SCRIPTPHOTOGRAPHY

Giuliana TRAVERSO                                                   (IT) 

GIULIANA TRAVERSO

C’è, da qualche parte della nostra esistenza, una stanchezza della creatività ed è la più terribile delle stanchezze. Non ha la pesantezza del corpo stanco né possiede l’inquietudine che vive dentro la debolezza dell’emozione. È un peso, un’oppressione che grava sulla consapevolezza di sé e che desidera essere dissolto, per tornare a essere se stessi nella ritrovata coscienza del proprio cammino. Sono le scelte a definirci, a dirci chi siamo, a posizionarci nel luogo che sentiamo di nostra competenza. Non è facile. Non è mai stato facile, soprattutto se si è donna e si vuole fare fotografia in un mondo – quello degli anni ’60 – in cui la fotografia parlava ancora al maschile. Io non so dire se all’interno della fotografia ci sia una questione di genere (non intendo se un osservatore evinca dall’immagine il sesso di chi ha scattato, anche se la questione è oltremodo interessante) ma di certo dev’esserci stata se la fotografa Giuliana Traverso, proprio in quegli anni, sente la necessità di fondare a Genova la scuola “Donna Fotografa” dove, negli anni e nei corsi, ogni allieva si apriva a una visione “al femminile” della fotografia intraprendendo il difficile cammino verso la consapevolezza dello scatto, una consapevolezza che ha il sapore della libertà. E libertà è il primo termine che suggerisce l’intero lavoro di Giuliana Traverso. Lo spazio è libero da condizionamenti. La sperimentazione non è mai fine a se stessa ma è chiamata a sviluppare sinergie, fondare contatti e stabilire nuovi linguaggi. Più un invito, quello a impossessarsi dell’autonomia dello sguardo. La serie “L’insidiosa sostanza del guardare” (il titolo è bellissimo) ci conduce nella profondità di un assunto che ruota intorno a una domanda valida per ogni fotografo: cosa vediamo quando vediamo qualcosa, e se questo “qualcosa”, sia esso un paesaggio, un frammento del reale, un volto, non si rivolga allo sguardo come materia plastica, deformabile e maneggiabile a seconda della propria sensibilità e rilanciata nello spazio vivo di una materia chiamata al confronto con l’impalpabilità delle suggestioni. Osservando lo spazio urbano de “L’insidiosa sostanza del guardare” percepiamo come una sublimazione della materia, la sua trasmigrazione dal reale all’evanescenza di tratti scarnificati per essere meglio compresi, e da cui, una volta superata la soglia che ci porta a “sentire” la presenza del fotografo ben oltre lo scatto realizzato, ci appaiono scintille di un significato che pretende d’essere interpretato. Giuliana Traverso fonda così una nuova ecologia del rapporto visione/significato e dove la libertà creativa è priva di vincoli, così priva da non averne nemmeno sul piano delle scelte e del linguaggio. Infatti, scardinando le appartenenze ai generi, Giuliana Traverso li ha frequentati tutti: dalle plastiche convulsioni corporee dei mimi alla ritrattistica più o meno tradizionale, dalla decostruzione (scusate il termine) del Mito al paesaggio, dalla street alla fotografia documentaria perché niente sia escluso e perché niente è inenarrabile. Così, dunque, non sorprende l’alternanza bianco e nero e colore: esso è consustanziale al racconto. In “Il colore lacerante” siamo trascinati nel mezzo d’una tempesta emotiva, in quella presenza delle cose colta nello stupore della loro interpretazione. Un’immersione. Una discesa, improvvisa e capace di produrre turbamenti che stimolano nuove visioni e quindi in grado di farci sentire non più solo spettatori ma chiamati con l’opera a un rapporto di reciprocità. Giuliana Traverso, donna e fotografa libera, ci invita, come prima i suoi numerosissimi allievi, a liberarci dalla stanchezza della creatività, a spiccare il volo nelle altitudini del pensiero. Chiunque vorrebbe avere a fianco una maestra come lei.

Giuseppe Cicozzetti

da “L’insidiosa sostanza del guardare”; “Il colore lacerante”. 

foto Giuliana Traverso 

http://www.giulianatraverso.com/

There is, somewhere in our existance, a tiredness of creativity and is the most terrible of tiredness. It doesn’t have the heaviness of a tired body nor does he have the restlessness that lives within the weakness of emotion. It is a burden, an oppression that weighs on self-awareness and wants to be dissolved, to return to being oneself in the new-found awareness of one's own path. It is the choices that define us, to tell us who we are, to position ourselves in the place we feel within our competence. It's not easy. It has never been easy, especially if you are a woman and want to take photography in a world - that of the 1960s - where photography still spoke the language of men. I don’t know if there is a gender issue within the photograph (I don’t mean if an observer evinces from the image the sex of the person who took it, even if the question is extremely interesting) but certainly it must have been there photographer Giuliana Traverso, in those years, felt the need to found the school "Donna Fotografa" in Genoa where, over the years and in the courses, each student opened up to a "female" vision of photography by embarking on the difficult path towards awareness shooting, an awareness that smells of freedom. And freedom is the first term that suggests the entire work of Giuliana Traverso. The space is free from conditioning. Experimentation is never an end in itself but is called to develop synergies, to establish contacts and to establish new languages. Plus an invitation to take possession of the autonomy of the gaze. The series "The insidious substance of looking" (the title is beautiful) leads us into the depth of an assumption that revolves around a question valid for each photographer: what do we see when we see something, and if this "something", is it a landscape, a fragment of reality, a face, does not turn to the eye as plastic material, deformable and manageable according to one's sensitivity and relaunched in the living space of a material called to confront the impalpability of suggestions. By observing the urban space of "The insidious substance of looking" we perceive as a sublimation of matter, its transmigration from reality to the evanescence of fleshed out traits to be better understood, and from which, once the threshold that leads us to "feel”the presence of the photographer well beyond the shot taken, there appear sparks of a meaning that claims to be interpreted. Giuliana Traverso thus founds a new ecology of the vision / meaning relationship and where creative freedom is free of constraints, so free that it does not even have it on the level of choices and language. In fact, unhinging the belonging to genres, Giuliana Traverso has attended them all: from the plastic bodily convulsions of the mimes to more or less traditional portraiture, from the deconstruction (sorry for the term) of the Myth to the landscape, from the street to documentary photography so that nothing is excluded and because nothing is unspeakable. So, therefore, the alternation between black and white and color isn’t surprising: it is consubstantial with the story. In "The lacerating color" we’re dragged into the middle of an emotional storm, in that presence of things caught in the amazement of their interpretation. A dive. A descent, sudden and capable of producing disturbances that stimulate new visions and therefore able to make us feel no longer just spectators but called to a reciprocal relationship with the work. Giuliana Traverso, woman and free photographer, invites us, as before her numerous students, to free ourselves from the tiredness of creativity, to take flight in the altitudes of thought. Anyone would like to have a teacher like her alongside.

Giuseppe Cicozzetti

from “The insidious substance of looking”; “The lacerating color”. 

ph. Giuliana Traverso 

http://www.giulianatraverso.com/

 

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