SCRIPTPHOTOGRAPHY

Lee  MILLER                                                                                                (USA)

LEE MILLER

Monaco, 30 aprile 1945. Una giovane donna dalle sembianze di un angelo fa ingresso nell’abitazione al 16 di Prinzregentenplatz. Non vi aveva mai messo piede prima né, in seguito, le accadrà più di tornarvi, ma lì in quell’appartamento deserto, nel cuore di una Germania devastata dalla furia degli Alleati, non pensa ad altro che dirigersi verso la sala da bagno. La giovane e bellissima donna si libera degli abiti come un rito di liberazione, ripone ordinatamente gli abiti e prende un bagno, chiedendo al suo compagno, il reporter David Scherman di ritrarla. Il 16 di Prinzregentenplatz non è un’abitazione qualunque, appartiene a una persona che nelle stesse ore a Berlino ha deciso di mettere fine alla sua vita e a quella di una donna, sposata da qualche ora: il suo nome è Adolf Hitler. La giovane donna dalle sembianze di un angelo è Lee Miller e con un solo gesto, nel pieno dell’infuriare della guerra, dà vita alla più audace e sfrontata rappresentazione surrealista, surclassando i suoi maestri e mentori. Qualcuno, a proposito di questa celebre fotografia, ha scritto del rovesciamento di un dittatore o il ribaltamento del ritratto d’un nudo femminile dominato dall’obiettivo maschile – Miller pagherà caro il prezzo di un suo ritratto – ma, al di là di ogni altra seppur plausibile interpretazione, piace pensare a quel gesto come la supremazia della creatività femminile su temi d’esclusivo appannaggio maschile. Nata a Poughkeepsie, una piccola località dello stato di New York, Lee Miller (1907-1977) conoscerà presto, e drammaticamente, le attenzioni maschili: uno stupro, all’età di soli sette anni, le lascerà cicatrici insanabili nell’anima e una gonorrea che ne tormenterà gli anni a venire. Gli uomini avevano tentato di sfregiare l’angelo ma ne sarebbero stati schiavi. La bellezza di Lee li avrebbe incatenati a un che di incomprensibile, perché dai giorni della violenza crebbe una creatura che seppe come farsi libera: l’amore, il sesso per Lee erano esperienze slegate, autonome, prive delle connessioni imposte dal sentire maschile tanto che, per sua stessa ammissione, non capiva «perché andare a letto con qualcuno avrebbe dovuto sconvolgere l’uomo di cui ero sinceramente innamorata». Ma ciò che di una donna agli occhi di un uomo è incomprensibile è pressoché infinito. Degli anni da modella disse: «Mi hanno fotografata come se fossi un angelo, ma nessuno si è accorto che dentro avevo un demone». Non si accorse Condé Nast, il celebre editore, che la volle perché apparisse sulle pagine di Vogue. È il 1927 e il suo volto, la sua bellissima figura, fotografata da Genthe, Muray e soprattutto da Edward Steichen è già sulle copertine delle edizioni americane e britanniche. E fu proprio una fotografia di Steichen a mettere fine a una carriera segnata dal successo. Il maestro della fotografia americana associò Lee a una campagna pubblicitaria di assorbenti femminili scatenando le ire dei benpensanti, smuovendo il velo polveroso di un puritanesimo ipocrita che non vuole vedere ciò che esiste. Sdegnata dalle critiche Lee Miller saluta Condé Nast, il mondo patinato e vacuo della moda e si trasferisce a Parigi, ma più tardi confesserà d’essere stata fiera di avere contribuito ad abbattere uno dei tabù più radicati nella società. La capitale francese in quegli anni è un faro di creatività. Lì conoscerà Man Ray, di cui diventerà modella e assistente. E amante. Lee apprese tutto dal maestro: il genio, le tecniche (sono molti i critici che le attribuiscono diverse solarizzazioni – un’inversione parziale di neri e bianchi che crea un’aurea argentea – firmate Man Ray) e, poco dopo una consapevolezza che avrebbe determinato i suoi anni a venire. «Non volevo essere più una fotografia, volevo io fare fotografie». E non smise. Ritrasse chi frequentava, i suoi amici, i poeti Éluard e Thomas, i pittori Kokoschka, Braque, Ernst e Mirò, Steinberg e Picasso, che omaggerà tanta bellezza dedicandole sei ritratti; e poi Getrud Stein, Morris, Tapies e lo stesso Man Ray del quale sarà costretto a subire la gelosia, che metterà fine alla relazione, per Cocteau che la volle protagonista nel film ‘Le sang d’un poète’. Lee Miller lascia Parigi. Poco prima aveva conosciuto un ricco egiziano che la sposa e la porta con sé al Cairo. Si amano ma non dura molto, pochi anni nei quali Lee fotograferà sabbie e piramidi esplorando le potenzialità del reportage. Poi, nel 1937, un viaggio a Parigi cambierà ancora la direzione della sua vita. Qui conosce l’inglese Roland Penrose, ne subisce il fascino intellettuale e nel 1939 si trasferiscono a Londra. Tutto però sta per cambiare, rapidamente. Sull’Europa si addensa la minaccia di una guerra e il governo americano invita i suoi cittadini residenti in Europa a mettersi in salvo tornando in patria. Ancora una volta il mondo maschile cercherà di mettere un freno alla sua vita ma Lee rilancia: non solo decide di restare in Gran Bretagna ma richiede di essere accreditata da Vogue come corrispondente di guerra. Si muoverà al seguito delle truppe alleate in un’Europa squassata dal conflitto fotografandone gli orrori, le devastazioni e la follia. A Buchenwald e Dachau scattò più che poté perché sulla pellicola fosse impressionato l’inenarrabile, le mostruosità di cui è capace l’uomo, nel tentativo di testimoniare l’evidenza del Male con ogni forza. Alla redazione londinese assicurò che quanto avevano davanti agli occhi era tutto vero, perché come sa ogni fotografo un’immagine ha il potere di mostrare ma non certo quello di convincere. E lì, a Monaco, nel bagno privato di Hitler, Lee conduce il fango di Buchenwald attaccato alle suole degli anfibi militari, consumando un rito dal sapore catartico, un feroce contrappasso dal gusto surrealista. Quella fotografia, il più celebre dei suoi ritratti, è un lavacro mistico, è un’abluzione purificatrice che si consuma dentro il corpo intimo della dittatura, è un monito contro la disumanità. Un’infanzia abusata, modella di successo, fotografa surrealista a Parigi, corrispondente di guerra, amori, amanti, cuoca infine, la vita di Lee Miller sembra uscita dalla fantasia di uno sceneggiatore alla prova con uno script delirante e controcorrente ma vera, autentica come le sue fotografie. Dopo la guerra Lee Miller continua a fotografare ma l’esperienza della guerra ne ha profondamente segnato l’anima. Ma ormai è un mito e come spesso le è accaduto, a causa delle veloci giravolte del destino, Edward Steichen la chiama a far parte della mitica esposizione The Family of Man al MoMA, nel 1955. Poi l’oblio, lento, un’inesorabile e incomprensibile dimenticanza. Male, molto male per una delle più grandi figure femminili della fotografia.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Lee Miller

