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SICILIANI (fotografi)                                                               (IT) 

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SICILIANI (fotografi)

Ha detto un famoso fotografo siciliano che «dalla Sicilia si scappa a gambe legate». Si parte, avendo appena pronunciato una specie di giuramento laico, nella promessa non tornarvi; ma più si sta lontano, nel tempo, nello spazio, più affiora il senso di appartenenza, come un marchio invisibile tracciato sottopelle o un fuoco creduto sopito ma che arde ancora tra le ceneri. Forse è una voce, sottile, dolcemente perfida, che trafigge ognuno e lo costringe al ritorno, a sostare in città e paesi, inoltrarsi in luoghi perduti, rivedere vecchie persone e conoscerne nuove. E intanto, in questo eterno ritorno, l’identità non si dimentica né muore. Ma qui, tra i brulli e aridi solchi d’una campagna infinita, tra gli scoscesi crinali di lava e fumo, tra le sponde bagnate dal mare, come tra il biancore assolato delle saline le città raccontano da sempre la storia dell’Uomo e della sua identità. In questo palcoscenico storico e sociale sul quale si muovono uomini e trame che nascono dalla vita e ne documentano delusioni come aspirazioni di riscatto, tutti sono tenuti insieme, l’aristocratico come il popolano, nel timbro di una “sicilianità” che da sempre aspira a essere letteraria. E vi riesce, nel racconto di una terra perseguitata da un sole che illumina questioni ataviche incrostate di secoli. Ma l’identità d’un siciliano, perché possa essere compresa, ha bisogno d’essere declinata al plurale. Guardiamo le città. Esse non sono altro che uno specchio della storia. Che siano arroccate in cima a un’altura, poste cioè a guardia di scorribande o adagiate fino a lasciare che il mare colmi di salsedine le sue strade, le città di Sicilia raccontano l’uomo prima che se stesse. E gli uomini che le hanno fondate o conquistate o abbellite parlavano lingue sconosciute, adoravano divinità misteriose, governavano e insegnavano. Nulla di questa eredità è stata perduta ma niente, per converso, è rimasto intatto. Tutto è stato tradotto e ora rivive nei rivoli d’una convivenza riflessa nel dialogo tra i luoghi di culto arabi con i palazzi normanni del potere, all’ombra delle cattedrali della cristianità. In questa «felice contorsione di stili e anime, dove tutto si innesta e cresce», le città sono templi di Storia, censimento del Tempo e simulacri di un passato che ha smarrito il suo posto: le città siciliane sono a un tempo “immagine” e “sintesi” degli abitanti. Tanto è vero che non c’è città – dai popolosi capoluoghi di provincia fino al più minuscolo dei borghi – che abbia voluto obbedire alla geometria euclidea, nella quale, il barlume di raziocinio conservato è stato funzionale al ribaltamento d’un ordine così troppo obbediente al caos da risultare antinomico. Tutto nella vita siciliana è governato da un dualismo. Persino la letteratura non è immune da questa divaricazione dell’identità. Se gli scrittori della Sicilia occidentale sono impegnati socialmente e dunque la loro scrittura è attraversata da un respiro di “riscatto”, gli scrittori della Sicilia orientale appaiono essere più interessati agli aspetti formali di una scrittura lirica. Siamo in una terra di paradossi e dunque ne conviene che ogni contraddizione ha diritto a risiedervi, perché «la Sicilia», come