SCRIPTPHOTOGRAPHY

Dmitri BALTERMANTS                                     (Russia)

DMITRI BALTERMANTS

 

Ricordiamo tutti il celebre aforisma di Robert Capa: «Se le vostre foto non sono buone, allora non siete abbastanza vicino». Ovviamente non è solo la “distanza” il fattore determinante per la riuscita o meno di una fotografia, ma certamente durante un reportage di guerra occorre essere là dove si svolge lo scontro, non altrove. Un fotografo che avrebbe sottoscritto l’assunto di Capa sarebbe stato il russo (nato però in Polonia - Varsavia 1912-1990 - al tempo in cui era parte dell’Impero) Dmitri Baltermants, che ha letteralmente azzerato questa distanza fino a essere lui stesso al centro delle azioni di guerra. Sebbene Baltermants fosse un fotografo profondamente apprezzato da Stalin, e organico al partito (era definito “l’occhio della nazione”), le fotografie che vediamo sono state lungamente nascoste dal regime Comunista, che ne ha impedito la pubblicazione per la crudezza delle immagini. Noi sappiamo che la prima vittima di ogni guerra è la verità, presto soppiantata dalla propaganda il cui scopo è raccontare una versione compiacente e addomesticata. Ma la guerra è qualcosa che non si può nascondere, come le sue vittime, come la sua crudeltà. 

Come la sua lucida insensatezza, perché come ha detto Hanna Arendt: «La guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri». E durante la seconda Guerra Mondiale abbiamo assistito sì alla caduta del Nazismo, ma anche al sorgere di un riassetto geopolitico i cui effetti sono durati fino alla caduta del Muro di Berlino. Baltermants è al seguito dell’Armata Rossa, al centro esatto di quell’”affare degli uomini, dove a morire sono donne e bambini”. Sul fronte ucraino fotografa la durissima repressione e l’agghiacciante eredità di dolore lasciata alle madri che cercano i corpi dei loro figli, senza mai trovare una ragione al perché le loro vite sono state troncate. La sua fotografia è documentaria allo stato purissimo, ma insieme ha come una velatura pietistica, una poesia dell’orrore che trova nella compassione la sua collocazione primaria. Osservate la prima fotografia. Vediamo dei soldati scavalcare una trincea mentre altri coprono l’assalto. Due registri visivi in uno: la staticità dei fucilieri è contrapposta al mosso dei soldati in azione. Qui non c’è solo la cattura di un attimo, una velocità chiusa dal diaframma, qui vediamo la metafora della rapidità con la quale si va incontro alla morte. E con questa fotografia si approda direttamente al centro della tragedia meglio di qualunque racconto. 

La “visione” di Baltermants è eccellente, e sebbene le fotografie siano prese nel vortice convulso dell’azione non derogano mai da un’attenzione compositiva che è e resta in cima al suo lavoro – anche nelle immagini più tragiche, nelle quali all’obiettivo è chiesto soltanto di esserci –, come se un Dio della Guerra sovrintenda a una sospensione temporale, a un congedo momentaneo dalle ostilità perché una fotografia abbia il tempo d’essere presa. E dunque, in ossequio a un talento grandissimo, l’immagine di un’intera famiglia riversa senza vita nel gelo invernale, assume una dignità artistica non minore di un soldato caduto o del tenerissimo bacio di una madre al figlio in partenza per l’inferno. Ma c’è pure dell’epica, immancabile nelle immagini che assecondano la vulgata propagandistica di un esercito valoroso che seppe resistere all’assedio di Stalingrado, ma i cui contorni artistici sembrano essere raggiunti per smarcarsi dalla follia e perché, infine, si possa trovare un senso perfino nell’insensatezza della più antica e inutile attività dell’uomo.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

foto Dmitri Baltermants

We remind everyone of Robert Capa's famous aphorism: "If your photos are not good, then you are not close enough”. Obviously, it is not only the "distance" that determines whether or not a picture is successful, but certainly during a war reportage should be where the clash takes place, not elsewhere.

A photographer who would have signed Capa's assumption would have been Russian (born in Poland - Warsaw 1912-1990 - at the time when it was part of the Empire) Dmitry Baltermants, who literally rescinded this distance until he was himself at the center of warfare.

Although Baltermants was a photographer deeply appreciated by Stalin, and organic to the party (it was termed "the Eye of the Nation"), the photographs we see have been long hidden by the Communist regime, which has prevented its publication for the crude images.

We know that the first victim of every war and the Truth, soon superseded by propaganda whose purpose is to tell a compliant and domesticated version.

But war is something that can not be hidden, like its victims, like its cruelty.

Like its shrewd insanity, as Hanna Arendt said: "The war does not restore rights, redefines powers”. And during the Second World War we witnessed the fall of Nazism, but also with the emergence of a geopolitical reorganization whose effects lasted until the fall of the Berlin Wall.

Baltermants is following the Red Army, at the exact center of the "men's affair, where die women and children”.

On the Ukrainian front photographs the harsh repression and the chilling legacy of pain left to mothers who seek their children's bodies without ever finding a reason why their lives have been cut off.

His photograph is documentary in the purest state, but together it has as a pietistic veil, a poem of horror that finds its primary place in compassion.

Look at the first photo. We see soldiers crossing a trench while others cover the assault. Two visual registers in one: the staticity of the riflers is opposed to the move of soldiers in action.

Here is not just capturing a moment, a velocity closed by the diaphragm, here we see the metaphor of the rapidity with which we face death.

And with this photograph, it approaches the center of tragedy better than any article.

The "vision" of Baltermants is excellent, and although the photographs are taken in the vortex of convulsions of action, they never deviate from the compositional attention that is and remains at the top of his work - even in the most tragic images in which the objective it is just a question of being there - as if a God of War oversaw a temporal suspension, a temporary leave of hostility because a photograph has time to be taken.

So, in respect to a great talent, the image of an entire family loses life in winter fever, takes on an artistic dignity no less than a fallen soldier or the tender kiss of a mother to her son leaving for hell.

But there’s also the epic, inevitable in the images that follow the propaganda storytelling of a valiant army that could resist the siege of Stalingrad, but whose artistic contours seem to be reached to get rid of madness and, finally, to be found a sense even in the insensitivity of the oldest and useless human activity.

 

Giuseppe Cicozzetti

 

ph. Dmitri Baltermants 

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