SCRIPTPHOTOGRAPHY

Trent PARKE                          (Australia)      

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TRENT PARKE

La “street photography”, è stato detto, è un genere fortemente connotato da una vocazione umanistica. Questo assunto, da solo, non basta a definire un genere tra i più frequentati, da professionisti o semplici dilettanti che vogliano rappresentare il “teatro della vita”. E’ probabile che nella sua interpretazione vi sia un pregiudizio di fondo, e che si articola nella convinzione che basti dichiararsi testimone dello scorrere delle attività umane, che tutto sia già lì, dispiegato e pronto alla cattura. In realtà la storia della “street photography” – ce lo hanno insegnato i maestri del genere – è animata da un spirito iconoclasta, una specie di ribellismo volto a superare la lezione della grande fotografia d’autore, ad abbattere gli steccati accademici invitando l’obiettivo a uscire dallo studio e a fronteggiare il caos. Ma il caos si abbatte solo nell’”inter legere” ciò che vi è contenuto, nella comprensione cioè di quell’ingannevole apparato di segni, gesti e attività che compongono l’insieme delle attività umane e che ora si dispiegano agli occhi del fotografo. Ma anche questo non basta, occorre “tradurre” l’ordinario nel territorio dello straordinario, ricavare cioè l’impressione che quanto vediamo rappresentato in una fotografia di strada sia a un tempo un episodio che acquisisca significato nell’affrancarsi dalla banalità e che instauri un rapporto “triangolare” tra chi osserva (il fotografo), chi è osservato (i soggetti) e, come si dice, il fruitore finale (cioè noi). Se manca una di queste componenti si assiste a un’interruzione di senso e il banale torna al governo. E’ un problema attinente al linguaggio, a un codice cioè che, salvo rari casi e autori, sembrerebbe rispondere a se stesso. Ma noi sappiamo che l’univocità del linguaggio (della fotografia come d’ogni altra disciplina) conduce a una specie di dittatura nella quale il confronto con “altri idiomi”, intesi per estensione come “altre esperienze”, resta confinato ai margini perché considerato un veicolo di corruzione dell’integrità della purezza originale. In realtà il problema per cui le fotografie di strada ci appaiono pressoché tutte uguali (i dilettanti o fotoamatori, chiamateli come più vi piace sono un inconsapevole ma straordinario veicolo di banalità) è tutto nell’incapacità di tradurre l’ordinario e trasportarlo nella dimensione dello straordinario, nel confronto tra esperienze, nella contaminazione di generi. Trent Parke, fotografo australiano e membro della prestigiosa Magnum, contamina la “street” con suggestioni decise, la cui potenza espressiva va ricercata nell’insieme delle esperienze che ne hanno segnato la formazione. L’insieme del suo linguaggio espressivo artiglia quella triangolazione comunicativa di cui si faceva cenno, un coinvolgimento emozionale tra il fotografo, il soggetto fotografato e chi osserva la fotografia. E noi nelle fotografie di Parke notiamo il desiderio di comprendere. La Sydney di Parke, sospesa nell’impalpabile ambiguità d’una realtà che cede il passo al sogno, è paradigma d’una ricerca che affonda il suo interesse nella connessione tra il reale, la sua percezione e l’interpretazione quale elemento di personale decodifica. L’impatto visivo è violento; i neri, così marcatamente presenti, giocano un ruolo determinante non solo nell’equilibrio formale della composizione ma trasmettono efficacemente il senso di smarrimento – e curiosità – che si prova di fronte a ciò che ancora non abbiamo introiettato, fatto nostro. L’obiettivo dunque – contrariamente a una vulgata che lo vorrebbe neutrale – è schierato in favore di se stesso, come se nel mirino Parke vedesse le strade e la gente percorrere le sue arterie, e fermarle in un fotogramma prima che spariscano per dileguarsi nella sua stessa materia. Lui, Parke, che proviene da un angolo del “down under”, del posto più lontano dal mondo, aveva fatto tesoro del suo trasferimento a Sydney. “Minutes to Midnight” è un viaggio in un territorio conosciuto e immaginario che confina con l’inadeguatezza della conoscenza. Non meno lo è “Dream/Life” che proietta brandelli d’allucinazioni e visioni espressionistiche d’uno spazio mentale ancor prima che urbano, e in cui talvolta affiorano quasi beffarde (come un uomo che si aggira come un Cristo) alcune velature umoristiche.  Trent Parke mischia i generi fotografici, ha negli occhi le grandi tradizioni del reportage puro come la lezione umanista (nell’uomo con l’ombrello sulla baia di Sydney notiamo la consonanza con una celebre fotografia di Güler), ma trattiene tutto prima che si dissolva nel declino citazionista per fondare un suo linguaggio personale, un codice che sappia esprimersi a lui, parlare di lui e con lui prima ancora che agli altri. Con onestà. E si vede. Per intero. Ed è questo che fa di lui un grande fotografo.

