SCRIPTPHOTOGRAPHY

GORDON PARKS  (1912 - 2006)

DARCY PADILLA

Ha detto Emil Cioran che “non è Dio, è il Dolore a godere dei vantaggi dell’ubiquità”. Per il filosofo rumeno il dolore è ovunque e distribuito con tale meticolosità da condurre le sue propaggini a non lasciare escluso nessun essere vivente. La storia dell’umanità è raccontata attraverso il suo dolore, la felicità è un fatto così privato da non interessare nessuno. Subito una questione, a dire il vero assai dirimente: come raccontare il dolore? E soprattutto: come può essere restituito il suo dramma, evitando a un tempo il compiacimento insito nella cruda esibizione e la sua fedele trasposizione? In mezzo, a fare da arbitro, c’è quello che chiamiamo etica. La fotografa americana Darcy Padilla entra con “The Julie Project” (un racconto affidato alle immagini iniziato nel 1993 e durato diciotto anni) nel vivo della questione, coraggiosamente, quasi a rispondere, nel tempo, a un rimprovero di W. Eugene Smith mosso alla categoria di cui faceva parte: «La maggior parte dei fotografi sembrano agire da dietro un vetro che li separa dai propri soggetti. Non riescono a entrare in contatto con loro per conoscerli». Darcy Padilla invece dimostra di aver superato quel diaframma raccontando il dramma di Julie, una giovane donna affetta dal virus dell’Hiv. Un lavoro così intimo, doloroso, non può che essere imbastito da una sincera empatia tra fotografo e protagonista, e perché il lavoro abbia un senso – un senso vero – deve contenere un obiettivo, un messaggio che sia universale e al tempo stesso privato, perché non tutti acconsentono a mostrare le proprie debolezze a un pubblico distratto o, peggio, pronto a giudicare, perché il dolore è un’aria che nessun vento disperde.
Julie è sieropositiva. In quegli anni, nei primi anni ’90, avere contratto il virus equivaleva a una sentenza di morte, aggravata da un moralismo che nella “dissolutezza di vite disperate” si compiaceva a mostrare il suo ghigno. Julie Baird non ha che se stessa e un corpo che sfornerà figli che le verranno sottratti per essere adottati. La malattia, quella, gliel’ha passata il suo primo compagno. Vivono come possono, dove possono, spesso in alberghi fatiscenti (il pudore di Julie impedirà a lungo l’ingresso a Darcy nella sua camera, tanto che le immagini dei loro primi contatti avverranno nella hall), frequentati da un’umanità le cui ristrettezze non consentono sistemazioni migliori né cure. Le immagini sono un lungo excursus dolente nel quale l’osservatore è spinto fino al cuore del dramma. Eppure non cogliamo compiacimento, pericolo sempre presente, non c’è alcuna intenzione di stupefare l’occhio – come invece si ostina a fare un notissimo fotografo-pubblicitario italiano – né soddisfare alcuna distanza, perché il dramma di un uomo è il dramma di ognuno degli uomini. Nessuno escluso. Darcy Padilla si muove nelle stanze della tragedia con assoluto rispetto e forza. Il suo sguardo è potente e la donna che fotografa è una donna vera, reale, sofferente che lotta come può per essere esclusa dal numero statistico delle vittime dell’Hiv. Ma capitolerà, alla fine e nell’immagine in cui la bambina tenta di “svegliare” la madre noi leggiamo l’infinita insensatezza del male, mentre l’ingenuità infantile ci commuove profondamente. Ecco, “The Julie Project” ci commuove, sbriciola la nostra indifferenza, e ci rende responsabilmente partecipi. E alla fine non resta che il rammarico per una vita che non c’è più ma che avremmo voluto saperla ancora tra noi. A lungo. Sempre.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “The Julie Project”

 

foto Darcy Padilla

 

http://www.darcypadilla.com/

Emil Cioran said that "it’s not God, it’s Pain that enjoys the advantages of ubiquity". For the Romanian philosopher pain is everywhere and distributed with such meticulousness to lead its offshoots not to leave out any living being.

The history of humanity is told through its pain, happiness is a so private matter that it does not interest anyone. Immediately a question, to tell the truth very very decisive: how to tell the pain?

And above all: how can his drama be restored, at the same time avoiding the complacency inherent in the raw performance and his faithful transposition? In the middle, to act as a referee, there’s what we call ethics.

The American photographer Darcy Padilla enters with "The Julie Project" (a story based on images started in 1993 and lasted eighteen years later) in the heart of the matter, courageously, almost responding, over time, to a rebuke by W. Eugene Smith moved to the category of which he was part: «Most photographers seem to act from behind a glass that separates them from their subjects.

They can not get in touch with them to know them». Darcy Padilla, on the other hand, shows that she has overcome that diaphragm by telling the drama of Julie, a young woman suffering from the HIV virus. A work so intimate, painful, can only be imbastito by a sincere empathy between photographer and protagonist, and because the work has a meaning - a true sense - must contain a goal, a message that is universal and at the same time private, because not everyone agrees to show their weaknesses to a distracted audience or, worse, ready to judge, because pain is an air that no wind scatters.

Julie is HIV-positive. In those years, in the early 90s, having contracted the virus was equivalent to a death sentence, aggravated by a moralism that in the "debauchery of desperate lives" was pleased to show his sneer.

Julie Baird has only herself and a body that will bring out children who will be taken away to be adopted. The illness, that, her first mate passed it.

They live as they can, where they can, often in dilapidated hotels (Julie's modesty will prevent long the entrance to Darcy in her room, so that the images of their first contacts will take place in the hall), frequented by a humanity whose constraints don’t allow better accommodations or healt care.

The images are a long painful excursus in which the observer is pushed to the heart of the drama. And yet we do not grasp complacency, an ever present danger, there’s no intention to amaze the eye - as it is stubborn to make a well-known Italian advertising photographer - nor satisfy any distance, because the drama of a man is everyone's drama some men. None excluded.

Darcy Padilla moves in the rooms of the tragedy with absolute respect and strength. Her gaze is powerful and the woman who photographs is a real, real, suffering woman who struggles as she can to be excluded from the statistical number of HIV victims. But it will capitulate, at the end and in the image in which the little girl tries to "wake up" the mother we read the infinite senselessness of evil, while the childlike naivety moves us deeply. Here, "The Julie Project" moves us, crumbles our indifference, and makes us responsibly participate. And in the end there is only the regret for a life that no longer exists but we would have liked to know her again among us. Long. Always.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “The Julie Project”

 

ph. Darcy Padilla

 

http://www.darcypadilla.com/

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