SCRIPTPHOTOGRAPHY

TURI AVOLA   

 

 

 

Si potrebbe affermare, scansando ogni equivoco snobistico, che il solo modo per comprendere qualcosa è quello di trovarsi di fronte a qualcosa che è difficile comprendere. Se la storia della fotografia ci ha abituati a una lettura del reale, anch’essa, in ogni caso, mediata da una imprescindibile sensibilità di chi scatta, è altrettanto inconfutabile che una certa attitudine alla “creazione” di una metarealtà soggettiva, sognante, in antitesi all’oggettivismo del reale, è già presente agli albori della fotografia: una sfida concettuale che si protrae sino ai nostri giorni e che non smetterà di esistere; e con la quale siamo chiamati a interrogarci, tenendo a mente l’ammonimento di Frederick Sommer – fotografo che ha esplorato il linguaggio alla ricerca di una sintesi tra lo sconcerto onirico e l’armonia delle forme – :“Se non fossimo in grado di sognare, non saremmo in grado di percepire la realtà”. Il cerchio si chiude.  

Turi Avola è un giovane fotografo cui non difettano coraggio e sintesi. All’arditezza giovanile di chi sa d’avere qualcosa da dire a noi tutti, Avola coniuga un doveroso rispetto per i padri della fotografia surrealista (si vedano le opere di Man Ray, di Bellner, di Joel-Peter Witkin, di Švankmajer), e nelle sue opere si scorgono riferimenti senza sfociare in un citazionismo che odora di ossequi ma che, anzi, vengono “metabolizzati” per divenire un linguaggio personale e distintivo.

Coraggio e sintesi, si diceva. La risolutezza con cui Turi Avola muove i suoi passi, l’avvertiamo a partire dal titolo scelto per il suo ultimo lavoro: “Excessus Mentis”, felicissima citazione dantesca che molto bene si attaglia al suo progetto e che ci accompagna nella sua decifrazione.

Turi Avola affronta il corposo dilemma teologico con un rispetto filologico encomiabile. Se il filologo tedesco Erich Auerbach, massimo studioso dell’opera di Dante, individua nell’abbandono di ogni legame terreno il mezzo per condurre all’illuminazione della ragione (ecco Excessus Mentis) individuando in Beatrice non già l’amata dal Poeta, ma “madonna che d’ogni peccato priva il mortal cor che in petto urla”, e quindi “figura” centrale dell’intera teologia dantesca.

E dunque non è un caso che in “Excessus Mentis” Turi Avola abbia assegnato alla figura femminile il centro del suo progetto. Come poi “vestire” una concettualità da tradurre in immagini, questo è proprio del fotografo. Se guardiamo con attenzione ogni immagine essa sembra avere già una storia, un passato; ci appare nuova e insieme familiare, almeno in chi ha negli occhi una certa fotografia ritrattistica di Otto Emil Hoppe.

Una luce proveniente dall’alto illumina i volti e i gesti imploranti grazie di giovani donne: che esse rivolgano in cielo gli occhi supplichevoli o invece si lascino guardare nella rigida fissità dei segni corporei, ci sorprendono. A questo si aggiunga che sull’intero “corpus” aleggia una dimensione sincretica, una tregua segreta tra spirito e paganesimo, un accordo negoziale tra il conosciuto e l’ignoto. L’effetto è sicuro. Il messaggio arriva, e con esso ci arriva la padronanza con cui Avola si muove nel terreno scivoloso e magnifico del simbolismo, in una chiave che convince e stemperato in un orientalismo che aveva fatto girare la testa all’Europa di fine Ottocento.

Così come convincono altre sue fotografie, in cui i corpi femminili, che Avola tratta con eleganza, sono esaltati da un bianco e nero che dialoga brillantemente con le gamme dei grigi e nel quale il “fondo” dimentica il ruolo di comprimario per divenire parte della raffigurazione. Ma c’è dell’altro per cui apprezzare il suo lavoro. Nei ritratti il cui il biancore invece è abbacinante, cogliamo una netta sensazione onirica mai disgiunta da una composizione al limite dello straniante, dell’interrogativo, nei quali ravvisare una realtà trasognante di sicuro effetto e che – in talune immagini – rimanda alle ardite prospettive del Mantegna e ai delicatissimi drappeggi del “Cristo velato” del Sammartino. Turi Avola fotografa con gli occhi ma tutto nasce dalla sua mente, che sembra avere occhi ancora più potenti e come in un gioco di riferimenti lascia a noi ogni interpretazione, perché come è stato detto “la fotografia ha il compito di mostrare, non dimostrare”. E Turi Avola mostra a noi progetti di sicuro e denso impatto.

Giuseppe Cicozzetti

da “Excessus Mentis”; “L’albero della Conoscenza”; Addiction Love”; ”The Multiple Game of Personality”

foto Turi Avola

https://turiavola.carbonmade.com/

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