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Francesco FARACI                    (IT)

FRANCESCO FARACI

“Le periferie” ha detto Le Corbusier “sono un deposito di umanità. Sembra che il “centro” di ogni città ne abbia bisogno per definire la propria supremazia: sui poveri, sugli esclusi. Le strade delle periferie sono argini nei quali scorre il fiume della desolazione”. Le immagini che vedete non sono state prese a Beirut né a Baghdad né in un’altra qualsivoglia località funestata da povertà e guerra. Queste fotografie sono state scattate nella periferia di una città che, in qualche modo, è anch’essa alla periferia di un mondo più esteso: Palermo. Palermo è la città dell’autore di questa serie, Francesco Faraci, un lavoro dal titolo “Malacarne” (2016) termine dispregiativo con cui si indicano poco di buono, ma se esteso ai ragazzini affiora un pregiudizio. Faraci ha percorso i quartieri più disagiati del capoluogo, Ballarò, Albergheria, Sperone, Brancaccio e Zen, vincendo la naturale diffidenza degli abitanti, la cui esclusione dalle dinamiche sociali conduce alla creazione di codici di difesa, come una comunità che si chiude a riccio di fronte a un’intromissione. Le fotografie hanno per protagonisti gli adolescenti. Una scelta precisa, che meglio d’altre suggerisce la difficoltà del presente e le incognite del futuro. Da quelle parti si cresce in fretta, i sogni hanno una vita breve, il senso di esclusione è forte. A sottolinearlo è lo sgomento dello stesso Faraci: “Ho chiesto a uno di questi ragazzi dove fosse diretto e mi ha risposto: “a Palermo”, come se vivesse altrove e non già nella stessa città”. Le fotografie di Francesco Faraci ci restituiscono la prospettiva di un’adolescenza negata (qui le similitudini tra le periferie del mondo si concatenano fino a diventare una sola immagine) nella quale gli sguardi disillusi dei giovani – aspetto devastante che una società civile non può permettere – si alternano al desiderio del gioco da consumarsi tra rifiuti e macerie. Povertà. Indigenza. Pericolo, quello di finire cooptato dai veri “Malacarne”, nel cui quadro però c’è come una specie di ancestrale solidarietà con i nuovi poveri, quelli giunti da lontano e con un diverso colore della pelle. La periferia accoglie tutti, non rifiuta nessuno. Non è come il “centro”. E dunque tra la disperazione si annida una complicità tra diseredati, come una speranza di umanità ancora viva a dispetto di un destino immutabile e beffardo, quello che ti fa nascere dalla parte sbagliata. Alle volte del mondo, altre di una città. E non c’è nessuna differenza.
Le fotografie sono nella più radicata tradizione documentarista. Forti da non omettere nulla, quasi spietate. Come crude e spietate sono le immagini di chi a Palermo ha documentato sangue e assassini, vittime e colpevoli, Letizia Battaglia di cui crediamo Faraci un sincero ammiratore. Come nelle fotografie di Battaglia anche qui c’è il solo desiderio di testimoniare, rendere partecipi evitando la facile “captatio” della commozione allorché siamo di fronte alle immagini di sofferenza. C’è invece, e si vede, un profondo rispetto per i soggetti fotografati, per le loro condizioni, le loro legittime aspirazioni, tutto tradotto con sensibilità e attenzione. “Malacarne” piace soprattutto per la sua onestà, per una chiarezza d’intenti pienamente raggiunta e una maturità compositiva ravvisabile in ognuna delle fotografie. Il “ventre” di Palermo non è mai stato raccontato con tanta sincerità.

Giuseppe Cicozzetti
da “Malacarne”


foto Francesco Faraci


https://www.francescofaraci.com/

"The suburbs," said Le Corbusier, "are a storehouse of humanity. It seems that the "center" of every city needs it to define its supremacy: the poor, the excluded. The streets of the suburbs are creeks in which the river of desolation flows. "
The images you see have not been taken to Beirut, Baghdad, or any other places that are devastated by poverty and war. These photographs were taken on the suburb of a city that, in some ways, is also on the suburb of a larger world: Palermo.
Palermo is the city of the author of this series, Francesco Faraci, a work entitled "Malacarne" (2016), a derogatory term to wich call scoundrels but if extended to teenagers, emerges as injury.
Faraci has traveled to the most disadvantaged neighborhoods of the capital, Ballarò, Albergheria, Sperone, Brancaccio and Zen, winning the natural distrust of the inhabitants, whose exclusion from social dynamics leads to the creation of defense codes, such as a community that ends closing itself against an intrusion.
The photographs have for teenagers the protagonists. A precise choice, which best suggests the difficulty of the present and the unknowns of the future. From those parts grows fast, dreams have a short life, the sense of exclusion is strong.
To emphasize it is Faraci's dismay: "I asked one of these guys where he was directed and he replied:" in Palermo "as he lived elsewhere and not in the same city." Francesco Faraci's photographs give us the perspective of a denied adolescence (here the similarities between the peripheries of the world concatenate to become one image) in which the disillusioned looks of young people - the devastating aspect that a civil society can not afford - they alternate with the desire of the game to be consumed between rubbish and rubble.
Poverty. Indigence. Danger, that of ending co-opted by the true "Malacarne", in which, however, there is a kind of ancestral solidarity with the new poor, those who come from far and with different skin color. The suburb welcomes everyone, never refuses anyone. It's not like the "center". So, between despair, there is a complicity between disinherited, like a hope of humanity still alive, in spite of an immutable and mocking destiny, which causes you to be born in the wrong side. Often in the world, others in a city. And there's no difference.

Giuseppe Cicozzetti
From “Malacarne”
ph. Francesco Faraci
https://www.francescofaraci.com/

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