 

https://www.leemiller.co.uk/

 

 

Munich, April 30, 1945. An angel-like young woman enters the house on 16 Prinzregentenplatz. She never been there before, or later, she will come back to it, but there in that deserted apartment, in the heart of a Germany devastated by the fury of the Allies, she thinks of nothing else but to head for the bathroom.

The young and beautiful woman gets rid of her clothes like a liberation ritual, she neatly puts her clothes away and takes a bath, asking her partner, reporter David Scherman to portray her. The 16 of Prinzregentenplatz is not just an ordinary house, it belongs to a person who at the same time in Berlin has decided to end his life and the life of a woman, married for a few hours: his name is Adolf Hitler.

The angel-like young woman is Lee Miller and with a single gesture, in the midst of the raging war, she gives life to the most audacious and bold surrealist representation, outclassing his masters and mentors. Someone, by the way of this famous photograph, wrote ‘bout overthrow of a dictator or the reversal of the portrait of a female nude dominated by the male lens - Miller will pay dearly for the price of one of her portraits - but, beyond any other albeit plausible interpretation, we likes to think of that gesture as the supremacy of female creativity on topics of exclusive male prerogative.

Born in Poughkeepsie, a small town in the state of New York, Lee Miller (1907-1977) will soon know, and dramatically, the masculine attentions: a rape, at the age of seven, will leave incurable scars in the soul and a gonorrhea that will torment you for years to come.

