SCRIPTPHOTOGRAPHY

Riccardo VARINI                                                                             (Italia) 

RICCARDO VARINI

Non abbiamo mai – quasi mai – intorno a noi lo spazio puro dei luoghi. Eppure c’è un mondo di là della nostra visione, limpido e intatto, dove quel “mai” – dove quel “quasi mai” – si apre senza più negazioni. La “soglia” è varcata, e ora, che ci troviamo di là d’un mondo non praticato, non ci resta che aprirci alla sua meraviglia. Qui regna il riverbero d’un incanto inesplicabile, che al solitario dona conforto e colma il suo abisso. Qui regna un tedio senza torpore, la cui dolente malinconia è intrisa d’un indefinito pallido biancore e insieme, come giovani creature, obbediscono placidamente al dominio del silenzio. “Silenzi” è il titolo del lavoro di Riccardo Varini e dalla quale, mentre le fotografie scorrono dinanzi ai nostri occhi, apprendiamo la grandiosità di una lezione, come, cioè, la lettura del paesaggio – in questo caso una sua traduzione – sia intimamente connessa a un profondo legame con i propri luoghi, perché non c’è percorso individuale che non sia fortemente influenzato dal contesto. Varini non documenta un paesaggio visibile – qui dimostra d’avere assorbito la lezione di Ghirri – ma la proiezione di quel paesaggio, che addensa il suo senso nel gioco della ricerca, in cui l’immagine trovata incontra quella immaginata. Le fotografie di “Silenzi” ci offrono una riflessione sulla cultura del vedere, un invito a ripiegare dalla convenzionalità dello sguardo per affondare nelle pieghe d’un miraggio concluso nella sfuggente identità fotografica all’incontro con la pittura. Una sintesi, quasi una sinossi se si pensa alla maestosità di quanto è “fuori” dall’inquadratura. Eppure nell’equilibrio della composizione, nella sua compostezza formale, nella vocazione riassuntiva che attraversa ogni fotografia notiamo come il paesaggio di “Silenzi” altro non sia che un “paesaggio del sentimento”, luoghi che hanno abbandonato la proprietà fisica per essere ricondotto al sentimento che abbiamo di esso, un luogo non più geografico ma metafisico. Se osserviamo le foto, notiamo come il rapporto di spazialità tra le cose, una strada, un albero sia talvolta ridiscusso e spesso superato sacrificando l’elemento prospettico, mentre, laddove questo rapporto è nuovamente convocato un filare d’alberi o dei tralicci sembrano indicare una direzione, un cammino tanto misterioso quanto superbo. Il tratto è minimale, riassuntivo e compiuto in sé da una sensibilità “grafica”, tanto che la pianura Emiliana, così fitta di neve, e dopo averci impregnato di una bellissima poesia contadina, produce in noi suggestioni già sperimentate da una certa fotografia giapponese. Ma qui, in “Silenzi” la neve è un diario su cui scrivere i tratti della scoperta, una tavolozza su cui la tenacia del fotografo incontra la vera essenza delle forme sull’altare di qualsivoglia pregiudizio e dove, nel riverbero d’emozioni, ognuno può sentirsi a un tempo spettatore e parte attiva della scena. Ma più di tutto siamo invitati ad assistere allo svolgersi d’uno spettacolo, al conclamarsi d’una magia, ad ascoltare qualcosa di inudibile: la voce del silenzio, che sussurra nel più puro dei luoghi.

Giuseppe Cicozzetti

da “Silenzi”

foto Riccardo Varini

https://riccardovarini.it/

 

 

We never - almost never - have the pure space of places around us. Yet there’s a world beyond our vision, limpid and intact, where that "never" - where that "almost never" - opens up without negation. The "threshold" is crossed, and now that we find ourselves beyond a world that is not practiced, we just have to open ourselves to its wonder. Here the reverberation of an inexplicable charm reigns, which gives solitary comfort and fills his abyss. Here reigns a tedium without torpor, whose aching melancholy is imbued with an indefinite pale whiteness and together, like young creatures, placidly obey the dominion of silence. "Silences" is the title of Riccardo Varini's work and from which, while the photographs flow before our eyes, we learn the grandeur of a lesson, how, that is, the reading of the landscape - in this case a translation of it - is intimately connected to a deep connection with one's own places, because there is no individual path that is not strongly influenced by the context. Varini does not document a visible landscape - here he demonstrates having absorbed Ghirri's lesson - but the projection of that landscape, which thickens its meaning in the game of research, in which the image found meets the imagined one. The photographs of "Silences" offer us a reflection on the culture of seeing, an invitation to fall back from the conventional gaze to sink into the folds of a mirage concluded in the elusive photographic identity at the encounter with painting. A summary, almost a synopsis if you think of the majesty of what is "out of the frame". Yet in the balance of the composition, in its formal composure, in the summary vocation that traverses each photograph, we note that the landscape of "Silences" is nothing more than a "sentimental landscape", places that have abandoned physical property to be traced back to the feeling that we have of it, a place no longer geographic but metaphysical. If we look at the photos, we notice how the relationship of spatiality between things, a road, a tree is sometimes re-discussed and often overcome by sacrificing the perspective element, while, where this relationship is again convened, a row of trees or pylons seem to indicate a direction, a path as mysterious as it is superb. The stretch is minimal, summarizing and accomplished in itself by a "graphic" sensitivity, so much so that the plain of Emilia, so thick with snow, and after having impregnated us with a beautiful peasant poetry, produces in us suggestions already experienced by a certain Japanese photography. But here, in "Silences" the snow is a diary on which to write the features of the discovery, a palette on which the photographer's tenacity meets the true essence of the forms on the altar of any prejudice and where, in the reverberation of emotions, everyone he can feel both a spectator and an active part of the scene. But most of all we are invited to witness the unfolding of a show, the spreading of magic, to listen to something inaudible: the voice of silence, which whispers in the purest of places.

Giuseppe Cicozzetti

from “Silenzi”

ph. Riccardo Varini

https://riccardovarini.it/

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