SCRIPTPHOTOGRAPHY

Gaetano DE CRECCHIO                                    (Olanda)

GAETANO DE CRECCHIO

Siamo quello che altri sono stati prima di noi e saremo quello che saranno quanti verranno dopo di noi. Se c’è un filo che allaccia fortemente passato e presente un altro, invisibile e ancora più forte, ci lega indissolubilmente rendendoci parte di un insieme. Ognuno di noi è parte di una comunità nella quale memorie, valori, affetti, gesti, voci, volti ci definiscono, aiutandoci a riconoscere noi stessi e gli altri. Quel filo invisibile e possente è la nostra identità, la chiave che arresta la dissoluzione della nostra “forma” legata al tempo, e spalanca all’uomo il senso vero di un’eternità altrimenti immaginata. Poiché l’uomo ha smesso di interrogarsi sulla durata della vita, avendone accettato il termine già al principio dei suoi giorni, ha spostato la sua attenzione sul senso stesso del vivere, del suo intrinseco e misterioso significato, domandandosi se ognuna delle sue ore è scritta sulla sabbia oppure è destinata ad aleggiare oltre la sua scomparsa. Il tema è assai complesso e non privo di valutazioni discordi provenienti dagli ambiti speculativi del pensiero ora religioso ora filosofico e il dibattito, mai concluso, continua ad affascinare. Il fotografo Gaetano De Crecchio muove la sua ricerca proprio in questa direzione, sulla “continuità” cioè di un legame identitario in grado di resistere al sopravvenire della morte e persino superarla. Nella serie “Malanocte”, la prima di una trilogia identitaria, notiamo come sia ben risolto sul piano visivo il dualismo tra la caducità della materia e l’immortalità dell’anima che, dal punto di vista laico, chiameremo identità. Lo spazio compositivo è distribuito da due livelli di differente fisicità: sullo sfondo osserviamo degli ambienti domestici caduti in rovina, abbandonati e in cui siamo invitati a notare i segni della corruzione temporale. Siamo certi che quegli ambienti ora dismessi fossero un tempo abitati, in cui qualcuno vi dimorava ma non sapremmo mai chi se il fotografo non ponesse abilmente dei vecchi ritratti di donne, uomini e bambini. Un espediente che blocca l’opposizione cronologica tra passato e presente e rinsalda la relazione tra l’uomo e il suo ambiente, qui interpretato come forma sincretica tra identità e il suo farsi eredità. Gaetano De Crecchio opera nel tentativo di una restituzione: le identità di coloro che non sono più tra noi sopravvivono in noi e questo assunto, forse, è l’approccio più vicino che l’intera cultura Occidentale può permettersi verso la metempsicosi. Ma come a dirci che la ricerca ha origini lontane, lungi da ogni speculazione post-moderna De Crecchio vuole che osserviamo “Doppelgänger” nei cui ritratti la “sovrapposizione” di volti riflette non solo, come si può vedere, l’albore di una vita poi divenuta adulta o alcune similitudini fisiognomiche ma anche, e soprattutto, la ricerca di una combinazione tra sensibilità o, se preferite, anime nel cui doppio passaggio visivo risiede quella affinità, un “continuum” identitario che nulla può interrompere. I fili della vita si intrecciano, si annodano per magari più tardi allentarsi, ma vive in ciascuno di noi la consapevolezza originaria di essere quello che è già stato qualcuno prima di noi e, a vedere le ottime fotografie di De Crecchio, anche d’essere chi sarà dopo di noi. E non necessariamente in quest’ordine. Quasi a volere porre una deroga tra la temporalità identitaria, cioè alla crisi “loro-noi-altri” posta alla filigrana dell’identità, il motivo della contemporaneità delle similitudini e delle affinità già introdotto in “Doppelgänger” è spinto sul piano dell’invenzione in “Alter ego”. In questa serie l’espediente materico della sutura elabora la metafora dell’unione, della compatibilità. Una specie di trasmigrazione, il cui portato fisico incastrato nei tratti somatici di due persone ci dice di un’affinità, di un sentire comune che sta nei cardini della definizione identitaria di ognuno di noi. Materia, spirito, identità, memoria. Gaetano De Crecchio affronta – e risolve – temi complicati, il cui fascino tuttavia non smette di agitare la creatività di pensatori, letterati, filosofi, artisti e fotografi. Il linguaggio è nuovo e non solo tecnicamente – quando si possiede una sensibilità “calda” il digitale riprende il respiro dell’uomo – ma antica è l’esplorazione, eppure mai che volga al termine. In questo spazio, nell’angusto riservato a temi così delicati, morte, memoria, identità la voce attenta e delicata di De Crecchio è salutata come benvenuta.

