SCRIPTPHOTOGRAPHY

Andrea MODICA                                                            (USA)

ANDREA MODICA

C’è una sottotraccia che attraversa l’intero lavoro della fotografa americana Andrea Modica, e che affiora per dirci che la fotografia umanistica è ancora viva, presente. Noi ne scorgiamo i fondamenti nella assoluta onestà d’intenti con la quale Andrea Modica ha voluto narrare storie che catturano la nostra attenzione. Non sempre è facile; l’inciampo di una certa compiacenza, una spinta di troppo verso la presa della nostra commozione e già si sente l’odore di un lavoro artefatto. Nelle fotografie di Andrea Modica (docente di Fotografia alla Drexell University di Philadelphia) è del tutto assente ogni forma di compiacimento, al suo posto c’è un innegabile senso di ricerca che, tra l’altro, dev’essere una personale predisposizione dell’autrice. Esplorazione dunque e la sua traduzione, una sintesi che nei lavori della fotografa americana trova un felice completamento quando indaga sui rapporti umani d’ogni natura e declinazione. C’è quindi una centralità su cui ruota il lavoro di Andrea Modica, e per quanto eccentrico possa apparire invece è ben saldo nei capitoli guida.

La serie “Treadwell” getta uno sguardo delicato su un nucleo di personaggi la cui interazione (molto spesso con se stessi) richiama l’osservatore una coralità di rimandi. C’è infatti la sospensione quasi metafisica delle attività, quasi un fermo immagine del pensiero, una statica ma ribollente pulsione interna. E poi, come d’un tratto, una meravigliosa citazione che trova nel suo contrario la legittimazione che cerca. Se si osserva la fotografia d’apertura siamo colti da una suggestione. La fotografia ricorda la “Migrant Mother” di Dorothea Lange ma al suo opposto. Nella fotografia di Lange il punctum sta nella centralità espressiva del volto della madre, mentre i figli si ritraggono quasi spauriti dall’obiettivo. La fotografia di Andrea Modica ribalta coraggiosamente la scena: c’è sempre l’afflato protettivo materno, ma le figure adulte sono in secondo piano, addirittura i volti delle donne sono esclusi, tagliati fuori, mentre la centralità puntuale dell’immagine è restituita ai minori, il vero focus del racconto.

Si diceva della propensione alla ricerca di Andrea Modica, una cifra che odora di libertà. Una libertà dai vincoli, un’apertura laica al desiderio di lasciarsi trasportare in territori inesplorati e dunque avviare una ricerca nella ricerca. Da questa attitudine nasce la serie “Fountain”. Dapprima reportage su un macello – questa almeno l’intenzione iniziale – presto storna l’interesse verso una fotografia documentale su un nucleo famigliare, i Baker, assai folto che ne gestisce l’attività. Le immagini stimolano il nostro immaginario con una forza inattesa. La famiglia Baker è ritratta nella quotidianità delle attività, al gioco e nel riposo. L’aria è intima e polverosa come la fotografia dei padri americani. Qui lo sguardo di Walker Evans incontra l’eleganza formale di Edward Weston mentre entrambi sembrano ascoltare il suono delle parole di Steinbeck.

Ma l’attenzione di Andrea Modica non si esaurisce e si estende nella serie “Portraits”, dando vita a una galleria di protagonisti che sembrano dire molto più di quanto non cogliamo e ripresi in una normalità che sconfina nell’epico.

Andrea Modica sorprende. La sua inziale capacità di sorprendere se stessa è trasmessa a noi nella piena interezza, senza mediazioni. La sua passione per le persone è viva, l’interesse per la profondità e le articolazioni dei rapporti umani arrivano intatti, senza mediazioni. Il suo sguardo sul mondo umano colpisce per delicatezza, è discreto ma al tempo stesso non omette nulla: quanto vediamo è quanto lei ha visto. E noi, nella trama delle sue immagini, vediamo un’onestà mai disgiunta dalla qualità della composizione fotografica.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Treadwell”; “Fountain”; “Portraits”

 

foto Andrea Modica 

 

http://www.andreamodica.com/

 

 

There’s something undercurrent that goes through the whole work of American photographer Andrea Modica, and that it stands out to tell us that humanistic photography is still alive, present.

We see the fundamentals in the absolute honesty of intent with which Andrea Modica wanted to tell stories that capture our attention.

It is not always easy; the stumbling of a certain complacency, a push too to the touch of our emotion and we already feel the smell of an artifacted work.

In the photographs of Andrea Modica (she is a photography professor at Drexell University in Philadelphia) there is absolutely no form of complacency, in its place there is an undeniable sense of research which, among other things, must be a personal predisposition of author.

So exploration and its translation, a synthesis that in the works of American photographer finds a happy completion when investigating human relationships of all nature and declination.

There is a centrality on which Andrea Modica's work is turning, and how eccentric it may appear to be, however, is firmly in the guiding chapters.

The "Treadwell" series casts a gentle look on a core of characters whose interaction (very often with themself) invokes the observer a plurality of references.

There is, in fact, the almost metaphysical suspension of activities, almost a still image of thought, a static but boiling internal drive.

And then, suddenly, a wonderful quote that finds its opposite of the legitimacy it seeks.

If you observe the opening photo we are captured by a suggestion. The photograph reminds us the "Migrant Mother" by Dorothea Lange but on its opposite.

In the photograph of Lange, the punctum is in the expressive center of the mother's face, while the children are almost scared from the lens. Andrea Modica's photography bravely bows the scene: there is always the maternal protective burden, but adult figures are in the background, even the faces of women are excluded, cut off, while the timely focus of the image is restored to the less, the true focus of the tale.

It was said of the willingness to search for Andrea Modica, a figure that smells of freedom. Freedom from constraints, a laic opening to the desire to let be carried into an unexplored territories and therefore to start from research in research.

From this attitude comes the "Fountain" series. At first, a reportage on a slaughter - this at least the initial intention - soon revokes interest in a documentary about a family, the Baker’s, very numerous who runs the business.

Images stimulate our imagination with an unexpected force. The Baker family is portrayed in the daily activities, at play and at rest. The air is intimate and dusty like the photography of American fathers.

Here the look of Walker Evans meets the formal elegance of Edward Weston while both seem to hear the sound of Steinbeck's words.

But Andrea Modica's attention is not exhausted and extends into the "Portraits" series, creating a gallery of protagonists that seem to say much more than we do not catch and resume in a normality that digress from the epic.

Andrea Modica surprises us. Her original ability to surprise herself is transmitted to us completely, without mediation. Her passion for people is alive, interest in the depth and the joints of human relations come intact, without mediation.

Her glance on the human world strikes gently, is discreet but at the same time leaves nothing: what we see is what she saw. And we, in the plot of her images, see a unity never separated by the quality of photographic composition.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Treadwell”; “Fountain”; “Portraits”

 

ph. Andrea Modica

 

http://www.andreamodica.com/ 

© 2014 - 2019 fototeca siracusana

largo empedocle,9 96100 - siracusa (Italy) - P.IVA 01990680892 - CF 93087090895

  • Instagram - Bianco Circle
  • Pinterest - Bianco Circle
  • Facebook Clean