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SCRIPTPHOTOGRAPHY

Fábio Miguel  ROQUE 2                                   (Portugal) 

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FÁBIO MIGUEL ROQUE

Siamo tutti in cerca di convinzioni, di qualcosa che ci rassicuri. Probabilmente abbiamo timore che la mutevolezza delle cose, la loro variabilità ci costringano a rimodulare il modo con cui guardiamo e, di conseguenza, a riflettere sulla loro essenza. Così siamo volontariamente condannati all’immobilità. Non solo, ma in questo confortevole ristagno del pensiero non vogliamo essere soli e pertanto giudichiamo immobile ogni cosa intorno a noi. Proust ne era convinto. Nel più grande capolavoro letterario del Novecento, tra le pagine della “Recherche”, lo scrittore è convinto che “l’immobilità delle cose intorno a noi è imposta dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti”. Tutto appare immutabile ai nostri immutabili occhi, ma ogni cosa ha una vitalità che noi neppure scorgiamo. L’immobilità è la dura condanna alle cose inferta dalla fotografia: l’azione, il tempo, un episodio sono sacrificati sull’altare tassidermico dell’eterno: il fluire è impagliato, e con esso il modo in cui lo guardiamo. In “Everything lay still”, Fábio Miguel Roque esplora una contraddizione che abita la cultura visiva, quella cioè che una fotografia abbia il potere di imporsi come verità o, meglio, posizionarsi come interlocutore privilegiato tra noi e la realtà rappresentata. Roque è un visionario e quindi è sul piano dell’allegoria che dobbiamo seguirlo, in quei segni che appaiono per confonderci e che presto si ritraggono per abbandonarci tra gli interrogativi. Cos’è allora che tutto giace fermo? Ed è davvero così? Tra soggetti, paesaggi, vecchie foto e iscrizioni apprendiamo come il fotografo, pur restando nella potenza delle allusioni (abbiamo molto apprezzato il suo “Fireflies) qui intenda soffermarsi a riflettere sull’ingannevolezza delle nostre convinzioni maturate alla vista d’una fotografia. Tutto appare fermo, solido, stabile ma perché lo sia – perché sia cioè “condannato” all’immobilità – deve essere privato da elementi che non vediamo e che la fotografia, non sapendo restituire, simula la loro non esistenza. Quanto è assente in “Everything lay still” è il vero protagonista: lo è, ad esempio, il vento la cui tenacia ha costretto un albero a venirci a patti; lo è il mare le cui onde hanno rinunciato a rincorrersi; lo è un fuoco che non crepita più; lo è la radice d’un albero che sfida l’umana impazienza di vederla crescere; lo è una fotografia rimasta ferma a una giovinezza che si fa beffa del tempo. Fábio Miguel Roque disegna la trama di un inganno e insieme suggerisce frammenti di soluzione, come un prestigiatore che voglia fare pace con un pubblico troppe volte chiamato alla meraviglia. Ora le responsabilità sono dell’osservatore chiamato a dissolvere i convincimenti, a riconsiderare il concetto di immobilità, specialmente se a proporlo è l’ingannevole natura della fotografia.

Giuseppe Cicozzetti

da “Everything lay still” 

foto Fábio Miguel Roque

https://www.fabiomiguelroque.com/

 

 

We’re all looking for convictions, for something that reassures us. We’re probably afraid about the changeability of things, their variability force us to reshape the way we look and, consequently, to reflect on their essence. So we’re voluntarily condemned to immobility. Not only that, but in this comfortable stagnation of thought we don’t want to be alone and therefore we judge everything around us still. Proust was convinced of this. In the greatest literary masterpiece of the twentieth century, among the pages of the "Recherche", the writer is convinced that "the immobility of things around us is imposed by the immobility of our thinking towards them". Everything appears immutable to our unchanging eyes, but everything has a vitality that we do not even see. Immobility is the harsh condemnation of things inflicted by photography: action, time, an episode are sacrificed on the taxidermic altar of the eternal: the flow is stuffed, and with it the way we look at it. In “Everything lay still”, Fábio Miguel Roque explores a contradiction that inhabits the visual culture, namely that a photograph has the power to impose itself as truth or, better, position itself as a privileged interlocutor between us and the reality represented. Roque is a visionary and therefore it’s on the level of allegory that we must follow him, in those signs that appear to confuse us and which soon withdraw to abandon us amidst questions. So, what is it that everything lies still? And is it really in this way? Among subjects, landscapes, old photos and inscriptions, we learn how the photographer, while remaining in the power of allusions (we greatly appreciated his "Fireflies), here intends to pause to reflect on the deceptiveness of our convictions gained at the sight of a photograph. Everything appears still, solid, stable, but for it to be - that is, for it to be "condemned" to immobility - it must be deprived of elements that we do not see and that photography, not knowing how to give back, simulates their non-existence. What is absent in “Everything lay still” is the real protagonist: it is, for example, the wind whose tenacity has forced a tree to come to terms with it; it is the sea whose waves have given up chasing each other; it is a fire that no longer crackles; it is the root of a tree that challenges human impatience to see it grow; it is a photograph that has stood still in a youth that makes a mockery of time. Fábio Miguel Roque draws the plot of a deception and at the same time suggests fragments of solution, like a magician who wants to make peace with an audience too often called to wonder. Now the responsibility lies with the observer called to dissolve the convictions, to reconsider the concept of immobility, especially if it is the deceptive nature of photography that proposes it.

Giuseppe Cicozzetti

from “Everything lay still” 

ph. Fábio Miguel Roque

https://www.fabiomiguelroque.com/

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