 

Giuseppe Cicozzetti

da “Malanocte”; “Doppelgänger”; “Alter ego”

 

foto Gaetano De Crecchio

 

 

We are what others have been before us and we will be what will be those who will come after us. If there is a thread that links strongly past and present another, invisible and even stronger, it binds us inextricably, making us part of a whole. Each of us is part of a community in which memories, values, affections, gestures, voices, faces define us, helping us to recognize ourselves and others.

That invisible and powerful thread is our identity, the key that stops the dissolution of our "form" linked to time, and opens to man the true meaning of an otherwise imagined eternity. Since man has ceased to question about his lifetime, having accepted the term already at the beginning of his days, he has shifted his attention to the meaning of life, its intrinsic and mysterious meaning, wondering if each of its hours is written on the sand or is destined to hover over its disappearance. The theme is very complex and not devoid of discordant evaluations coming from the speculative fields of religious and now philosophical thought and the debate, never concluded, continues to fascinate.

The photographer Gaetano De Crecchio moves his research in this direction, on the "continuity" that is an identity bond capable of resisting the oncoming of death and even overcoming it. In the series "Malanocte", the first of an identity trilogy, we note that the dualism between the transience of matter and the immortality of the soul which, from a secular point of view, we will call identity, is clearly resolved visually.

The compositional space is distributed by two levels of different physicality: in the background we observe domestic environments fallen into disrepair, abandoned and in which we are invited to notice the signs of temporal corruption. We are sure that those now disused environments were once inhabited, in which someone lived there but we would never know who if the photographer did not skillfully place old portraits of women, men and children. An expedient that blocks the chronological opposition between past and present and strengthens the relationship between man and his environment, here interpreted as a syncretic form between identity and his becoming an inheritance.

Gaetano De Crecchio works in the attempt of a return: the identities of those who are no longer among us survive in us and this assumption, perhaps, is the closest approach that the entire Western culture can afford towards metempsychosis. But as if to say that research has distant origins, far from any post-modern speculation, De Crecchio wants us to observe "Doppelgänger" in whose portraits the "overlapping" of faces reflects not only, as we can see, the dawn of a lifetime then become adult or some physiognomic similarities but also, and above all, the search for a combination of sensitivity or, if you prefer, souls in whose double visual passage resides that affinity, an identity "continuum" that nothing can interrupt.

The threads of life intertwine, are knotted for maybe later to relax, but in each of us lives the original awareness of being what has already been someone before us and, to see the excellent photographs of De Crecchio, also of being who will be after us. And not necessarily in this order. Almost wanting to place an exemption between identity temporality, that is, to the "they-we-others" crisis posed to the identity watermark, the reason for the contemporaneity of similarities and affinities already introduced in "Doppelgänger" is pushed to the level of the invention in "Alter ego". In this series the material expedient of the suture elaborates the metaphor of the union, of the compatibility.

A kind of transmigration, whose physical bearing stuck in the somatic features of two people tells us of an affinity, of a common feeling that lies at the core of the identity definition of each of us. Matter, spirit, identity, memory. Gaetano De Crecchio addresses - and solves - complicated themes, whose appeal nevertheless does not stop stirring up the creativity of thinkers, writers, philosophers, artists and photographers. Language is new and not only technically - when one has a "warm" sensibility, digital takes over the breath of man - but exploration is ancient, yet it never comes to an end. In this space, in the narrow space reserved for such delicate themes, death, memory and identity, the sensitive and delicate voice of De Crecchio is hailed as welcome.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “Malanocte”; “Doppelgänger”; “Alter ego”

 

ph. Gaetano De Crecchio

 

www.gaetanodecrecchio.com

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