SCRIPTPHOTOGRAPHY

Marisa REDBURN                                                                        (USA) 

MARISA REDBURN

Ha detto un importante scrittore italiano: “Senza ricordi saremmo immortali”. Ma l’uomo non aspira a essere immortale. Egli ha piena consapevolezza della sua caducità, ne ha esperienza, ne è testimone e dunque non ambisce alla prerogativa degli dèi: tutto intorno a lui nasce, germoglia, vive. E muore. 

Ma perché la sua vita non sia un solo un cumulo di giorni, un’innumerevole serie di respiri, egli affida alla memoria il senso stesso della sua esistenza, come a suggellare la sfida sull’incedere del tempo, che tutto compone e tutto decompone.

I temi del tempo e della memoria sono il centro della ricerca della giovane fotografa californiana Marisa Redburn e si addentra nel territorio della nostalgia con una serie, “Composition/Decomposition”, nella quale intende rivalutare la nobile vitalità del ricordo, perché noi siamo quello che abbiamo vissuto.

Marisa Redburn maneggia con cura il ricordo. La sua attenzione è sensibile e si dirige verso un mondo che ci ha forgiato: immagini, lampi, dettagli creduti lontani si compongono in un caleidoscopio di immagini che ci emoziona e ci strugge perché, come ho già detto, noi siamo quello che abbiamo vissuto.

Tutto nel lavoro di Marisa Redburn è declinato in un linguaggio antico e moderno allo stesso tempo (la tecnica con cui utilizza lo sviluppo delle Polaroid ne è il principale esempio), in cui trovano luogo una moltitudine di citazioni che vanno dal cinema espressionista tedesco alla ritrattistica delle origini, dal cinema francese tra le due guerre (da Méliès a Godard mentre è impossibile non pensare a “Les Enfant du Paradis” di Marcel Carné) ad alcune suggestioni surrealiste di un concettualismo che non ha ancora incontrato la potenzialità esplosive delle tecnologie digitali. Tracce, abbozzi intimi e privati che assurgono a identità, che reclamano un racconto con l’urgenza di essere fermati e consegnati all’esibizione, prima che l’odioso vento dell’oblio le porti via un’altra volta. 

Su tutto aleggia il respiro di una delicata poetica della memoria, compreso l’incanto dello stupore, recuperato nell’immagine di un personaggio circense e rivisto attraverso la filigrana della reminiscenza. Ma non è il solo: la stessa inequivocabile magia si ripete nelle fotografie di uomini e donne che testimoniano la loro esistenza ben oltre il loro vissuto e che ora, grazie al lavoro di Marisa Redburn, emergono in qualità di soggetti ancora capaci di affermarsi alla nostra attenzione. 

“Composition/Decomposition” è un lavoro coraggioso e ben congegnato da cui apprendiamo che il tempo è scardinato dai vincoli lineari che conosciamo ma che, al contrario, dilaga compiendo un percorso ellittico nel quale l’imponente cumulo di esperienze visive e culturali si depongono su una spiaggia slegata dalla contemporaneità e dunque vicino all’eterno.

 Marisa Redburn ci segnala che le porte d’ingresso della memoria sono i nostri cinque sensi, e una sola porta d’uscita: la nostra immaginazione; e la sua è fertile come una valle inondata: tutto fluisce e scorre senza governo e tutto si compone in forma di accordi, di note che trovano compimento se accostate vicendevolmente, come un grande album della fotografia della memoria.

“Noi” ha scritto José Saramago “siamo la memoria che abbiamo e la responsabilità che ci assumiamo. Senza memoria non esistiamo e senza responsabilità forse non meritiamo di esistere”. Chi non permette che alla memoria piova il pulviscolo della dimenticanza – e certamente Marisa Redburn è tra questi – compie un lavoro encomiabile, trae in salvo l’essenza stessa del nostro passato per consegnarla a ognuno di noi. E noi siamo tremanti di fronte a tale responsabilità. E fieri.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Composition/Decomposition”

foto Marisa Redburn

http://www.marisaredburn.com

An important Italian writer said: "Without memories we would be immortal." But man does not aspire to be immortal. He has full awareness of his fall, experience, witness, and therefore does not seek the prerogative of the gods: everything around him is born, sprouts, lives. And he dies.

Because his life is not just a cumulus of days, an innumerable series of breaths, he entrusts to the memory the very meaning of his existence, as to sealing up the challenge against time proceeding , which all makes up and everything decomposes.

The themes of time and memory are the center of the search for the young Californian photographer Marisa Redburn and enter the territory of nostalgia with a series "Composition / Decomposition" in which she intends to re-evaluate the noble vitality of the memory, because we are what we lived.

Marisa Redburn handles the memory carefully. Her attention is sensitive and she moves to a world that has forged us: images, flashes, far-believed details are made up of a kaleidoscope of images that excites us and struggle us because, as I have already said, we are what we we lived.

Everything in Marisa Redburn's work is declined in an ancient and modern language at the same time (the technique with which Polaroid's development is the main example), where a multitude of citations range from German Expressionist cinema to portraiture of the origins to the French cinema between the two wars (from Méliès to Godard while is impossible not to think about "Les Enfant du Paradis" by Marcel Carné) to some surrealistic suggestions of a conceptualism that has not yet encountered the explosive potential of digital technologies. Traces, intimate and private sketches that resemble identity, reclaiming a story with the urgency of being stopped and handed over to the show before the odious wind of oblivion takes her away again.

Everything resides in the breath of a delicate poetic memory, including the enchantment of wonder, recovered in the image of a circus character and revised through the reminiscence filigree. But it is not the only one: the same unmistakable magic is repeated in photographs of men and women who testify their existence far beyond their experience and who now, thanks to the work of Marisa Redburn, emerge as subjects still able of affirming to our attention.

"Composition / Decomposition" is a brave and well-crafted work from which we learn that time is cut off by the linear constraints we know, but that, on the other hand, rages through an elliptic pathway into which the impressive cumulative visual and cultural experiences lie on a beach unconnected with contemporary and therefore close to the eternal.

Marisa Redburn tells us that the entrance doors of memory are our five senses, and one exit: our imagination; and its fertile as a flooded valley - everything flows and flows without government and everything is composed in the form of chords, notes that are fulfilled if they come together, like a great photo album of memory.

"We" wrote José Saramago "are the memory we have and the responsibility we take. Without memory we do not exist and without responsibility we might not deserve to exist. " Those who do not allow the memory of forgetfulness to fall into memory - and certainly Marisa Redburn is among them - does a commendable job, it saves the very essence of our past to deliver it to each of us. And we are trembling facing at that responsibility. And proud.

Giuseppe Cicozzetti

“Composition/Decomposition”

ph. Marisa Redburn

http://www.marisaredburn.com

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