SCRIPTPHOTOGRAPHY

Dorothy BOHM                                                                            (GB) 

DOROTHY BOHM

Se vieni al mondo come Dorothea Israelit, a Königsberg, Prussia orientale, mentre da lì a poco Hitler darà viva al più grande genocidio della Storia non puoi che lasciare tutto alle spalle e riparare all’estero. Anche se hai solo 15 anni. Königsberg non esiste più, non è più tedesca, ora si chiama Kaliningrad ed è capoluogo dell’omonima oblast’, un’esclave russa chiusa tra la Polonia e la Lituania. La Prussia ha il solo valore storico. Il nazionalsocialismo si è polverizzato con la sua caduta. Vive invece quella ragazzina che fuggì in Gran Bretagna. Oggi ha 95 anni. E non ha mai smesso di fotografare. Tutto cambia. Prendendo quello del marito anche il suo nome è cambiato: lei è Dorothy Bohm ed è una delle figure più rappresentative della fotografia britannica. Scorrendo le sue fotografie in bianco e nero, appartenenti a un periodo compreso tra gli anni ‘50 e ’70, siamo colpiti da un indiscutibile senso di leggerezza, una particolare empatia con i soggetti e il loro mondo. E’ evidente come l’orrore, che Dorothy Bohm ha lambito ma che ha coinvolto parte della sua famiglia, non l’abbia indurita, infondendole l’imperativo di testimoniare il senso di una pace ritrovata. Lo stile è umanistico-documentario che ha attraversato a fotografia europea proprio di quegli anni, ma Bohm coniuga nelle sue foto la lezione rigorista di Kertész con la delicata ironia di Doisneau per dare vita a immagini che sappiano bloccare la transitorietà del tempo. Bohm si muove alla ricerca dell’incoerente stabilirsi dei paradossi della quotidianità, episodi riempiti di un senso sottile e leggero, senza mai dimenticare le responsabilità che derivano dal raccontare storie. Che si tratti di una ritrattistica che intende porre i soggetti al centro del loro mondo o fotografie di paesaggi urbani che sembrano domati dall’obiettivo, notiamo come nel lavoro di Dorothy Bohm il senso della composizione rappresenti una cifra imprescindibile. Ed è in questa geometria umanistica che va colta l’importanza di Bohm. Poi un cambio, perché non cambiare significa non crescere. Ed ecco che all’alba degli anni ’80 Dorothy Bohm, su suggerimento di Kertész, si dedica completamente al colore. Il nuovo linguaggio trasforma lo stile: l’attenzione si restringe ai dettagli, le incoerenze delle forme assurgono al ruolo di protagonista. Come si è detto, si cambia. Ed è un bene, perché il cambiamento è il processo con il quale il futuro bussa alla nostra porta. Dorothy Bohm ha visto cambiare il mondo intorno a sé, il suo destino trasformarsi in opportunità: solo l’orrore non l’ha cambiata.

Giuseppe Cicozzetti

foto Dorothy Bohm

http://www.dorothybohm.com/

 

 

If you come to the world as Dorothea Israelit, in Königsberg, East Prussia, while shortly thereafter Hitler will give life to the greatest genocide in history you cannot but leave everything behind and repair abroad. Even if you are only 15 years old. Königsberg no longer exists, it’s no longer German, now it’s called Kaliningrad and it’s the capital of the homonymous oblast’, a Russian esclave closed between Poland and Lithuania.

Prussia has only historical value. Nazism was pulverized with its fall. Instead, he lives that little girl who fled to Britain. Today he is 95 years old. And he never stopped taking pictures. Everything changes.

Taking her husband's name, her name has also changed: she is Dorothy Bohm and is one of the most representative figures of British photography. Looking through his black and white photographs, belonging to a period between the 50s and the 70s, we are struck by an unquestionable sense of lightness, a particular empathy with the subjects and their world.

It is evident that the horror, which Dorothy Bohm has surrounded but which has involved part of her family, has not hardened her, infusing her with the imperative of bearing witness to the sense of a rediscovered peace. The style is humanistic-documentary that went through European photography in those years, but Bohm combines in her photos the rigorist lesson of Kertész with the delicate irony of Doisneau to give life to images that can block the transience of time.

Bohm moves in search of the inconsistent establishment of the paradoxes of everyday life, episodes filled with a subtle and light sense, without ever forgetting the responsibilities that derive from telling stories. Whether it’s a portraiture that intends to place subjects at the center of their world or photographs of urban landscapes that seem to have been tamed by the lens, we note how in Dorothy Bohm's work the sense of composition represents an essential theme.

And it is in this humanistic geometry that the importance of Bohm must be grasped. Then a change, because not changing means not growing. And so at the dawn of the 1980s, Dorothy Bohm, at Kertész's suggestion, devoted herself completely to color. The new language transforms style: attention is restricted to details, the inconsistencies of the forms rise to the role of protagonist. As has been said, we change. And it's good, because change is the process by which the future knocks on our door. Dorothy Bohm saw the world around her change, her destiny transformed into opportunities: only horror didn’t change her.

Giuseppe Cicozzetti

ph. Dorothy Bohm

http://www.dorothybohm.com/

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