SCRIPTPHOTOGRAPHY

Margaret M DE LANG                                             (Norvegia)

MARGARET M DE LANG

Tracce. Segni. Dettagli. E corpi – giovanissimi corpi – che indossano un malessere impresso come un tatuaggio che affonda le sue liquide radici fin dentro l’anima. E’ “Daughters”, la serie di Margaret M. De Lang. Ai corpi acerbi è affidata una geografia disturbante, e intima quel tanto che basta perché sia evitata una sociologia dei disturbi preadolescenziali. Ma parlare di sé implica verità e dunque, in un esercizio non emendabile, la fotografa ritrae le sue figlie. Impresa non nuova. Nello stesso territorio si era avventurata Sally Mann. Ma con qualche differenza. Le fotografie di Mann sono più “costruite”, presentano una particolare attenzione alla composizione e, in definitiva (sebbene chi scrive ami “Immediate Family”) appaiono vincolate a una narrazione legata al raggiungimento di una cifra estetica tout court. Le fotografie di Margaret M. De Lang appaiono più istintive, meno obbedienti al richiamo “estatico” e dunque rivestite dall’autenticità estemporanea che sta dentro un lavoro non “disinfettato”. Le fotografie disturbano e commuovono. Toccano. Muovono empatia, tanto che osservandole rilanciamo la nostra curiosità fino a chiederci com’è la loro vita oltre il rettangolo su cui sono impresse – e in questo dilemma scorgiamo i limiti stessi della fotografia, che nutre il nostro immaginario per lasciarci soli sulla soglia della soluzione. Figlie. Arrendevoli e docili che si prestano all’obiettivo materno in completo abbandono, come attori in scene crude, volontariamente sporche, ma la cui fiducia conduce dritto al nucleo narrativo. E senza sbavature.

 Traspare il desidero d’essere coraggiosi. E leali. Un trasporto, questo, che tracima anche in “Surrounded by no one”, un lavoro solo all’apparenza vocato al voyeurismo ma che in realtà spinge ognuno di noi verso l’introspezione. L’obiettivo gira e fotografa noi stessi. Perché vizi, tic, abitudini che coltiviamo quando siamo al riparo da occhi altrui ci appartengono, li condividiamo. Più o meno. Passioni segrete, inconfessabili godimenti svelano in fondo il desiderio di una libertà ritrovata, non negoziabile seppure spesa tra le mura domestiche. Ed è proprio il chiuso di una stanza il teatro nel quale spogliarsi delle convenzioni, delle formalità da osservare e infine ritrovare se stessi. “Surrounded by no one” è, come si è detto, un lavoro introspettivo cui siamo grati non solo per l’efficacia della rappresentazione fotografica, ma anche – e forse soprattutto – per il grado di verità che raggiunge, una verità che ci è comune e dunque intellegibile. Non ci sono codici, a differenza di “Daughters”, ma c’è la stessa onestà. E l’onestà, anche questa volta, parla al femminile.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Daughters”; “Surrounded by no one”.

 

foto Margaret M. De Lang 

 

http://www.margaretmdelange.com/

 

 

Traces. Signs. Details. And bodies - very young bodies - who wear a malaise embossed like a tattoo that sinks its liquid roots into the soul. And '"Daughters", the series of Magaret M. De Lang. To the unripe bodies is entrusted a disturbing geography, and intimate enough to prevent a sociology of preadolescential disorders.

But talking about oneself involves truth and therefore, in an exercise that is not emendable, the photographer portrays her daughters. Non-new enterprise. In the same territory Sally Mann had ventured. But with some difference. Mann's photographs are more "constructed", they pay particular attention to the composition and, ultimately (although the writer loves "Immediate Family") appear bound to a narration linked to the achievement of an aesthetic figure tout court.

The photographs of Margaret M. De Lang appear more instinctive, less obedient to the "ecstatic" call and therefore covered by the extemporaneous authenticity that is inside a work not "disinfected". Photographs disturb and move. They touch.

They move empathy, so much so that by observing them we raise our curiosity to wonder how their life is over the rectangle on which they are imprinted - and in this dilemma we see the limits of photography, which feeds our imagination to leave us alone on the threshold of the solution. Daughters. They are pliant and docile that lend themselves to the maternal objective in complete abandonment, as actors in crude scenes, voluntarily dirty, but whose trust leads straight to the narrative nucleus. And without smudging.

The desire to be courageous is evident. And loyal. A transport, this, that overflows also in "Surrounded by no one", a work only apparently suited to voyeurism but that actually pushes each of us towards introspection.

The lens turns and photographs ourselves. Because vices, tics, habits that we cultivate when we are sheltered from the eyes of others belong to us, we share them. More or less. Secret passions, unconfessable enjoyments reveal at the bottom the desire for a newfound freedom, not negotiable even if spent in the home. And it is precisely the closed space of a room in which to undress the conventions, the formalities to be observed and finally find themselves.

"Surrounded by no one" is, as we said, an introspective work that we are grateful not only for the effectiveness of photographic representation, but also - and perhaps above all - for the degree of truth that reaches, a truth that is common to us and therefore intelligible. There are no codes, unlike "Daughters", but there is the same honesty. And honesty, once again, speaks a female language.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Daughters”; “Surrounded by no one”.

 

ph. Margaret M. De Lang

 

http://www.margaretmdelange.com/

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