ricorda Gesualdo Bufalino «è un’isola plurale», perché ha avuto in sorte di trovarsi a far da cerniera fra la grande cultura occidentale e le tentazioni del deserto, tra sole e ombra, tra ragione e magia, tra le temperie della ragione e le canicole della passione. La Sicilia è terra dalle molte identità, così abbondanti da cederne alcune ai suoi abitanti. E non sappiamo se questo sia un bene o un male, perché presto alberga in ognuno la sofferenza di non sapere districare fra mille curve e intrecci di sangue il filo del proprio destino. E come gli uomini, che celebrano una grandiosa e nobile diffidenza in una ricca liturgia di sguardi, le città marcano la distanza tra loro ponendosi a debita distanza. Si direbbe che non amino essere dirimpettaie. Si direbbe che in accordo all’insularità – una forma di segregazione non solamente geografica – arrivi insieme a diffidenza e pudore la sensazione d’essere diversi, su cui sancire supremazie campanilistiche, e che nel nome di santi e feste religiose si abbia intenzione di consumare un rito che risulti essere sempre più oscuro, misterioso e pagano del paese un poco più in là. In mezzo scorre la campagna, quella che curva la schiena, quella per cui si invoca la pioggia e un dio che ascolti le preghiere, ma da quelle contrade i santi si tengono alla larga. Lì, in quella terra che l’uomo ha saputo domare e che con il suo lavoro ha “vestito”, simile a pietra è divenuto il suo volto e le sue mani dure come zolle, perché il sole qui da implacabile si trasforma in funesto, in un così rapido mutare d’umore che tanto somiglia a un destino. Come un lutto, come le vesti nere di un dolore perenne, nube di strazio. Se festosa è la luce, che ogni cosa illumina con spavalda arroganza, il nero è riserbo, custodia di un segreto. Come l’ombra, che sfidando le terre assolate, così come le vie d’una città, si offre quale ristoro. Ed è per questo che pur amando il sole non c’è siciliano che non ami l’ombra come una nave un porto. E’ stato detto che nascere in Sicilia è insieme «un privilegio e una condanna», certamente consegna a un dissidio. Sospesi tra il desiderio di lasciarla – agli antichi motivi economici alla base delle migrazioni verso il Nord la contemporaneità ha aggiunto nuove ragioni – e la ricerca d’un riscatto nel grembo della propria terra, nascervi assegna la ricerca di una consapevolezza: comprendere la Sicilia è un esercizio che combacia col capire se stessi: la naturale indulgenza potrà autoassolvere, mentre il fatalismo ereditato da una cultura un tempo dominante è incline alla condanna, ma è innegabile che non c’è uomo che ha aperto i suoi occhi nell’isola che non oscilli rapidamente tra i poli dell’amore incondizionato e il cupo rancore. In mezzo c’è la rassegnazione. Ma dura poco, giusto il tempo di riprendersi dall’ambiguità in cui pone la riflessione – voglio ricordare che la Sicilia ha dato i natali ai più grandi scrittori del Novecento italiano –, poi è subito tempo di ripensamenti, quasi l’esito naturale d’un processo inarrestabile, nel quale nulla però è così definitivo da considerarsi davvero definitivo. Tutto muta, ogni cosa cambia: sensazioni e stati d’animo si trasformano, si rinnovano e si moltiplicano. Si moltiplica il pensiero e dà forma a nuove ambiguità da cui dipartono nuove intuizioni, perché vita, pensiero e identità in Sicilia abitano lo stesso respiro. Da un tempo ormai incalcolabile.

