SCRIPTPHOTOGRAPHY

Valentina  RUGGIERO                                                   (IT) 

VALENTINA RUGGIERO

Il marchio dell’apparenza è una violenta, indistruttibile ossessione. Nella ripetizione rituale, direi liturgica, di gesti compiuti e sperimentati, si consuma il culto di una bellezza omologata che intercetti se stessa e si riconosca in un altrove di soggetti uniti dalla medesima ossessione. Il corpo dunque, la cura che ne abbiamo, l’attenzione che vi riponiamo è lo spazio che i codici della cultura contemporanea hanno reso uno specchio deformante attraverso il quale siamo invitati a superare la soddisfazione personale per una più massificata. Narciso non basta più a se stesso, il mito dell’autocompiacimento è polverizzato sul trono massificato dell’ossessione collettiva. “Sacred beauty”, della fotografa Valentina Ruggiero, in questi giorni ospite al Ragusa Foto Festival, racconta questa distopia o, se preferite, come una comunicazione globalizzata abbia introdotto nuove liturgie comportamentali nella vita di ognuno di noi. Qui, in questo caso, l’attenzione è posta all’universo femminile in cui è la stessa fotografa a essere protagonista. “Sacred beauty” svincola il suo obiettivo nella commistione di linguaggi e nell’esplorazione di codici interpretativi che, come vedremo, dialogano a distanza in un gioco di rimandi tematici, stretti tra un modernismo pop e il mondo iconografico della santificazione del martirio femminile. Il collegamento è efficace e crea un ponte tra due ossessioni, stabilendo una traduzione filologica molto stretta tra l’iconografia religiosa e la sua secolarizzazione declinata nel campo delle suggestioni contemporanee, tra il corpo da sfregiare (quale pena del martirio) e il corpo oggetto di una ossessiva santificazione laica (altra pena del martirio). Valentina Ruggiero, con la delicatezza dell’obiettivo femminile, conferma come il martirio contro i fedeli cristiani sia stato particolarmente crudele con le donne – e le ragioni di tanto accanimento sono percepibili ancora ai nostri giorni. Ma il suo non è un Pantheon del “dolor che giunge poi che di Dio si volle esser sposa”, né un omaggio alla sacralità del sacrificio fideistico, sebbene la “forma” stilistica sia mutuata proprio dai santini devozionali, ed è questa assonanza a coagulare il senso profondo di “Sacred beauty”. L’esplorazione concettuale, la sua ricerca trova il suo completamento logico nei testi che accompagnano le fotografie. Brevi, come versi devozionali. Preghiere che hanno smarrito la carica sacra per assumere il significato, non solo semantico, della trasformazione dei codici comunicativi; e infatti sono brevi assunti pubblicitari, mutuati da un linguaggio da laboratorio. Il sacro, abbiamo detto, è smarrito oppure nascosto nelle pieghe dell’oblio; al suo posto si è insediato il profano, l’effimero e la cui volatilità è ben rappresentata con un minimalismo scenico che ha nella sobrietà delle tinte la chiave per trasportare l’osservazione nell’universo immateriale, nell’impalpabilità del vacuo. La tragedia così è battuta. Resta il nucleo fondante, ma spogliato all’osso delle sue propaggini più cruente. Il resto è commedia, quella della vita, e rituali della contemporaneità che inconsapevolmente rimandano a episodi che ci appartengono culturalmente, ma che abbiamo dimenticato.

“Sacred beauty” è un lavoro potente e delicato e nella cui leggerezza ravvediamo la chiave di una lettura tutt’altro che superficiale. Anzi, profonda.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Sacred beauty”

 

foto Valentina Ruggiero

The mark of appearance is a violent, indestructible obsession. In the ritual repetition, I would say liturgical, of completed and tested gestures, the cult of an approved beauty is consummated that intercepts itself and is recognized in an elsewhere of subjects united by the same obsession.

The body, therefore, the care we have of it, the attention we place on it is the space that the codes of contemporary culture have made a distorting mirror through which we are invited to overcome personal satisfaction for a more massified. Narcissus is no longer enough to himself, the myth of self-complacency is pulverized on the mass throne of collective obsession.

"Sacred beauty", by the photographer Valentina Ruggiero, in these days guested at the Ragusa Foto Festival, she describes this dystopia or, if you prefer, how a globalized communication has introduced new behavioral liturgies in the life of each of us. Here, in this case, the focus is on the female universe in which the photographer herself is the protagonist.

"Sacred beauty" frees its aim in the mixing of languages and in the exploration of interpretive codes that, as we shall see, dialogue at a distance in a game of thematic references, close between a pop modernism and the iconographic world of the sanctification of female martyrdom.

The link is effective and creates a bridge between two obsessions, establishing a very close philological translation between religious iconography and its secularization in the field of contemporary suggestions, between the body to be scarred (as a penalty of martyrdom) and the body object of an obsessive secular sanctification (another pain of martyrdom). Valentina Ruggiero, with the delicacy of the feminine objective, confirms how martyrdom against the Christian faithful has been particularly cruel with women - and the reasons for such a persistence are still perceptible today.

But her isn’t a Pantheon of the "pain that comes then of God wanted to be married", nor a tribute to the sacredness of the fideistic sacrifice, although the stylistic "form" is borrowed from the devotional sanctuaries, and it is this assonance to coagulate the profound meaning of "Sacred beauty".

Conceptual exploration, his research finds its logical completion in the texts that accompany the photographs. Short, as devotional verses. Prayers that have lost the sacred charge to take on the meaning, not only semantic, of the transformation of communication codes; and in fact they are short advertising hires, borrowed from a laboratory language. The sacred, we have said, is lost or hidden in the folds of oblivion; in its place the profane, the ephemeral and whose volatility is well represented is represented with a scenic minimalism that has in the sobriety of the colors the key to transport the observation in the immaterial universe, in the impalpability of emptyness.

The tragedy is so beaten. It remains the founding core, but stripped to the bone of its most bloody offshoots. The rest is comedy, that of life, and contemporary rituals that unknowingly refer to episodes that belong to us culturally, but which we have forgotten.

"Sacred beauty" is a powerful and delicate work and in whose lightness we repent the key to a reading that is anything but superficial. Indeed, profound.

 

Giuseppe Cicozzetti

from "Sacred beauty" 

 

ph. Valentina Ruggiero 

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