SCRIPTPHOTOGRAPHY

Yuri  FAETI                                (IT)

YURI FAETI

Simile a un amante è il mare ogni volta che prova a baciare la spiaggia, che spettacolo più tenero non c’è: ogni volta è respinto ma alla sua spuma ordina di provare e provare a far breccia nel polveroso cuore di rena. In eterno. Ha un’anima il mare. Un’anima gelosa tenuta al riparo dagli occhi indiscreti di chi, guardandolo, vede soltanto dell’acqua. Il mare bisogna ascoltarlo. E amarlo. Quando discosto ai più resta solitario a ruggire la sua grigia inquietudine è a chi possiede lo stesso solitario riserbo che parla; ci conosce e ci rivela ciò che serbiamo nel nostro profondo: noi siamo come l’acqua che scorre, siamo viandanti in cerca del mare.

Yuri Faeti fotografa il mare, ma è più appropriato affermare che fotografa l’essenza del mare, il suo mare: l’Adriatico. E non c’è immagine dalla quale non si tragga il suo amore, quasi a stabilire che il mare oltre a essere un luogo fisico è un luogo sensoriale in cui fondare una geografia dell’anima, una cartografia intima e personale. Le coordinate si ristabiliscono, nuovi equilibri si fondano e il racconto, quasi sottovoce, prende il via. Quello di Yuri Faeti è un racconto silenzioso nel quale vogliamo leggere il tentativo di una restituzione, un risarcimento sacrale dopo le scorribande estive, il tempo in cui ognuno si serve del mare per dimenticarlo poco dopo. L’Adriatico di Yuri ci appare nuovo. E’ nuovo perché sconosciuto; e come tutto ciò che ci è sconosciuto una volta disvelatosi ci appare in un’attualità che travalica il tempo. C’è nelle sue foto come una polverosa malinconia, una delicata finezza d’intenti che mantiene saldo l’obiettivo e che produce suggestioni dimenticate, mentre il suo sguardo non dimentica mai di assegnare al mare l’assoluta supremazia dell’immagine. 

Solo talvolta scopriamo delle figure, lontane, discrete ma poi affiora prepotente tutto ciò che attiene al mare; vediamo pali d’avvistamento, panchine contro un muro, recinzioni e massicciate, e tramonti la cui luce governa le immagini. Dettagli, perlopiù, ma chi sa raccontare non ha bisogno di dilungarsi: un dettaglio dunque è come una parola ben scelta, che da sola spiega meglio di una moltitudine di frasi. Nella narrativa minimale di Yuri Faeti vediamo proprio il tentativo di raggiungere il nocciolo delle cose sfrondato dalla ridondante soverchieria dei segni, e con un rigore formale che soddisfa e allude, lasciando all’osservatore la libertà di completare il quadro compositivo. A volte pare che Ghirri abbia abbandonato la nebbiosa pianura Padana per trasferirsi lungo la riviera romagnola; che Ilaria Abbiento al mare napoletano preferisca i bassi fondali sabbiosi dell’Adriatico, che Barbieri sia tornato (atterrando) d’inverno sulle stesse spiagge; che Martin Parr abbia rinunciato alla sua ricerca antropologica sull’umanità del kitch. Ecco, nelle fotografie di Yuri Faeti si procede a sottrazione: ciò che è eliminato è perché impedisce alla narrativa di scorrere veloce e di condurci dritto lì davanti, al cospetto di un’emozione. Ma in silenzio, educatamente, quasi procedendo sulla sabbia in punta di piedi perché si possa cogliere il soffio del respiro. Non il nostro, quello del mare.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Adriatico”

 

foto Yuri Faeti

 

https://www.flickr.com/photos/yurifaeti/

Similar to a lover is the sea every time he tries to kiss the beach, there’e no softer spectacle: every time he is rejected but his foam orders to try and try to break through the dusty heart of sand. Forever.

The sea has a soul. A jealous soul protected from the indiscreet eyes of those who, looking at it, only see water. The sea must listen to it. And love it.

When hidden away to the most solitary to roar, its gray restlessness is to those who possess the same solitary reserve that speaks; he knows us and reveals to us what we hold in our depth: we are like the water that flows, we are wanderers looking for the sea.

Yuri Faeti photographs the sea, but it is more appropriate to say that he photographs the essence of the sea, his sea: the Adriatic.

And there is no image from which his love is drawn, as if to establish that the sea, besides being a physical place, is a sensory place in which to found a geography of the soul, an intimate and personal cartography.

The coordinates are restored, new balances are founded and the story, almost whispered, takes off. That of Yuri Faeti is a silent story in which we want to read the attempt to return, a sacral compensation after the summer raids, the time when everyone uses the sea to forget it soon after. The Adriatic of Yuri appears a brand new sea to us.

It is new because unknown; and how all that is unknown to us once unveiled appears to us in an actuality that goes beyond time. There is in his photos like a dusty melancholy, a delicate fineness of intent that keeps the lens steady and that produces forgotten suggestions, while his gaze never forgets to assign to the sea the absolute supremacy of the image.

Only sometimes we discover the figures, far away, discrete, but then everything that concerns to the sea comes to the surface; we see sighting poles, benches against a wall, fences and ballast, and sunsets whose light governs the images.

Details, mostly, but who knows how to tell does not need to dwell: a detail is therefore like a well-chosen word, which alone explains better than a multitude of sentences. In the minimal narrative of Yuri Faeti we see precisely the attempt to reach the core of things prone to the redundant sign sovereignty, and with a formal rigor that satisfies and alludes, leaving the observer the freedom to complete the compositional framework.

Sometimes it seems that Ghirri has abandoned the foggy Po Valley to move along the Adriatic coast; that Ilaria Abbiento at the Neapolitan sea prefers the shallow sandy bottoms of the Adriatic Sea, that Barbieri has returned (landing) in winter on the same beaches; that Martin Parr has renounced his anthropological research on the humanity of kitch. Here, in the photographs of Yuri Faeti we proceed to subtract: what is eliminated is because it prevents the narrative from rushing and leading us straight ahead, in the presence of an emotion.

But in silence, politely, almost proceeding on the sand on tiptoe so that we can catch the blow of breath. Not ours, the breath of the sea.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Adriatico”

 

ph. Yuri Faeti

 

https://www.flickr.com/photos/yurifaeti/

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