SCRIPTPHOTOGRAPHY

Tamas DESZO                                                                              (HU) 

TAMAS DESZO

Ha detto Victor Hugo, il quale di comunismo non voleva saperne, che “è un’uguaglianza di passerotti, colibrì e pipistrelli, che consisterebbe mettere tutte le ali nella stessa gabbia e tutte le pupille nello stesso crepuscolo”. Può darsi che il grande scrittore avesse ragione ma è innegabile che il Comunismo ha rappresentato per le masse “una risposta laica al bisogno di credere”. Certo, all’interno del suo sistema c’era un fascino perverso, che offriva in cambio della libertà una sicurezza passiva, una pigrizia intellettuale, una tranquillità nel pubblico come nel privato. 

Con la caduta dei regimi totalitari dell’Europa dell’Est tutto è saltato, da un’economia assistita interi Paesi sono transitati verso un liberismo senza storia, senza basi né regole e dalle cui pieghe è sorta una nuova generazione di plutocrati rapaci e insensibili, affamati di ricchezza e potere che ha saccheggiato - attraverso un ingiusto e corrotto processo di privatizzazione - i beni dell'economia di stato dei regimi passati e ha ricreato in casa i peggiori eccessi del capitalismo dickensiano del secolo XIX, come se il progresso del secolo XX non fosse mai esistito. Tutto è fatalmente azzerato.

Di questa drammatica transizione è al corrente il fotografo ungherese Tamas Dezso, che nei suoi numerosi viaggi in Romania ha voluto raccontarne gli effetti poi confluiti in “Notes for an epilogue”. Le sue sono schegge di disillusione che trafiggono come un tradimento, quello di sentirsi esclusi, ultimi, dimenticati. Nelle fotografie tuttavia si coglie un senso di riscatto, quasi una disperata speranza, un grido cieco contro un Paese che nel tentativo di modernizzazione ha dimenticato i suoi figli, che ora si aggrappano a quello che possono pur di continuare a sopravvivere.  In questo, Dezso si scosta dalla narrazione tipica documentaristica scegliendo di raccontare l’inestinguibile ma dignitoso smarrimento privato, inseguito talora al chiuso di una semplice cornice familiare o nelle espressioni di una quotidianità resiliente.

Ma c’è dell’altro. C’è ad esempio una denuncia sul degrado di interi villaggi, abbandonati perché preferiti alle grandi città; gli scheletri ormai consunti di attività economiche appartenenti a un passato improduttivo; le grandi aree agricole trasformate in discarica, in contenitori a cielo aperto di ciò che resta dei nuovi consumi. Ma quanto colpisce è un’umanità che mostra i segni della fatica direttamente sul volto, tra i solchi rugosi, nelle mani nervose e stanche, nel tentativo di riacquistare una dignità calpestata dai interessi economici che qui, a queste latitudini, si fatica a chiamare progresso. Tamas Dezso ci conduce dritti al cuore della questione: le tradizioni e le culture tramandate per secoli stanno per scomparire. Chi parla non ha chi ascolta. E una storia non ascoltata è un crimine per l’intera umanità.

Giuseppe Cicozzetti

da “Notes for an epilogue”

foto di Tamas Dezso

https://www.tamas-dezso.com/

Said Victor Hugo, who of communism didn't want to know, that "it is an equality of sparrows, hummingbirds and bats, which would consist of putting all the wings in the same cage and all the pupils in the same twilight".

It may be that the great writer was right but it is undeniable that Communism has represented for the masses "a secular answer to the need to believe". Certainly, within his system there was a perverse fascination, which offered in exchange for freedom a passive security, an intellectual laziness, a tranquility in the public as in the private.

With the fall of the totalitarian regimes of Eastern Europe everything is blown, from an assisted economy entire countries have moved towards a liberalism without history, without bases or rules and from whose folds a new generation of rapacious and insensitive plutocrats has risen, hungry for wealth and power that has plundered - through an unfair and corrupt process of privatization - the assets of the state economy of past regimes and recreated the worst excesses of Dickensian capitalism in the nineteenth century, as if the progress of the twentieth century had never existed. Everything is fatally cancelled.

The Hungarian photographer Tamas Dezso is aware of this dramatic transition, and in his numerous trips to Romania he wanted to talk about the effects later merged into "Notes for an epilogue". His are fragments of disillusionment that pierce like a betrayal, that of feeling excluded, last, forgotten. In the photographs, however, we perceive a sense of redemption, almost a desperate hope, a blind cry against a country that in its attempt to modernize has forgotten its children, who are now clinging to what they can in order to continue to survive. In this, Dezso deviates from the typical documentary narrative by choosing to recount the inextinguishable but dignified private loss, sometimes pursued within a simple family setting or in the expressions of a resilient everyday life.

But there is something else. For example, there is a complaint about the degradation of entire villages, abandoned because they are preferred to large cities; the now worn-out skeletons of economic activities belonging to an unproductive past; large agricultural areas turned into landfills, in open-air containers of what remains of new consumption. But what strikes is a humanity that shows the signs of fatigue directly on the face, among the wrinkled furrows, in the nervous and tired hands, in an attempt to regain a dignity trampled by the economic interests that here, at these latitudes, it is difficult to call progress . Tamas Dezso leads us straight to the heart of the matter: the traditions and cultures handed down for centuries are about to disappear. The speaker does not have a listener. And a story that is not heard is a crime for the entire humanity.

Giuseppe Cicozzetti

from “Notes for an epilogue”

ph. Tamas Dezso

https://www.tamas-dezso.com/

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