SCRIPTPHOTOGRAPHY

William  KLEIN                                                                                (USA)

WILLIAM KLEIN

Pablo Picasso suggeriva di imparare le regole come un professionista in modo da poterle rompere come un artista. Chi nel mondo della fotografia sembra che si sia attenuto a questa regola è certamente William Klein: se avesse rispettato ogni convenzione, se si fosse accodato al mainstream della fotografia degli anni ’50 di sicuro non sarebbe diventato il fotografo che conosciamo e ancora più sicuramente molti street photographer oggi sarebbero diventati degli onesti impiegati in qualche ufficio comunale. Distrutte le regole, Klein ha imposto le sue ma senza crederci troppo. Lui stesso si definisce un outsider, un anti-fotografo che fa della anti-fotografia lontanissimo, tra l’altro, da un fotografo che pur ammirava: Cartier-Bresson. Ma del fotografo francese Kein detestava l’insieme di regole alla base della riuscita delle fotografie: nitidezza, compostezza, nitore. Le immagini di Klein al contrario sono sporche, fuori fuoco; spesso tagliate male presentando una composizione discutibile. Eppure posseggono una forza vitale che fuoriesce dal rettangolo di carta e si imprimono negli occhi dell’osservatore. Ora, un tempo fecero fatica a imporsi. Le immagini di una New York così insolita e obliqua da risultare sconosciuta e urticante faticano a confluire in un libro, “New York 1954-1955: Life is Good & Good for you in New York”. Il volume, oggi uno delle pietre miliari della fotografia mondiale, prima di vedere la luce fu rifiutato da molti editori, impauriti dall’immagine selvaggia e trascurata della metropoli. Un nuovo linguaggio vedeva la luce, fatto di grandangoli e trucchi e di espedienti mai testati prima. Gli street photographer – anche se nessuno di loro sapeva che più tardi si sarebbero chiamati in questo modo – si muovevano (e molti lo fanno ancora) come un entomologi davanti a nuove specie di insetti evitando di interferire con il fluire delle attività urbane: Klein no, lui interagiva con i soggetti al fine di provocare l’effetto desiderato. La celebre fotografia del ragazzino che punta dritto la pistola verso l’obiettivo – a dire il vero sono più di una – nasce da questa filosofia: Klein ha davanti a sé il ragazzino e gli intima di fare un’espressione feroce, da duro mentre accanto un altro è totalmente indifferente allo svolgersi dell’azione. Questo, in genere, è il modus operandi di Klein: la creazione momentanea di un contatto e infatti la stragrande maggioranza dei soggetti guarda in camera, ma senza mai solo graffiare la fresca spontaneità che attraversa ogni fotografia. Ma Klein non è solo street e sorprende che un personaggio così sanguigno e “rabbioso” mostri una delicatezza sopraffina quando si tratta di fotografia di moda. Tra i maggiori fotografi di Vogue Klein vi verserà la lezione astrattista di un altro grande, Moholy-Nagy. E si vede. Le sue fotografie di moda sono ancora anticonvenzionali, dal linguaggio sorprendente e personalissimo. Il gusto optical delle immagini in bianco e nero, con la sovrapposizione di ombre luminescenti e ambigue, rimandano a un gusto espressionista nel quale la non-materia si fa portavoce di significati nascosti, latenti e visibili, mentre la predilezione per l’astrattismo e, ancora, per l’ambiguità delle forme gli suggerisce la creazione di multipli di modella grazie alla presenza di specchi, ottenendo come risultato una visione tanto affollata quanto geniale. Controverso e irriverente Klein detesta il subordine: egli stesso è insubordinato e caotico. E dal turbolento caos creativo Klein ha plasmato un linguaggio assai frequentato. E imitato.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “New York 1954-1955: Life is Good & Good for you in New York”

 

foto William Klein

 

Pablo Picasso suggested learning the rules as a professional so that they could be broken as an artist. Who in the world of photography seems to have adhered to this rule is certainly William Klein: if he had respected every convention, if he had queued to the mainstream of photography in the 50s certainly would not have become the photographer we know and even more certainly many street photographers today would have become honest employees in some municipal office.

Once the rules were destroyed, Klein imposed his own but without believing it too much. He defines himself as an outsider, an anti-photographer who makes anti-photography far away, among other things, by a photographer who admired: Cartier-Bresson. But the French photographer Kein hated the set of rules at the base of the success of the photographs: sharpness, composure, cleanness. The images of Klein on the contrary are dirty, out of focus; often cut badly by presenting a questionable composition. Yet they possess a life force that emerges from the rectangle of paper and is impressed in the eyes of the observer.

Now, once they were struggling to impose themselves. The images of a New York that is so unusual and oblique as to be unknown and stinging are hard to merge into a book, "New York 1954-1955: Life is Good and Good for You in New York". The volume, today one of the cornerstones of world photography, before seeing the light was rejected by many publishers, frightened by the wild and neglected image of the metropolis. A new language saw the light, made up of wide angles and tricks and gimmicks never before tested.

Street photographers - even if none of them knew that they would later be called in this way - moved (and many still do) as an entomologist in front of new species of insects avoiding to interfere with the flow of urban activities: Klein not, he interacted with the subjects in order to provoke the desired effect.

The famous photograph of the boy pointing straight at the lens - actually, more than one - stems from this philosophy: Klein has the boy in front of him and intimates him to make a ferocious expression, hard while beside him another is totally indifferent to the unfolding of the action. This, in general, is Klein's modus operandi: the momentary creation of a contact and in fact the vast majority of subjects look in the room, but without ever only scratching the fresh spontaneity that passes through each photograph.

But Klein is not just street and it surprises that a character so bloody and "angry" shows a superfine delicacy when it comes to fashion photography. Among the major photographers of Vogue Klein will pay the abstract lesson of another great, Moholy-Nagy. And it shows. His fashion photographs are still unconventional, with a surprising and very personal language.

The optical taste of black and white images, with the overlapping of luminescent and ambiguous shadows, refer to an expressionist taste in which non-matter becomes the spokesman of hidden, latent and visible meanings, while the preference for abstractionism and, moreover, due to the ambiguity of the forms, he suggests the creation of model multiples thanks to the presence of mirrors, obtaining as a result a vision as crowded as it is brilliant. Controversial and irreverent Klein hates the suborder: he himself is insubordinate and chaotic. And from the turbulent creative chaos Klein has shaped a very popular language. And imitated.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “New York 1954-1955: Life is Good & Good for you in New York”

 

ph. William Klein

© 2014 - 2020 fototeca siracusana

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