SCRIPTPHOTOGRAPHY

Richard AVEDON                                                            (USA)

RICHARD AVEDON

 

Alla radice del mito. Il West americano fotografato nella sua essenza. Dimenticate gli scenari di Adams, di Curtis, di O’Keeffe e di quanti ne hanno voluto mostrare la magnificenza: c’è un inganno in quelle grandi fotografie: la riscrittura di un epos, di una “terra promessa” che non attende altro che essere colonizzata, uno spazio utopistico che perde il suo passato per diventare un luogo di redenzione. Il West di Richard Avedon (1923-2004) è tutt’altra cosa: è carne e sangue; è storia umana; è vita. Ed è così distante dagli archetipi della rappresentazione che si imprimerà nell’immaginario di eserciti di fotografi. Il West di Avedon è un’isola di trame apparentemente decontestualizzata, è la sua estrazione ritrattistica: il West non appare, le praterie, le distese polverose, le strade di Frank, le montagne sono cancellate dietro una tenda bianca che occlude e concentra la nostra attenzione sui soggetti. Avedon mira all’essenza: se vedere è un atto biologico, osservare è un atto intellettuale e nelle 124 fotografie che compongono “In the American West” (pubblicato nel 1985) si agita un’immaginazione che lotta contro se stessa perché si liberi da ognuna delle distopie visive: il mito è minacciato dall’azione di un outsider ebreo newyorchese e poco titolato a narrare luoghi mai frequentati. Ma Avedon racconta un West assai lontano dall’immaginario collettivo della “new frontier”, nemmeno sfiora quel mito, solo ne racconta un altro, fatto di uomini e donne evitando di creare una tipologia metodica nello stile di Sander, cercando solamente fi identificare le persone che possano incarnare i valori di un’America rurale sconosciuta anche ai critici più esigenti. Eppure la natura ambigua della fotografia esce ancora allo scoperto. Lo stesso Avedon infatti ha riconosciuto che queste immagini, benché siamo portati a farlo, non devono essere considerate come un catalogo di persone ma il momento in cui un’emozione o un evento si trasformano in una fotografia che, a sua volta, smette di essere un fatto per diventare un’opinione. Dunque “In the American West” sarebbe uno statement in qualche misura politico? No, Avedon proviene dalla fotografia di moda ed è abituato più alla costruzione della realtà che non alla sua descrizione ma tuttavia è innegabile che “In the American West” raccolga e rivaluti la presenza, le voci e gli umori di una classe di lavoratori che pur sembrando esclusi dal grande sogno americano ne costituiscono l’ossatura silenziosa e dimenticata. I ritratti di Avedon sono un’assunzione di realismo estremo e ostinato, lo dimostrano, per esempio, dati inconfutabilmente specifici quali datazione – quasi a sottolineare che il preciso momento dello scatto sia altamente importante – e l’onomastica dei soggetti che, questo è nelle intenzioni del fotografo, evapora il momentaneo anonimato. Queste informazioni extra, offerte all’osservazione come un bonus aggiuntivo, sono tipiche di un approccio realista, anzi, “clinico”, laddove per clinico si deve intendere la chiarezza visiva pronunciata e non ombreggiata e l’enfasi sui dati fisici. Eppure, al fondo, si agita una domanda: cosa viene rivelato in modo convincente in queste immagini? Non c’è dubbio che la maggior parte delle persone nell’atto di un ritratto vivano come una specie di inadeguatezza, un naturale disagio che proviene dalla “lettura” di una personalità sconosciuta a loro stessi; non ricevono aiuto dall’estraneo dietro la macchina fotografica e dunque non sanno perché dovrebbero fidarsi. Questa specie di strabismo indurisce le relazioni. Ma in un rapporto invece che sottende a una ri-valutazione dell’atto ritrattistico, dove la ri-valutazione ospita il desiderio di far valere la crudele chiarezza delle condizioni socio-economiche – le persone sono individuate in base alle loro circostanze e storie, non dai loro stati d’animo – allora il rapporto soggetto-fotografo si realizza nel completamento di una sintesi in cui sono chiari gli obiettivi. Ecco quindi che i protagonisti di “In the American West”, benché connotati fortemente dalle loro storie personali, ci appaiono pervasi da una docile arrendevolezza, segno della fondazione di una fiducia tra le parti; fiducia che si esprime nella stabilità e nel controllo progettuale, perché un conto è ritrarre celebrità di alto livello carezzandone l’ego, un altro è scarnificare la personalità di cameriere di “greasy spoon”, lavoratori giornalieri e addetti alla macellazione delle carni. E qui sta il genio sensibile e attento di Richard Avedon, nel mettere insieme in un rapporto di relazione quelle isole di trame, quelle individualità lacerate e trasformarle in un corpus organico e organizzato. “In the American West” rappresenta una pietra miliare nella fotografia ritrattistica, un lavoro fondamentale e penetrante, indispensabile, una svolta ipnotizzante esattamente come ognuno dei volti dei soggetti da cui, occorre dirlo, si fatica a staccare lo sguardo attardandosi a immaginare le loro storie.