Men had tried to slash the angel but they would have been slaves of it. Lee's beauty would have chained them to something incomprehensible, because from the days of violence grew a creature who knew how to make herself free: love, sex for Lee were unrelated, autonomous experiences, lacking the connections imposed by male feeling so much that, by her own admission, she didn’t understand «because going to bed with someone would have to upset the man of whom I was sincerely in love».

But what is incomprehensible about a woman in the eyes of a man is almost infinite. As a model, she said: «They photographed me like an angel, but nobody noticed that there was a demon inside of me».

The famous publisher Condé Nast, did not notice that he wanted her to appear on the pages of Vogue. It is 1927 and her face, her beautiful figure, photographed by Genthe, Muray and above all by Edward Steichen is already on the covers of American and British editions. And it was a picture of Steichen that put an end to a career marked by success. The master of American photography associated Lee with an advertising campaign of female sanitary napkins unleashing the wrath of bourgeoise mass, stirring the dusty veil of a hypocritical Puritanism that doesn’t want to see what really exists.

Outraged by criticism, Lee Miller greets Condé Nast, the glossy and vacuous world of fashion and moves to Paris, but later confesses to having been proud to have helped break down one of the most rooted taboos in society. The French capital in those years is a beacon of creativity.

In Paris she will meet Man Ray, of whom she will become a model and assistant. And lover. Lee learned everything from the master: the genius, the techniques (there are many critics who attribute her several solarizations - a partial reversal of blacks and whites that creates a silvery aura - signed Man Ray) and, shortly after an awareness that would have determined his years to come. «I didn't want to be a photograph anymore, I wanted to take pictures».

And she didn't stop. She retracted who she frequented, her friends, the poets Éluard and Thomas, the painters Kokoschka, Braque, Ernst and Mirò, Steinberg and Picasso, who will pay homage to such beauty by dedicating six portraits to her; and then Getrud Stein, Morris, Tapies and the same Man Ray of which she will be forced to suffer jealousy, which will put an end to the relationship, for Cocteau who wanted her to be the protagonist in the film ‘Le sang d’un poète’.

Lee Miller leaves Paris. Shortly before she had met a rich Egyptian who married her and took her with him to Cairo. They love each other but it doesn't last along, a few years in which Lee will photograph sands and pyramids exploring the potential of reportage. Then, in 1937, a trip to Paris will still change the direction of her life.

Here she meets the English Roland Penrose, undergoes intellectual fascination and in 1939 they move to London. But everything is about to change quickly. The threat of war is intensified in Europe and the US government invites its citizens residing in Europe to save themselves by returning home. Once again the male world will try to put a brake on her life but Lee raises: not only, she decided to stay in Britain but she needs to be accredited by Vogue as a war correspondent.

She will move along with the allied troops in a Europe shaken by conflict, photographing its horrors, devastation and madness. At Buchenwald and Dachau she took as much as she could to impress on the film the unspeakable, the monstrosities of which man is capable, in an attempt to witness the evidence of Evil with every force.

She told the London editors that what they had before their eyes was real, because as every photographer knows, an image has the power to show but certainly not to convince. And there, in Munich, in Hitler's private bathroom, Lee leads the Buchenwald mud attached to the soles of military amphibians, consuming a cathartic-flavored ritual, a ferocious counterpoint of surrealist taste.

That photograph, the most famous of her portraits, is a mystical washing, it’s a purifying ablution that is consumed within the intimate body of the dictatorship, it’s a warning against inhumanity. An abused childhood, successful model, surrealist photographer in Paris, war correspondent, lovers, lovers, cook at last, the life of Lee Miller seems to come from the fantasy of a screenwriter to the test with a delirious and countercurrent script but true, authentic as her photographs.

After the war, Lee Miller continues to photograph but the experience of the war has profoundly marked her soul. But now she’s a myth and as has often happened to her, due to the fast turns of destiny, Edward Steichen calls her to be part of the legendary exhibition The Family of Man at the MoMA, in 1955. Then oblivion, slow, inexorable and incomprehensible forgetfulness. Bad, very bad for one of the greatest female figures in photography.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Lee Miller

 

https://www.leemiller.co.uk/

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