SCRIPTPHOTOGRAPHY

Helen LEVITT                                                                                             (USA)

HELEN LEVITT

Può la fotografia unire mondi distanti come impegno sociale e poesia, fare una sintesi cioè in cui il messaggio, l’impegno sociale siano tradotti in forma di bellezza? Sì, è possibile. A dimostrarlo è il lavoro di una fotografa poco conosciuta al grande pubblico ma venerata da molti fotografi, il suo nome è Helen Levitt (1913-2009). Helen Levitt ha vissuto una vita straordinaria e silenziosa, lontana dai clamori autocelebrativi e assai prossima invece all’impegno sociale. Di lei è stato detto che le sue fotografie rappresentano “una grande opera poetica in una visione unitaria del mondo, un manifesto impegnato, un inconfutabile di un modo di vedere”. Impegno e poesia, è Evans che incontra Cartier-Bresson (tra l’altro Levitt ha conosciuto e frequentato entrambi) nelle strade della Spanish Harlem, del Lower East Side e degli altri quartieri periferici di New York non ancora contaminati dalle tentazioni claustrofobiche dettate dai consumi che da lì a poco ne avrebbero trasformato la vita e l’attività. Helen Levitt registra lo svolgersi di un dramma quotidiano: uomini, donne e bambini sulle strade e i marciapiedi che somigliano a una grandiosa e crudele metafora di una vita che sceglie accuratamente le vittime tra i suoi figli minori, colti in quella che può definirsi “la cerimonia di una inconsapevole innocenza”. Siamo al limitare degli anni ’40, poco più tardi anche l’inconsapevole innocenza americana svanirà per sempre e nulla sulle strade sarà come prima. Per questa ragione le fotografie di Helen Levitt rappresentano una testimonianza d’eccezione, il canto lirico di una generazione delle piccole cose, al margine del fluire sociale dove però – e lo si percepisce dagli scatti – alla “visione” poetica non manca una nota di ironia, una disperata leggerezza da contrapporre come antidoto alle durezze di una depressione economica infiltratasi fin dentro le strade di New York. Con la sua Leica Helen Levitt combatté come poteva l’ingiustizia e le disparità sociali; usciva di casa e scattava, senza un progetto: tutto prendeva vita sotto i suoi occhi, in un bianco e nero deciso, rigoroso, così divisivo da somigliare alla vita. Ma il bianco e nero non rappresenterà per sempre il suo linguaggio totemico. Sul finire degli anni ’50 Helen Levitt sperimenta le potenzialità del colore che irrompe prepotentemente tra i codici espressivi della fotografia, fino a renderla tra i massimi rappresentanti della New Colour Photography insieme a gente come Leiter, Eggleston, Herzog e Haas. Di quel periodo e di quelle fotografie, soprattutto, non resta che un profondo rammarico: nel 1970 dei ladri si introducono nell’abitazione di Helen Levitt e portano via fotografie, negativi. Le sole, poche, immagini rimaste sono state raccolte e unite a quelle scattate anni dopo in “Slide Show: The Color Photographs of Helen Levitt”, che vedrà la luce solo all’inizio di questo secolo. Tardi, colpevolmente tardi. Ed è in questo ritardo temporale, nell’amnesia generale del settore che Helen Levitt viene dimenticata. Eppure nel luglio del 1939 la nuova sezione fotografica del MoMA includeva il suo lavoro nella mostra inaugurale; nel 1943 è la prima fotografa donna a esporre una personale e nel 1955 Edward Steichen la chiama per la grande mostra “The Family of Man”. Poi, come spesso è accaduto alle fotografe, l’oblio. Ma che accada a una delle più grandi fotografe del Novecento è perdonabile solo con una sua piena riabilitazione. Una promessa che le dobbiamo, e con un impegno pari a quello che Helen Levitt ha mostrato verso i meno fortunati.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Helen Levitt

 

Can photograph unite distant worlds like social commitment and poetry, making a synthesis where message and social commitment are translated into a form of beauty? Yes, it’s possible. To prove it is the work of a photographer not well-known to the audience but revered by many photographers, her name is Helen Levitt (1913-2009). Helen Levitt lived an extraordinary and silent life, far from the self-congratulatory clamor and very close instead to the social commitment. She has been told that her photographs represent "a great poetic work in a unitary vision of the world, a committed manifesto, an irrefutable way of seeing". Commitment and poetry, it is Evans who meets Cartier-Bresson (among other things Levitt has known and attended both) in the streets of Spanish Harlem, the Lower East Side and the other suburbs of New York not yet contaminated by the claustrophobic temptations dictated by consumption that shortly thereafter they would have transformed their life and activity. Helen Levitt records the unfolding of a daily drama: men, women and children on the streets and sidewalks that resemble a grandiose and cruel metaphor of a life that carefully chooses the victims among its lesser children, caught in what can be called “the ceremony of an unconscious innocence”. We’re on the edge of the 40s, a little later even the unaware American innocence will vanish forever and nothing on the roads will be like before. For this reason the Helen Levitt’s photographs represent an exceptional testimony, the lyric song of a generation of small things, on the edge of the social flow where however - and it is perceived by the shots - the poetic "vision" does not lack a note of irony, a desperate lightness to contrast as an antidote to the harshness of an economic depression infiltrated into the streets of New York City. With her Leica Helen Levitt fought as he could injustice and social disparities; she left home and shot, without a project: everything came to life under her eyes, in a determined, rigorous black and white, so divisive that it resembled life. But black and white will not always represent his totemic language. At the end of the 1950s, Helen Levitt experimented with the potential of color that burst through the expressive codes of photography to the point of making her one of the greatest representatives of New Color Photography together with people like Leiter, Eggleston, Herzog and Haas. Of that period and of those photographs, above all, all that remains is a profound regret: in 1970 thieves breal into Helen Levitt’s house and take away photographs, negatives. The few, so few, remaining images have been collected and combined with those taken years later in "Slide Show: The Color Photographs of Helen Levitt", which will come out only at the beginning of this century. Late, guiltily late. And it is in this time lag, in the general amnesia of the sector that Helen Levitt is forgotten. Yet in July 1939 the new MoMA photo section included her work in the inaugural exhibition; in 1943 she was the first female photographer to exhibit a solo show and in 1955 Edward Steichen called her for the great exhibition "The Family of Man". Then, as has often happened to female photographers, oblivion. But what happens to one of the greatest photographers of the twentieth century is forgivable only with her full rehabilitation. A promise we owe her, and with a commitment equal to what Helen Levitt has shown to the less fortunate.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Helen Levitt

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