Giuseppe Cicozzetti

da “In the American West”

foto Richard Avedon

https://www.avedonfoundation.org/    

At the root of the myth. The American West photographed in its essence. Forget the scenarios of Adams, Curtis, O'Keeffe and those who wanted to show the magnificence: there’s a deception in those great photographs: the rewriting of an epos, of a "promised land" that awaits nothing but to be colonized, a utopian space that loses its past to become a place of redemption.

The West by Richard Avedon (1923-2004) is completely different: it is flesh and blood; it is human history; it's life. And it is so distant from the archetypes of the representation that it will impress itself in the imagination of armies of photographers. The West of Avedon is an island of apparently decontextualized plots, it is its portraiture extraction: the West doesn’t appear, the prairies, the dusty expanses, the streets of Frank, the mountains are erased behind a white curtain that occludes and concentrates our focus on the subjects.

Avedon aims at the essence: if seeing is a biological act, observing is an intellectual act and in the 124 photographs that make up "In the American West" (published in 1985) an imagination is stirred that fights against itself to free itself from each one of visual dystopias: the myth is threatened by the action of a New York-based Jewish outsider who is untitled to narrate places never visited. But Avedon tells a West far from the collective imagination of the "new frontier", nor does it touch on that myth, it just tells another, made up of men and women, avoiding to create a methodical typology in Sander's style, trying only to identify people that can embody the values of a rural America unknown even to the most demanding critics.

Yet the ambiguous nature of photography still comes out in the open. Indeed, Avedon himself recognized that these images, although we are inclined to do so, should not be considered as a catalog of people but the moment when an emotion or an event is transformed into a photograph that, in turn, stops being a fact to become an opinion. So "In the American West" would be a political statement in some way?

No, Avedon comes from fashion photography and is accustomed more to the construction of reality than to its description but nevertheless it’s undeniable that "In the American West" collects and re-evaluates the presence, the voices and the moods of a class of workers who still seeming excluded from the great American dream they constitute the silent and forgotten skeleton. Avedon's portraits are an assumption of extreme and obstinate realism, as demonstrated, for example, by irrefutably specific data such as dating - as if to underline that the precise moment of the shot is highly important - and the onomastics of subjects that this is in the photographer intentions, the momentary anonymity evaporates.

This extra information, offered for observation as an additional bonus, is typical of a realistic, indeed, "clinical" approach, where the clinician is to refer to pronounced non-shadowed visual clarity and emphasis on physical data. And yet, at bottom, a question is stirred up: what is revealed convincingly in these images? There’s no doubt that most people in the act of a portrait live as a kind of inadequacy, a natural discomfort that comes from the "reading" of a personality unknown to themselves; they do not receive help from the stranger behind the camera and therefore do not know why they should trust. This sort of squint hardens relationships.

But in a relationship that instead underlies a re-evaluation of the portraiture act, where the re-evaluation hosts the desire to assert the cruel clarity of socio-economic conditions - people are identified based on their circumstances and stories, not from their moods - then the subject-photographer relationship is realized in the completion of a synthesis in which goals are clear.

So the protagonists of "In the American West", although strongly characterized by their personal stories, appear to be pervaded by a docile surrender, a sign of the foundation of a trust between the parties; confidence that is expressed in stability and design control, because it is one thing to portray high-level celebrities by caressing their ego, another is to disfigure the personality of "greasy spoon" waitresses, day laborers and meat slaughterers.

And here lies the sensitive and attentive genius of Richard Avedon, in putting together in a relationship those islands of plots, those individualities torn and transforming them into an organic and organized corpus. "In the American West" represents a milestone in portraiture photography, a fundamental and penetrating, indispensable work, a mesmerizing turnaround exactly like each of the faces of the subjects from which, it must be said, it is difficult to take one's eyes off and delay in imagining their stories.

 

Giuseppe Cicozzetti

from “In the American West”

 

ph. Richard Avedon

 

https://www.avedonfoundation.org/

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