SCRIPTPHOTOGRAPHY

Ilaria FACCI                          (IT)

ILARIA FACCI

 

Per ammissione degli stessi scrittori non esiste racconto, neppure il più fantasioso, che non abbia una più o meno evidente traccia autobiografica. Dietro le parole, le opinioni di ognuno dei personaggi dunque c’è sempre dietro la visione personale del mondo dell’artista, la sua sensibilità, le sue convinzioni; e noi siamo lì a leggerne lo svolgimento.
Non diverso è in fotografia. Con una differenza: il fotografo che vuole raccontare se stesso, i suoi stati d’animo, è davanti l’obiettivo: non si nasconde né vuole. E in questo scorgiamo una robusta dose di coraggio, prerogativa indispensabile per nutrire la propria coerenza. 
Francesca Woodman fotografava se stessa, quasi compulsivamente, come se non vi fosse altro di rappresentabile che la nudità del suo corpo che “offriva” perché si potessero leggere meglio i suoi dèmoni e al tempo stesso impegnarsi nella loro liberazione. I tormenti si liberano o si è costretti a scendere a patti. Il lavoro, intrigante, di Ilaria Facci si innesta nella direzione indicata dalla grande fotografa americana: cercare il dialogo tra grazia e tormento e stabilire un punto d’equilibrio tra estetica e contenuto. 
Nelle nudità corporee di Ilaria Facci non cogliamo insicurezze né il disagio che proviene dal mostrare spogliato il proprio corpo – un artista si sente nudo solo se gli viene chiesto conto del proprio lavoro, quella è intimità; il resto è performance. Nelle fotografie c’è un linguaggio nuovo che intercetta qualcosa di antico, come una cifra espressiva che affonda le sue radici nella più coraggiosa classicità, cui il “mosso” dei drappi raffigurati, dei tessuti che cingono la fisicità, aggiungono una drammaticità plastica funzionale al racconto ma che al contempo ci invita a una lettura più attenta che si dipana su più piani interpretativi. 
Eccoci straniati. 
Ecco dunque che il morbido drappeggio che scivola sulla diagonale ci invita a sospettare che altro non sia che un rapido riflesso abbagliante (o forse, ecco la doppia lettura, entrambe le cose). Non importa allora domandarsi cosa vediamo ma quanto siamo invece capaci di interpretare in immagini che ci rimandano alla più solida tradizione della Storia dell’Arte. 
Se si osservano con attenzione le foto in cui un doppio panneggio rosso e blu o l’altra nella quale è il grigio a prevalere, non possiamo non cogliere riferimenti che sprofondano dal Guercino fino alla tenuità delle tinte del Tiepolo passando per le arditezze di Rosso Fiorentino. 
Né ci lasciano indifferenti le immagini in cui il corpo nudo non ha interlocutori se non con se stesso. Vediamo corpi dilaniati da tinte accese, rosse, volutamente “sporche” in cui leggere le stesse lacerazioni di Bacon o le violente trasfigurazioni di Lucian Freud: corpi che si difendono, si scherniscono, si ritraggono nel tentativo di proteggersi anche quando, supini, si offrono a un offensiva morale più che fisica. 
Ilaria Facci è certamente coraggiosa, e come si addice a una fotografa che ha ben chiaro il suo obiettivo mette a punto un linguaggio personale in cui non c’è traccia di compromessi, di cedimenti, di ripiegamenti verso la comodità del convenzionale, e non c’è dubbio che dimostri di dominare il suo linguaggio.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Ilaria Facci

 

http://www.ilariafacci.com/

By admission of the writers themselves there’s no story, not even the most imaginative, which doesn’t have a more or less evident autobiographical trace.

Behind the words, the opinions of each of the characters is therefore always behind the personal vision of the artist's world, his sensitivity, his convictions; and we are there to read the progress.

It ain’t no difference in photography. With a difference: the photographer who wants to tell himself, his moods, is in front of the goal: he doesn’t hide or want to. And in this we see a strong dose of courage, an essential prerogative to nourish his own coherence.

Francesca Woodman photographed herself, almost compulsively, as if there was nothing more representative than the nakedness of her body that she "offered" so that her demons could be read better and at the same time engaged in their liberation. The torments are freed or you are forced to come to terms. Ilaria Facci's intriguing work is grafted in the direction indicated by the great American photographer: to seek a dialogue between grace and torment and establish a balance between aesthetics and content.

In Ilaria Facci's bodily nudity we do not get insecurities nor the discomfort that comes from showing your body stripped - an artist feels naked only if asked about his work, that is intimacy; the rest is performance.

In the photographs there’s a new language that intercepts something ancient, like an expressive figure that has its roots in the most courageous classicism, to which the "blur" of the drapes depicted, of the fabrics that surround the physicality, add a functional plastic drama to the story but at the same time invites us to a more careful reading that unfolds on several interpretative levels.

Here we are strangely.

Here, then, that the soft drape that slides on the diagonal invites us to suspect that nothing but a quick glare (or maybe, here is the double reading, both things). No matter then ask what we see but how we are able to interpret in images that refer us to the most solid tradition of Art history.

If you carefully observe the photos in which a double red and blue drapery or the other in which it is gray to prevail, we can not grasp references that sink from Guercino to the tenuousness of the Tiepolo shades passing through the boldness of Rosso Fiorentino.

Nor do leave us indifferent images in which the naked body has no interlocutors except with itself. We see bodies torn by bright colors, red, deliberately "dirty" in which to read the same lacerations of Bacon or the violent transfigurations of Lucian Freud: bodies that defend themselves, they mock, they withdraw in an attempt to protect themselves even when supine, they offer to a moral rather than a physical offensive.

Ilaria Facci is certainly courageous, and as befits a photographer who has a clear idea of her goal, she develops a personal language in which there is no trace of compromises, of yielding, of folding towards the comfort of conventional, and there’s no doubt that she proves to dominate her language.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Ilaria Facci

 

http://www.ilariafacci.com/

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