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Bill PERLMUTTER                        (USA)

BILL PERLMUTTER

Mentre l’Europa degli anni ’50 fa di tutto per dimenticare gli orrori della Seconda guerra mondiale e si avvia a una lenta ricostruzione dopo essere stata lacerata, un’altra guerra, sotterranea, muta divampa nella rivalità delle potenze vincitrici del conflitto. È la Guerra Fredda. Non saranno le armi tradizionali a segnarne la presenza, ma le armi della propaganda, della politica, dell’economia. Contingenti militari statunitensi, per controllare e scoraggiare l’espansione comunista nel continente, presidiano le basi militari delle nazioni alleate. Dicembre 1954. Un transatlantico carico di militari lascia il porto di New York. Destinazione le basi europee. Tra i soldati c’è un giovane di appena vent’anni. Viene da quel coacervo di razze che anima il South Bronx, e del mondo, dell’Europa e in particolare dell’Italia non sa nulla. Forse non è nemmeno tenuto a conoscere le cose del mondo, perché se abiti a New York è il mondo a fare la tua conoscenza. Il suo nome è Bill Perlmutter e quel poco d’Italia lo conosce nelle strade del suo quartiere, tra gli occhi scuri degli immigrati, tra o pregiudizi su quella strana gente che mangia spaghetti con su una salsa rossa. Perlmutter è a seguito dell’esercito americano con un incarico preciso, fotografare per le riviste militari. E lo farà. La propaganda pretende un racconto, mentre la verità è l’ultimo dei problemi. Nei periodi di congedo Perlmutter viaggia per l’Europa. E fotografa. Quelle immagini le vediamo in “Through a Soldier’s Lens-Europe in the ‘50”. Quale Europa hanno visto gli occhi di Perlmutter? Ce lo dicono e immagini stesse. Sono anni in cui l’Europa è divisa tra l’indelebile ricordo della guerra e la ripresa della speranza in un futuro di prosperità e speranze. Guardate, ad esempio, le persone anziane. Essi hanno nelle espressioni il velo nero di chi ha conosciuto l’orrore, l’ombra di un qualcosa di immane: la sfiducia nella Storia e nell’uomo, uniti dall’amara consapevolezza che quanto è successo può ripetersi ancora. Come ogni opera dell’uomo. I lampi, i volti attraversati dalla speranza, le risa e il desiderio di vivere dipingono gli occhi dei bambini. La vita è affidata a loro. A Parigi, come a Madrid, in Portogallo e poi in Italia (dove i pregiudizi sugli italiani si risolveranno verso un amore incondizionato) il giovane Perlmutter si aggira per le strade come uno spettatore curioso, attento e imparziale, lontanissimo dal giudicare e rispettando sempre la dignità delle persone ritratte. Per questo, in “Through a Soldier’s Lens-Europe in the ‘50”, viene fuori l’affresco di un tempo sospeso e silenzioso, dove la fatica di vivere domina l’oggi e la compostezza mitiga gli slanci. C’è una società da ricostruire, ma prima ancora c’è l’uomo da ricostruire nell’azzeramento delle disuguaglianze sociali. Giorno dopo giorno, faticosamente, lentamente. Vista da qui, con gli occhi di Bill Perlmutter, l’Europa è alla periferia di se stessa, lontanissima dai giochi di potere delle potenze militari. Eppure sono quegli anni, gli anni della guerra fredda, gli anni in cui in un altrove sotterraneo si gioca una partita a scacchi con il destino di un continente. I protagonisti delle fotografie di Bill Perlmutter hanno altri pensieri, piccoli, quotidiani. Hanno conosciuto una guerra e pregano perché non ve ne arrivi un’altra a interrompere la vita. Il loro orizzonte è breve. I desideri durano ore. Ma di quel tempo resta la grandiosa lezione, impressa nel festoso sorriso dei bambini: la vita vince su ogni avversità. 

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Through a Soldier’s Lens-Europe in the ‘50”

 

foto Bill Perlmutter

 

https://www.billperlmutterphoto.com/  

While Europe in the 1950s did everything it could to forget the horrors of the Second World War and began to slowly reconstruct it after being torn apart, another underground war, silent changes in the rivalry of the victorious powers of the conflict. It's the Cold War. Traditional weapons will not mark its presence, but the weapons of propaganda, politics and economics. US military contingents, to control and discourage communist expansion on the continent, preside over the military bases of allied nations. December 1954. A military transatlantic liner leaves New York harbor. Destination the European bases. Among the soldiers there is a young man just twenty years old. He comes from that heap of races that animates the South Bronx, and knows nothing about the world, Europe and in particular Italy. Maybe he is not even required to know the things of the world, because if you live in New York it is the world that makes your acquaintance. His name is Bill Perlmutter and he knows little of Italy in the streets of his neighborhood, between the dark eyes of immigrants, between or prejudices about those strange people who eat spaghetti with a red sauce. Perlmutter is following the American army with a specific assignment, photographing for military magazines. And it will. Propaganda demands a story, while truth is the least of the problems. During leave periods, Perlmutter travels to Europe. And photograph. We see those images in "Through a Soldier's Lens-Europe in the '50". Which Europe have Perlmutter's eyes seen? Will tell us images themselves. These are years in which Europe is divided between the indelible memory of the war and the recovery of hope in a future of prosperity and hopes. Look, for example, at older people. They have in their expressions the black veil of those who have known the horror, the shadow of something immense: mistrust in history and in man, united by the bitter awareness that what has happened can be repeated again. Like any man's work. Lightning, faces crossed by hope, laughter and the desire to live paint the eyes of children. Life is entrusted to them. In Paris, as in Madrid, in Portugal and then in Italy (where prejudices about Italians will resolve themselves towards unconditional love) the young Perlmutter wanders the streets like a curious, attentive and impartial spectator, very far from judging and always respecting the dignity of the people portrayed. For this reason, in "Through a Soldier's Lens-Europe in the '50", the fresco of a suspended and silent time comes out, where the effort of living dominates days and composure mitigates any impulse. There is a society to be rebuilt, but before that there is man to be rebuilt in the elimination of social inequalities. Day after day, painstakingly, slowly. Seen from here, with Bill Perlmutter's eyes, Europe is on the periphery of itself, very far from the military power games. Yet these are the years, the years of the cold war, the years in which an underground game of chess is played with the fate of a continent. The protagonists of Bill Perlmutter's photographs have other thoughts, small, everyday. They have experienced a war and pray that another will not come to interrupt life. Their horizon is short. Desires last for hours. But from that time the great lesson remains, imprinted in the festive smile of the children: life wins over every adversity.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Through a Soldier’s Lens-Europe in the ‘50”

 

ph. Bill Perlmutter

 

https://www.billperlmutterphoto.com/  

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