Giuseppe Cicozzetti

 

Said a famous Sicilian photographer that anybody «runs from Sicily with legs tied». Who leaves, having just made a kind of secular oath, in the promise not to return; but the farther away you are, in time, in space, the more the sense of belonging emerges, like an invisible mark traced under the skin or a fire believed to be dormant but still burning in the ashes. Perhaps it is a voice, subtle, sweetly perfidious, which pierces everyone and forces him to return, to stop in cities and towns, to go to lost places, to see old people and meet new ones. And meanwhile, in this eternal return, identity doesn’t forget or die. But here, among the barren and arid furrows of an infinite countryside, between the steep ridges of lava and smoke, between the shores bathed by the sea, as between the sunny whiteness of the salt pans, the cities have always told the story of Man and his identity. In this historical and social stage on which men and plots that arise from life move and document their disappointments as aspirations for redemption, all are held together, the aristocrat as the common people, in the stamp of a "Sicilianity" that has always aspired to to be literary. And he succeeds, in the story of a land haunted by a sun that illuminates atavistic issues encrusted by centuries. But the identity of a Sicilian, in order to be understood, needs to be declined in the plural. Let's look at the cities. They are nothing but a mirror of history. Whether they are perched on top of a hill, that is to say, guarding raids or lying down to let the sea fill its streets with salt, the cities of Sicily tell man before theirself. And the men who founded or conquered or embellished them spoke unknown languages, worshiped mysterious deities, ruled and taught. None of this legacy has been lost but nothing, conversely, has remained intact. Everything has been translated and now lives again in the rivulets of a coexistence reflected in the dialogue between the Arab places of worship with the Norman palaces of power, in the shadow of the cathedrals of Christianity. In this «happy contortion of styles and souls, where everything fits and grows», the cities are temples of history, a census of time and simulacra of a past that has lost its place: Sicilian cities are at once "image" and "synthesis" of the inhabitants. So much so that there is no city - from the populous provincial capitals to the smallest of the villages - that wanted to obey the Euclidean geometry, in which, the preserved glimpse of reasoning was functional to the overturning of an order so too obedient chaos to be antinomical. Everything in Sicilian life is governed by a dualism. Even literature is not immune to this identity gap. If the writers of western Sicily are socially engaged and therefore their writing is crossed by a breath of "redemption", the writers of eastern Sicily appear to be more interested in the formal aspects of a lyrical writing. We are in a land of paradoxes and therefore it is appropriate that every contradiction has the right to reside there, because «Sicily», as Gesualdo Bufalino recalls «is a plural island», because it has had the fate of being the hinge between the great Western culture and the temptations of the desert, between sun and shadow, between reason and magic, between the tempers of reason and the heat waves of passion. Sicily is a land of many identities, so abundant as to give some to its inhabitants. And we do not know if this is a good or a bad thing, because soon everyone has the pain of not knowing how to untangle the thread of their destiny among a thousand curves and tangles of blood. And like men, who celebrate a grandiose and noble distrust in a rich liturgy of glances, cities mark the distance between them by placing themselves at a safe distance. It would seem that they do not like being opposite. It would seem that according to insularity - a form of segregation not only geographic - the feeling of being different, on which to sanction parochial supremacies, arrives together with diffidence and modesty, and that in the name of saints and religious holidays one intends to consume a rite that turns out to be increasingly dark, mysterious and pagan of the country a little further. In the middle flows the countryside, the one that curves its back, the one for which rain is invoked and a god who listens to prayers, but from those districts the saints keep their distance. There, in that land that man has been able to tame and that with his work has "dressed", his face and his hands have become like stone like clods, because the sun here from relentless turns to fatal, in such a rapid change of mood that so much resembles a destiny. Like a mourning, like the black robes of a perennial pain, a cloud of agony. If light is glorious, everything illuminates with bold arrogance, black is reserve, the custody of a secret. Like the shadow, which by challenging the sunny lands, as well as the streets of a city, offers itself as a refreshment. And this is why, even if you love the sun, there is no Sicilian who does’nt love the shadow like a ship long an harbour. It has been said that being born in Sicily is at the same time «a privilege and a condemnation», it certainly gives rise to a disagreement. Suspended between the desire to leave it - to the ancient economic reasons underlying the migrations to the North, modernity has added new reasons - and the search for redemption in the womb of one's own land, to be born there assigns the search for awareness: understanding Sicily is an exercise that combines with understanding oneself: natural indulgence may self-absolve, while the fatalism inherited from a once dominant culture is prone to condemnation, but it is undeniable that there is no man who has opened his eyes to the island that does not you swing quickly between the poles of unconditional love and the dark grudge. In the middle is resignation. But it doesn’t last long, just the time to recover from the ambiguity in which it poses the reflection - I want to remember that Sicily gave birth to the greatest writers of the Italian twentieth century -, then it is immediately time for second thoughts, almost the natural outcome of an unstoppable process, in which, however, nothing is so definitive as to be considered truly definitive. Everything changes, everything changes: sensations and moods are transformed, renewed and multiplied. Thought multiplies and gives shape to new ambiguities from which new insights arise, because life, thought and identity in Sicily live in the same breath. For a time now incalculable.

Giuseppe Cicozzetti

FOTOTECASIRACUSANA