Giuseppe Cicozzetti

da “Minutes to Midnight”; “Dream/Life”

foto Trent Parke

https://www.magnumphotos.com/photographer/trent-parke/

 

Street photography, some said, is a genre strongly characterized by a humanistic vocation. This assumption alone is not enough to define a genre among the most popular, by professionals or simple amateurs who want to represent the "theater of life". It’s probable that there is an underlying prejudice in his interpretation, and that it’s articulated in the belief that it is enough to declare a witness to the flow of human activities, that everything is already there, deployed and ready to be captured. In reality, the history of "street photography" - the masters of the genre taught us - is animated by an iconoclastic spirit, a kind of rebellion aimed at overcoming the lesson of the great photography of the author, at breaking down the academic fences by inviting the aim to exit the studio and face chaos. But chaos breaks down only in the "inter legere" what is contained in it, in the understanding of that deceptive apparatus of signs, gestures and activities that make up the whole of human activities and which now unfold in the eyes of the photographer. But even this is not enough, it is necessary to "translate" the ordinary into the territory of the extraordinary, that is, to obtain the impression that what we see represented in a street photograph is at the same time an episode that acquires meaning in freeing itself from banality and that establishes a "triangular" relationship between the observer (the photographer), the observed (the subjects) and, as they say, the final user (us). If one of these components is missing, there is an interruption of meaning and the banal returns to the government. It is a problem related to language, to a code that is, which, except for rare cases and authors, would seem to respond to itself. But we know that the uniqueness of language (of photography as of any other discipline) leads to a kind of dictatorship in which the comparison with "other idioms", understood by extension as "other experiences", remains confined to the margins because considered a vehicle of corruption of the integrity of the original purity. In reality the problem for which street photographs appear almost all the same to us (amateurs or photo amateurs, call them as you like are an unconscious but extraordinary vehicle of trivia) is all in the inability to translate the ordinary and transport it in the dimension of the extraordinary, in the comparison between experiences, in the contamination of genres. Trent Parke, an Australian photographer and member of the prestigious Magnum, contaminates the "street" with decisive suggestions, the expressive power of which must be sought in all the experiences that have marked its formation. The whole of his expressive language claws the communicative triangulation mentioned, an emotional involvement between the photographer, the photographed subject and the viewer. And we in Parke's photographs notice the desire to understand. Parke's Sydney, suspended in the impalpable ambiguity of a reality that gives way to the dream, is the paradigm of a research that sinks its interest in the connection between reality, its perception and interpretation as an element of personal decoding . The visual impact is violent; blacks, so markedly present, play a decisive role not only in the formal balance of the composition but effectively convey the sense of bewilderment - and curiosity - that is felt in the face of what we have not yet introjected, made our own. The lens therefore - contrary to a vulgar that would like it to be neutral - is lined up in favor of itself, as if in the viewfinder Parke saw the roads and the people travel his arteries, and stop them in a frame before they disappear to disappear in his same matter. He, Parke, who comes from a corner of the "down under", the farthest place from the world, had treasured his move to Sydney. "Minutes to Midnight" is a journey through a known and imaginary territory that borders on the inadequacy of knowledge. No less so is "Dream / Life" which projects shreds of hallucinations and expressionistic visions of a mental space even before an urban one, and in which some humorous veils appear almost mockingly (like a man who wanders as Christ). Trent Parke mixes photographic genres, has in his eyes the great traditions of reportage as pure as the humanist lesson (in the man with the umbrella on the Sydney bay we note the consonance with a famous photograph by Güler), but holds everything before it dissolves in the citationist decline to found his own personal language, a code that knows how to express himself to him, to talk about him and with him even before the others. Honestly. And it shows. In full. And this is what makes him a great photographer.

Giuseppe Cicozzetti

from “Minutes to Midnight”; “Dream/Life”

ph. Trent Parke

https://www.magnumphotos.com/photographer/trent-parke/

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