SCRIPTPHOTOGRAPHY

Marie SORDAT                                                                                  (F) 

MARIE SORDAT

Visioni rugginose, come scritte da un poeta i cui versi sono inciampati in gola. Violenza e dolcezza si rincorrono sulle trame scivolose d’un dirupo nel quale scorgiamo l’abisso di una sintassi irriconoscibile e scomoda. Giù, al fondo, c’è un’umanità disperatamente vitale. Visioni, si diceva, d’un viaggio scolpito nel profondo delle accelerazioni sensoriali. Il mondo della fotografa e curatrice Marie Sordat è un canto dalla voce di sabbia e sassi, oscuro e primordiale come un rito che scarnifica il superfluo. Le figure fuoriescono dall’oscurità dopo avere ingaggiato una lotta contro la luce; e la luce non ha la forza salvifica, si arrende nella tregua d’un patto. Tutto si anima nell’indistinguibile, nella fitta trama di una controluce che ha il potere di smuovere suggestioni disturbanti. Chi sono le persone e cosa vogliono dirci? E quali incidenti ci offre alla vista Sordat? Sono domande che si dileguano nella notte o, se volete, nell’intima segretezza d’un privato non negoziabile. Eppure, nell’acclararsi del paradosso, tutto sembra chiaro, tutto è già lì pronto alla sua decifrazione, se solo avessimo una chiave. Le fotografie di Marie Sordat affondano la nostra immaginazione con la velocità d’un coltello affilato. E noi lì, sul bordo dell’ombra, viviamo il momento. I ritratti suggellano la sfida alla nostra curiosità. Una coppia che guarda in due differenti direzioni raggela, e allo stesso tempo suggella la fine d’un amore nella sterilità d’un lessico ormai perduto. Un’altra danza al suono d’una canzone muta, stretta nella disperata sensualità dei corpi. Basta un accenno, poco più d’un abbozzo: ai poeti bastano pochi versi per spalancare l’universo. Ecco quindi che presto dall’umano la nostra attenzione trasmigra verso un paesaggio nella cui trasposizione vediamo come sia la scrittura d’un sogno, scritto con parole strozzate, veloci, prima che svanisca del tutto. Marie Sordat si dimostra abile nel lumeggiare l’animo umano. La sua è una fotografia radicale e netta in cui il visibile è presto battuto dalla potenza dell’allusione, qui rilanciata in un florilegio di intuizioni che sfrondano ogni sicurezza: ciò che abbiamo davanti agli occhi, come la giovanissima cambogiana pensosa al bordo dello sprofondo, ci confonde e ci attrae per avvelenarci di dubbi. E noi nella semi nudità dei corpi, come nel moderato tormento dei soggetti, scorgiamo una verità: la vita non è un gioco facile, le ombre sono molto più numerose delle luci. Qui, nelle fotografie di Marie Sordat, la vita non ha il profumo sparso dai colleghi, qui si viaggia al limitare d’una notte che non vuole saperne di scomparire o cedere il passo alla luce. Un’ottima traduzione e senza il pericolo insito nel termine che, lo vediamo, non intende “tradire” nessuna tra paura e speranza, niente tra gioia e commiserazione, nulla tra sogno e realtà. E la realtà nelle fotografie di Sordat è scivolosa come un crinale al cui fondo è posta una lama. Meglio il sogno, molto più. Ma al risveglio ci attende una sciarada: sapremo sciogliere gli interrogativi spagliati come semi? Questo è compito dell’osservatore, quello che sappiamo è che Marie Sordat ha infittito la visione di trappole cognitive da cui bisogna salvarsi, oppure fare ricorso qualora non ci fidiamo della nostra attenzione. E a questo gioco, ruvido, come si è detto, è intrigante partecipare. A patto che si abbia la propensione a intraprendere un viaggio negli interstizi dell’animo umano. Marie Sordat quel viaggio lo ha fatto per noi. Non dev’essere stato facile ma è tornata. E ora, in ossequio alla sua fatica, tocca a noi sciogliere i nodi, ammesso d’esserne capaci.

Giuseppe Cicozzetti

da “MotherLand”; “Cendres”; “Swan Song part 1&2”; Hosanna”; Short Tales”.

foto Marie Sordat

http://www.mariesordat.net/

Rusty visions, as written by a poet whose verses have tripped over his throat. Violence and sweetness chase each other on the slippery textures of a cliff in which we see the abyss of an unrecognizable and uncomfortable syntax. Down below, there’s a desperately vital humanity. Visions, it was said, of a journey carved into the depths of sensory accelerations. The world of the photographer and curator Marie Sordat is a song with a voice of sand and stones, dark and primordial like a ritual that stripped the superfluous. The figures emerge from the darkness after engaging in a fight against the light; and the light does not have the saving force, it surrenders in the truce of a pact. Everything comes alive in the indistinguishable, in the dense texture of a backlight that has the power to move disturbing suggestions. Who are people and what do they want to tell us? And what accidents does Sordat offer us? These are questions that disappear in the night or, if you wish, in the intimate secrecy of a non-negotiable private individual. Yet, in clarifying the paradox, everything seems clear, everything is already there ready for its deciphering, if only we had a key. Marie Sordat's photographs sink our imagination with the speed of a sharp knife. And we there, on the edge of the shadow, live the moment. The portraits seal the challenge to our curiosity. A couple who looks in two different directions freezes, and at the same time seals the end of a love in the sterility of a lost lexicon. Another dance to the sound of a silent song, squeezed in the desperate sensuality of the bodies. A hint is enough, a little more than a sketch: poets need only a few verses to open up the universe. Hence, soon our human attention transmigrates towards a landscape in whose transposition we see what the writing of a dream is, written in choked words, fast, before it completely disappears. Marie Sordat proves to be skilled in highlighting the human soul. Her is a radical and clear photograph in which the visible is soon beaten by the power of the allusion, relaunched here in a florilege of intuitions that pry all security: what we have before our eyes, like the very young Cambodian thoughtful at the edge of the sink, it confuses and attracts us to poison us with doubts. And we in the semi-nakedness of bodies, as in the moderate torment of the subjects, we see a truth: life is not an easy game, shadows are much more numerous than lights. Here, in Marie Sordat's photographs, life doesn’t have the scent scattered by colleagues, here we travel to the limit of one night who doesn’t want to know how to disappear or give way to the light. An excellent translation and without the danger inherent in the term that, we see it, does not intend to "betray" anything between fear and hope, nothing between joy and commiseration, nothing between dream and reality. And the reality in Sordat's photographs is slippery like a ridge with a blade at the bottom. Better the dream, much more. But when we wake up, a charade awaits us: will we be able to resolve the questions thrown like seeds? This is the task of the observer, what we know is that Marie Sordat has thickened the vision of cognitive traps from which we must save ourselves, or appeal if we do not trust our attention. And to this rough game, as mentioned above, it is intriguing to participate. Provided that you have the propensity to embark on a journey into the interstices of the human soul. Marie Sordat did that trip for us. It must not have been easy but she’s back. And now, in deference to her effort, it’s up to us to undo the knots, assuming we are capable of it. 

Giuseppe Cicozzetti

from “MotherLand”; “Cendres”; “Swan Song part 1&2”; Hosanna”; Short Tales”.

ph. Marie Sordat

http://www.mariesordat.net/

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