che leggere il suo lato esteticamente rilevante – o almeno quello che pensiamo lo sia e che meriti uno scatto. Ribaltando dunque la definizione di Franco Fontana sulla finzione dell’arte (“rendere visibile l’invisibile”) direi che compito ancora più stimolante per un fotografo è “rendere visibile il visibile”, trovare cioè un senso nell’ordinario ed elevarlo a bellezza. Il fotografo americano Lewis Baltz (1945-2014) è stato uno dei principali interpreti della “New Topographics”, corrente che alla metà degli anni ’70 del secolo scorso (di cui oltre a Baltz occorre ricordare Robert Adams e Stephen Shore, che però fotografava a colori e due coniugi tedeschi, Bernd e Hilla Becker la cui lezione avrebbe influenzato i lavori di Gursky, Struth, Burtynsky e Joel Sternfeld, cui aggiungerei l’italiano Guido Guidi) cercava di stabilire un nesso tra il concetto di bellezza estetica e i paesaggi urbani alterati dall’opera dell’uomo. Baltz è interessato a una “forma” che non desidera penetrare nella commistione di significati: quello che vediamo, sembra dirci, è quello che è: linee pure e semplici, geometrie piane, neutre, risolte in un minimalismo rigorosissimo e netto come una rivendicazione. E la rivendicazione sta tutta dentro il dibattito di un’immagine che intende presentarsi all’osservatore con la dignità di “oggetto indipendente” e in possesso di una vita autonoma. Ma quanto vediamo nelle foto sottolinea l’esistenza di un paradosso. Da un lato l’incredibile versatilità dell’uomo a creare per sé ambienti che appaiono poco ospitali (quando non proprio ostili) ma in cui, d’altro canto, il rigore delle forme suggerisce una lettura persino delicata in cui scorgere la poetica di una silenziosa solitudine, l’elevazione dell’urbanizzato periferico da crepa nei rapporti con l’uomo a una ritrovata convivenza, e dove lo sguardo di Baltz invita noi tutti a guardare l’ordinario con altri occhi e, soprattutto, con un’altra mente. Luoghi senza nome, assenti di storia e dove abbiamo la precisa sensazione che non accada nulla; eppure questi apparenti non-luoghi esistono, sono intorno a noi ma non li vediamo, preferiamo respingerli. Il lavoro di Baltz è stato questo, versare la concettualità del dibattito sull’intrusione industriale nei costumi abitativi dell’uomo fino a declinarla in immagini, distillandone l’essenza. Mentre l’uomo grande protagonista del suo stesso destino è assente. E non è casuale.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Lewis Baltz

 

 

The unbearable lightness of the ordinary. The definitions on the function of "art" are as numerous as the artists themselves. Franco Fontana argues that art is "making the invisible visible" but this, even if we agree, is only one of the definitions; and in any case, with all due respect to the great photographer, Fontana forgets that photography, in its history, lives to a large degree of a very close relationship with the real, with the "visible" understood as an element from which to draw its own "propter quod".

The visible is already there, it is around us but we do not know what to read its aesthetically relevant side - or at least what we think it is and deserves a shot. Turning over the definition of Franco Fontana on the fiction of art ("making visible the invisible") I would say that even more stimulating task for a photographer is "make visible the visible", find a sense in the ordinary and elevate it to beauty.

The American photographer Lewis Baltz (1945-2014) was one of the main interpreters of the "New Topographics", current that in the mid-seventies of the last century (of which in addition to Baltz must remember Robert Adams and Stephen Shore, who, however, photographed in color and two German spouses, Bernd and Hilla Becker whose lesson would have influenced the works of Gursky, Struth, Burtynsky and Joel Sternfeld, to whom I would add Italian Guido Guidi) tried to establish a link between the concept of aesthetic beauty and urban landscapes altered by the work of man.

Baltz is interested in a "form" that does not want to penetrate into the mingling of meanings: what we see, seems to tell us, is what it is: pure and simple lines, flat, neutral geometries, resolved in a very strict and clear minimalism as a claim. And the claim lies entirely within the debate of an image that intends to present itself to the observer with the dignity of an "independent object" and in possession of an autonomous life.

But what we see in the photos emphasizes the existence of a paradox. On the one hand the incredible versatility of man to create for himself environments that seem unfriendly (when not quite hostile) but where, on the other hand, the rigor of the forms suggests an even delicate reading in which to see the poetics of a silent loneliness, the elevation of the peripheral urbanization from crack in relationships with man to a newfound cohabitation, and where the look of Baltz invites us all to look at the ordinary with other eyes and, above all, with another mind.

Places without a name, absent of history and where we have the precise sensation that nothing happens; yet these apparent non-places exist, they are around us but we do not see them, we prefer to reject them. Baltz's work has been this, pouring the conceptuality of the debate on the industrial intrusion into the man's habitual costumes to the point of declining it in images, distilling its essence. While the great man protagonist of his own destiny is absent. And it is not by a case.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Lewis Baltz

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